Il pensiero woke tra cultura e politica

Il termine, nato in ambito anglosassone per indicare una particolare attenzione verso le ingiustizie sociali e le discriminazioni, oggi viene utilizzato con significati diversi e talvolta contrapposti.

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In archivio ho dimenticato la mia lente d’ingrandimento. Sul tavolo da lavoro di ogni ricercatore, si trova una lampada che comprende una lente, ma la mia è più bella. Ha il manico arancione e l’ho rubata a casa dei miei adorati suoceri che non ci sono più. Mio suocero Giovanni sorrideva: io tentavo di nascondere la refurtiva nella borsa, mentre mia suocera Anna rideva. Era un Natale di venti anni fa. Ho sempre avuto bisogno di occhiali e sono in una posizione completamente antitetica a quegli animali di sì altera vista, che, come dice il Petrarca nelle Rime, XIX, 1 – 2, incontro al sol pur si difende (ovvero le aquile che, secondo la leggenda, possono fissare il sole senza rimanerne abbagliate).

Eppure, in archivio si vede bene e consiglierei a ogni individuo che vuole avvicinarsi alla politica, un ciclo di studi e di ricerche qui dentro. Per governare può essere più importante delle elezioni, dei sondaggi, della necessità di mantenere il consenso, sedersi in queste sale polverose ed entrare direttamente in contatto con le testimonianze del passato. L’importanza di imparare a conoscere il proprio territorio senza un significato critico – polemico, ma piuttosto nel suo significato costruttivo – istituzionale.

Quest’estate ho seguito gli interventi di alcuni politici italiani dopo che una frase pronunciata da Alexandria Ocasio-Cortez, esponente progressista del Partito Democratico statunitense, ha lanciato il dibattito sul fenomeno woke. Durante un’intervista televisiva con Jonathan Karl per ABC News, la deputata ha commentato con una battuta la stagione politica progressista degli anni della pandemia: «Woke 1 was crazy», cioè «il Woke 1 era folle». Il dibattito sulla necessità di ridurre gli eccessi del woke per dare spazio anche ad altri temi legati all’economia e alle disuguaglianze sociali senza abbandonare il tema dei diritti.

Negli ultimi anni il termine “woke” è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico.

Nato in ambito anglosassone per indicare una particolare attenzione verso le ingiustizie sociali e le discriminazioni, oggi viene utilizzato con significati diversi e talvolta contrapposti. Per alcuni, rappresenta una maggiore consapevolezza dei problemi legati al razzismo, alle disuguaglianze e alla discriminazione.

L’origine del termine è legata soprattutto alla necessità di essere “svegli”, cioè consapevoli delle ingiustizie presenti nella società. Questa sensibilità può avere aspetti positivi. Prestare attenzione alle discriminazioni significa, infatti, cercare di costruire una società nella quale le persone vengano rispettate indipendentemente dalla loro origine, dal loro genere o dalle loro condizioni sociali. Anche il linguaggio può avere un ruolo importante, perché le parole possono influenzare il modo in cui consideriamo gli altri.

Nella borsa, trovo la mia lente d’ingrandimento e mi sento tanto felice. Infilo l’occhio destro nella lente sferica, ma mi guardo intorno.

In Italia, il dibattito pubblico intorno al pensiero woke è ingarbugliato. Secondo alcuni, in nome della sensibilità e dell’inclusione si rischia di arrivare a giudicare o censurare persone che esprimono opinioni considerate offensive, anche quando non vi è una reale intenzione discriminatoria. In questi casi il desiderio di proteggere le minoranze può trasformarsi in una forma di intolleranza verso chi non condivide determinate idee.

Ma woke e politica devono essere differenziati. La politica deve leggere l’organizzazione del potere reale, la dialettica di ceti e delle classi con nuove lenti. L’angoscia politica che provoca la rassegnazione fino all’estremo come la negazione climatica.

Scrivere dei limiti del woke non è facile. Ma è anche peggio osservare la spietata sacra rappresentazione di tutti i personaggi che tentano di strumentalizzarlo con orientamenti sui bisogni concreti e diffusi. I temi divisivi sulla base dei valori contemporanei sono davvero tanti: il riscaldamento globale, la parità salariale, le differenze di genere, la corsa al riarmo, la diffusione delle intelligenze artificiali, l’ascesa delle destre, il colonialismo, il razzismo, la povertà, l’impoverimento delle classi lavoratrici.

Con la lente d’ingrandimento, giro per la sala. Mi sento come Sherlock Holmes, il detective creato dallo scrittore Arthur Conan Doyle. È inspiegabilmente eccitante che una fetta di lettori sia convinta che il detective fosse reale fin dai tempi delle prime pubblicazioni nel Tardo Ottocento.  Alcune persone hanno scritto lettere indirizzate a “221B Baker Street, London”, l’indirizzo di Holmes nei racconti, chiedendo aiuto per risolvere dei misteri.

Io proseguo il giro sempre seguendo gli indizi tra gli scaffali dei libri. Il direttore non dice nulla. Anche lui ha una splendida lente d’ingrandimento personale. Nello scaffale di mezzo, trovo un titolo interessante: An Introduction to the Principles of Morals and Legislation. È di Jeremy Bentham e io ho un’illuminazione grazie al filosofo e giurista inglese vissuto tra il 1748 e il 1832 e considerato il principale fondatore dell’utilitarismo. La sua filosofia nasce dall’esigenza di individuare un criterio razionale con cui stabilire se un’azione, una legge o una scelta politica siano giuste oppure sbagliate. Secondo Bentham, il principio fondamentale della morale deve essere la ricerca della massima felicità per il maggior numero di persone.

Alla base della sua filosofia c’è l’idea che gli esseri umani siano guidati principalmente da due elementi: piacere e dolore. Le persone cercano naturalmente ciò che procura piacere e cercano di evitare ciò che provoca sofferenza. Per questo motivo, secondo Bentham, anche la moralità può essere valutata considerando le conseguenze delle nostre azioni. Un comportamento è positivo quando aumenta la felicità e diminuisce la sofferenza; al contrario, è negativo quando produce più dolore che piacere.

Da questa concezione deriva il principio di utilità. Per Bentham, non è sufficiente chiedersi se un’azione sia tradizionalmente considerata buona o cattiva: bisogna valutare concretamente i suoi effetti.

Questo principio può essere applicato anche alla politica e alla legislazione. Una buona legge, infatti, è quella che contribuisce al benessere della maggioranza dei cittadini. Il filosofo riteneva che le istituzioni dovessero essere giudicate in base alla loro capacità di migliorare concretamente la vita delle persone.

Bentham arrivò anche a elaborare un metodo per valutare piaceri e dolori, prendendo in considerazione elementi come la loro intensità, durata, certezza e diffusione. Questa impostazione mostra il suo tentativo di rendere la morale il più possibile razionale e misurabile.

Un aspetto particolarmente importante della filosofia di Bentham è dunque il rapporto tra individuo e società. L’individuo cerca la propria felicità, ma la società deve cercare di creare condizioni che permettano il maggior benessere possibile per tutti. Da qui deriva l’importanza che Bentham attribuisce alle riforme sociali e giuridiche.

L’utilitarismo di Bentham presenta però anche alcuni problemi. Se ciò che conta è la felicità della maggioranza, si potrebbe arrivare a giustificare una decisione che produce vantaggi per molti ma danneggia gravemente una minoranza. Questo problema solleva una domanda importante: è sempre giusto sacrificare gli interessi di pochi per ottenere il benessere di molti? La filosofia di Bentham, quindi, è molto attenta alle conseguenze delle azioni, ma può entrare in tensione con l’idea di diritti individuali che non dovrebbero essere violati nemmeno per aumentare la felicità collettiva.

Mi piace la comparazione tra Bentham e il pensiero woke. Nonostante Bentham non sia un positivista, perché non stabilisce un obbligo di obbedienza incondizionata al diritto vigente, ma attribuisce un valore al diritto solo in quanto esso è produttivo di felicità per il maggior numero di persone, il confronto filosofico sul tema tra Bentham e il pensiero woke funziona. Mostra una comune attenzione per la riduzione della sofferenza e il miglioramento della società, ma una diversa concezione della giustizia: Bentham la interpreta principalmente attraverso il criterio dell’utilità e della felicità collettiva, mentre il pensiero woke pone maggiormente l’accento sulle disuguaglianze, sulle identità e sui rapporti di potere.

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