L’opera “Mulierum Mores. Vita quotidiana della donna di una cittadina del Sud dall’Età moderna agli inizi del XX secolo”, frutto di un’imponente indagine archivistica, si instaura nel panorama storiografico contemporaneo come un saggio di microstoria e storia di genere di profondo respiro, il cui presupposto metodologico è chiaramente enunciato sin dalle prime pagine: la storia delle donne coincide, per larga parte, con la storia della loro subalternità al genere maschile. Tuttavia, lungi dal limitarsi a una narrazione vittimistica, il volume dimostra come le donne sarnesi abbiano esercitato un ruolo attivo e talvolta decisivo nei processi economici, sociali e politici della comunità. Attraverso la consultazione di documenti amministrativi, giudiziari ed ecclesiastici, l’autrice Gaetana Mazza si propone di restituire corpo e identità a quelle «ombre sfuggenti» che, per secoli, sono rimaste confinate nel silenzio delle fonti ufficiali, operando una ricostruzione sistematica per capitoli tematici della vita quotidiana femminile a Sarno tra l’età moderna e l’inizio del XX secolo.
Il testo muove dalla premessa della subalternità ontologica della donna rispetto all’autorità maschile, ma ne decostruisce immediatamente la passività. Dall’analisi delle fonti emerge come le donne abbiano influenzato in modo determinante lo sviluppo economico locale — dall’agricoltura al settore tessile ottocentesco — agendo come soggetti attivi nel circuito produttivo. Particolarmente originale è l’analisi della partecipazione politica. Lo studio del tumulto avvenuto durante il passaggio dalla monarchia borbonica a quella sabauda dimostra una consapevolezza ideologica che travalica il mero ambito domestico; la fedeltà ai Borboni manifestata da alcuni strati popolari invita a una riconsiderazione del ruolo femminile nei momenti di crisi istituzionale. Tale “resistenza” si esplicita ulteriormente nel fenomeno del brigantaggio post-unitario. Le donne, etichettate dalle autorità come “manutengole” o “drude”, non furono semplici gregarie, ma vere e proprie guerrigliere che, imbracciando il fucile e rinnegando il modello di “angelo del focolare”, prefigurarono forme di emancipazione ante litteram attraverso la condivisione di una vita di stenti e ribellione, pur all’interno di categorie e pratiche ancora estranee a una piena coscienza femminista.
Le istituzioni assistenziali e religiose – Monti di pietà, monasteri e conservatori – sono analizzate come spazi ambigui di protezione e, al contempo, strumenti di disciplinamento sociale.
Questi istituti di solidarietà, pur assolvendo a funzioni di sussistenza, agivano come bracci secolari di un controllo morale pervasivo: l’erogazione delle doti alle “fanciulle povere” era infatti subordinata a una certificata “onestà”, trasformando il sussidio caritativo in uno strumento di pressione comportamentale gestito in sinergia da Chiesa e Stato. In questo contesto, la gestione dei “proietti” e il sistema del baliatico svelano una dimensione economica della maternità. Il corpo femminile diventa parte di un circuito assistenziale dove il legame tra balia e trovatello, pur nascendo da una necessità di reddito, evolveva spesso in legami affettivi così profondi da indurre le nutrici a rinunciare al compenso per adottare legalmente i minori, trasformando il rapporto economico in una scelta di maternità consapevole. L’indagine dedicata al Monastero Domenicano e al Conservatorio di San Francesco Saverio illustra la transizione dai modelli educativi confessionali a quelli laici. La figura di Donna Giovannina Falciani, maestra primaria del primo Ottocento, emerge come un case study di straordinario interesse. La Falciani non incarna la nobildonna dedita alla carità, bensì la professionista consapevole: istruita, decisa e orgogliosa. Ella rivendica con forza il diritto a un equo compenso economico, denunciando la disparità di trattamento rispetto ai colleghi maschi. La sua lotta contro l’amministrazione comunale per il riconoscimento dei propri diritti lavorativi la connota come una «antesignana del movimento di liberazione femminile», capace di agire con “alterigia” e competenza in un mondo dominato da uomini.
L’opera conclude la sua analisi affrontando le zone d’ombra della marginalità sociale.
Attraverso il “Regolamento Cavour”, l’autrice descrive la trasformazione della prostituta in un “automa” istituzionalizzato, privata di identità anagrafica e confinata in una condizione para-monacale sotto rigido controllo poliziesco. Parallelamente, l’indagine sulle “pazze” svela come la psichiatria dell’epoca venisse utilizzata come strumento di segregazione per quelle donne che «deviavano dai modelli femminili codificati». Casi di conflitti coniugali o rifiuti della sottomissione venivano spesso diagnosticati come “fissazioni di mente”, conducendo all’internamento in strutture.
Mulierum Mores non si limita a una rassegna di eventi locali, ma offre una riflessione profonda sui mores, intesi come consuetudini e regole non scritte, che hanno governato l’universo femminile.
In tal senso, la ricerca dimostra che la donna è stata «protagonista nella storia, prima in maniera silenziosa con la prassi, poi, quando ha avuto la possibilità di accedere alle fonti del sapere, ne è stata artefice consapevole», scardinando definitivamente il pregiudizio della sua irrilevanza storica.

