Non voglio morire Yankee: l’anima non deve presentare curriculum

L’uomo non è nato per essere una macchina economica con qualche emozione incorporata. È il contrario: è un essere emotivo, creativo, imperfetto, che utilizza anche l’economia per vivere, ma non vive per l’economia

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Metà luglio. Trentacinque gradi. Passeggiavo all’ombra, con quell’andatura lenta che d’estate non è una scelta filosofica ma un istinto di sopravvivenza. A un certo punto mi è passata per la testa una domanda. «Ma con questa passeggiata… sto perdendo tempo?». Mi sono fermato, perché quella domanda non era mia. È stato come trovare un estraneo seduto sul divano di casa: da quando una passeggiata deve giustificarsi? Allora ho capito che qualcuno o qualcosa mi stava cambiando il vocabolario. E quando ti cambiano il vocabolario, ti cambiano anche il modo di guardare il mondo. … e mi è tornata in mente nonna Carolina, classe 1888. Una donna che oggi metterebbe in crisi qualsiasi manager aziendale. Lei non perdeva tempo. Lo abitava. Passava mezz’ora sul pianerottolo a parlare con la vicina. Dal fruttivendolo poi ci metteva un’ora, un’altra dal salumiere, e quindi tornava a casa aggiornata su chi era nato, chi si sposava, chi aveva la febbre, etc.. Preparava la genovese e il ragù mentre rassettava le stanze. Non guardava mai l’orologio: scadenzava la sua giornata con ‘o cuppulone (la cupa sirena a vapore) delle vicine fabbriche di pelati Silvestri e Spera, che suonava tassativa alle 6 (‘a trasuta), alle 12 (‘a mezza) e alle 17 (l’asciuta)… e nei tempi morti: sgranava il Rosario.

Le persone le catalogava, ne conosceva l’albero genealogico, ricordava il compleanno di figli, nipoti, cognati, vicini, comari, e veniva consultata in caso di matrimoni con partner “stranieri”. Non aveva un database, aveva memoria, viveva la comunità. Eppure, senza aver mai frequentato un master in leadership, teneva insieme una famiglia estesa che – tra 9 figli, 27 nipoti, 7 pronipoti, parenti acquisiti e cummarelle – oggi farebbe impallidire qualunque direttore del personale. Produceva una ricchezza che nessun economista sa misurare: relazioni. Ed è proprio lì che ho capito, forse troppo tardi, cosa intendo quando – scherzando – dico che non voglio morire Yankee, ma senza capirne il senso profondo.

Non sto processando l’America. Sarebbe stupido. Gli Stati Uniti hanno dato al mondo il jazz, il blues, Hollywood, Internet, la NASA, università straordinarie e un’innovazione che merita rispetto. Sto processando un’altra cosa. Un’idea. Quell’idea che, senza passare dalla dogana, è entrata nelle nostre teste. L’idea che tutto debba servire a qualcosa, una mentalità che non ha più passaporto. La incontri a New York, Milano, Londra e – ahimè – a spesso anche a Napoli. È il linguaggio globale del “successo”.

Secondo atto: la riunione permanente

Il capitalismo ha sempre conquistato mercati. Questa volta ha conquistato il dizionario. Ha cambiato le parole. E cambiando le parole ha cambiato il modo in cui pensiamo. Pensateci: una volta uno era simpatico, oggi ha un buon personal branding. Una volta aveva amici, ora coltiva contatti. Una volta dipingeva, adesso crea contenuti. Tra un po’ non si morirà, si concluderà il percorso esistenziale.

E la cosa davvero inquietante è che ha creato un nuovo essere umano: l’homo linkediensis. Lo riconoscete subito. Non cammina, ottimizza gli spostamenti. Non nasce, fa onboarding. Non muore, va offline. Non va al mare, realizza un’esperienza immersiva… poi però la fotografa e la pubblica su Facebook. Naturalmente controlla quanti “like” ha ricevuto prima ancora che il sole tramonti… e riesce perfino a stare di fronte a un tramonto senza guardarlo.

Mi ostino a credere che le cose migliori della nostra civiltà siano nate proprio quando qualcuno sembrava perdere tempo. Socrate non organizzava webinar sulla crescita personale. Aristotele insegnava camminando con i suoi allievi. Leonardo da Vinci passava interi pomeriggi a osservare il moto dell’acqua, il volo degli uccelli e l’ombra delle nuvole. Erano perdite di tempo? Oggi qualcuno gli chiederebbe se tutta quella contemplazione fosse prevista nel piano trimestrale delle attività.

E Michelangelo?… Michelangelo impiegò quattro anni a dipingere la Cappella Sistina, uno spreco? Oggi andrebbe più o meno così “Maestro, gli angeli sono troppi. Possiamo ridurli del 30%? E poi, ci consenta, la Creazione di Adamo dovrebbe avere una call to action…”. Nell’ultimo decennio abbiamo trasformato la vita in una riunione e ottimizzazione permanente. Ogni gesto deve avere un obiettivo. Ogni passione deve produrre un vantaggio. Ogni talento deve diventare business.

Terzo atto: Il prezzo di tutto, il valore di niente

Forse il problema non è essere americani, europei, italiani o – nel mio caso – mediterraneo. Il problema nasce quando un’identità diventa un listino prezzi. Quando tutto viene misurato in termini di convenienza, di successo, di potere d’acquisto, di visibilità, finiamo per perdere la capacità più importante: distinguere ciò che vale da ciò che costa. È una confusione sottile, quasi impercettibile. Il prezzo è semplice. Il valore è complicato. È per questo che continuiamo a confonderli.

Un tramonto non ha prezzo, ma può valere più di una vacanza di lusso. Una conversazione vera può valere più di mille follower. Un gesto gratuito può avere un peso infinitamente maggiore di un contratto milionario. Eppure abbiamo costruito una società nella quale le emozioni devono essere monetizzate, le relazioni devono produrre vantaggi e il tempo libero deve diventare produttivo. Persino il riposo viene venduto come performance: non ci rilassiamo più. Non leggiamo più per piacere: investiamo in crescita personale. Siamo arrivati al punto in cui anche l’anima deve presentare un curriculum. Forse è questo il vero rischio di una certa colonizzazione del nostro immaginario: non l’America reale, complessa e contraddittoria, ma il suo simulacro promozionale. L’idea che ogni cosa debba essere una gara, ogni persona un prodotto, ogni momento un’opportunità di vendita.

Il sogno americano, nella sua versione originaria, aveva una promessa potente: chiunque poteva costruire il proprio destino. Il problema nasce quando quella promessa si trasforma in un obbligo: se non ce la fai, la colpa è solo tua. Se sei povero, hai fallito. Se non sei visibile, non esisti. Io non voglio morire yankee non perché rifiuti un Paese o una cultura. Sarebbe una semplificazione infantile. Non voglio morire yankee perché non voglio accettare l’idea che il valore di una persona possa essere scritto solo su un conto corrente, su un curriculum o su una classifica. Voglio continuare a pensare che esista qualcosa che sfugge al mercato. Che un uomo non sia la somma dei suoi risultati. Che una società non sia solo un insieme di consumatori. Perché alla fine il rischio più grande non è diventare poveri. Il rischio più grande è diventare ricchi di cose e poveri di significato

Quarto atto: La rivolta silenziosa del valore

Forse la vera ribellione del nostro tempo non sarà una rivoluzione rumorosa. Non avrà bandiere, slogan, piazze gremite. Sarà qualcosa di molto più difficile: recuperare il diritto di attribuire valore alle cose senza chiedere il permesso al mercato. L’uomo non è nato per essere una macchina economica con qualche emozione incorporata. È il contrario: è un essere emotivo, creativo, imperfetto, che utilizza anche l’economia per vivere, ma non vive per l’economia… Abbiamo passato decenni a costruire tecnologia per renderci liberi e rischiamo di usarla per renderci prigionieri. Dobbiamo imparare nuovamente a distinguere ciò che serve da ciò che seduce. Perché il marketing è una disciplina meravigliosa quando vende prodotti. Diventa pericolosa quando comincia a vendere esseri umani.

Io continuerò a uscire di nuovo e a camminare senza una meta. Mi fermerò davanti a una vetrina inutile. Entrerò in libreria senza sapere cosa comprare. Resterò seduto al bar quando il caffè sarà già finito. Se poi qualche amico, passando, mi chiederà cosa sto facendo con la tazzina vuota davanti, risponderò con convinzione: “Niente”, e sarà la risposta più motivata della giornata. Perché continuerò ostinatamente a non confondere il prezzo con il valore. E forse… è proprio questo il senso del mio non voler morire yankee: una civiltà non muore quando smette di correre, muore quando non sa più fermarsi.

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
Se, alla fine di un articolo, vi ritrovate con una domanda in più e una certezza in meno, allora il tempo che ci ho perso è stato speso bene.

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