In archivio, oggi sono in ritardo. Fa caldo e sono nervosa. All’ingresso un gruppo di persone osserva l’edificio e perdo tempo ad entrare dietro la fila. Mi infastidisce vedere che gli uomini siano tutti in giacca e cravatta e le donne indossino tanti gioielli. Nelle scale, mi saluta un uomo che non ho mai visto prima e mi urta vedere i suoi capelli perfettamente in ordine, mentre io ho i capelli attaccati alla nuca e sono completamente sudata. Sulla mia scrivania preferita, c’è una cartina politica e questo significa che è già occupata. La sedia è vuota, ma una pila di faldoni, matite sparse sul tavolo, un caricabatteria del telefono, una borraccia azzurra indicano che la persona sia già in piena attività. Con uno sbuffo, passo al tavolo successivo, ma voglio sapere l’origine del mio problema e perché il mio posto sia stato usurpato.
La cartina politica è l’Europa a cavallo tra XIX e XX secolo e io cambio umore. L’interesse storico assorbe tutto e io non penso a nient’altro. Amare il Medioevo e gli Ostrogoti non fa dimenticare che ogni tappa della Storia custodisce e prepara il futuro, pur non esaurendo lì il proprio significato. Un corretto approccio non può implicare una gerarchia valoriale tra diverse fasi storiche.
Mi siedo alla scrivania libera più vicina. La cartina sul mio tavolo preferito è al suo posto ed è facile intuire che l’interesse del ricercatore sia sul ruolo svolto delle monarchie rispetto all’evoluzione istituzionale dell’Europa. Dovrei cominciare a tirare fuori il materiale dal mio zaino, ma non ne ho voglia. Estraggo soltanto lo specchietto e mi viene in mente una frase. Rimango con il rossetto a mezz’aria. “La vanità delle cose mortali” lo dico ad alta voce e qualche vicino ricercatore si volta a guardarmi in malo modo. È un tema ricorrente nella produzione del XIX e dimentico di mettere il rossetto. Un tema legato all’opera dei fratelli Boito: Camillo, il fratello maggiore, è stato una delle figure più influenti e poliedriche della cultura italiana del secondo Ottocento e Arrigo Boito, uno dei protagonisti della cultura musicale e letteraria.
Sono convinta che la diseducazione sentimentale e sociale che Camillo Boito descrive con sicurezza in Storielle Vane sia collegata alla Storia delle Istituzioni Politiche. Oggi scelgo per me lo stesso palco dello spettatore di Camillo Boito, ma non voglio i suoi occhi disincantati e neppure ci tengo al distacco tra l’osservare e la realtà.
Il flusso di analisi scaturisce dalla cartina politica ancora nel mio posto preferito. Un’Europa a carattere prevalentemente monarchica, all’interno della quale i sistemi repubblicani rappresentavano ancora delle eccezioni, spesso estemporanee. Che differenza enorme rispetto al fenomeno democratico che esplode a partire del secondo dopoguerra.
Camillo Boito visse nell’Italia dell’Ottocento, durante e dopo il Risorgimento, un periodo di grandi cambiamenti. Diede un notevole contributo alla costruzione dell’identità culturale dell’Italia unita attraverso l’architettura, il restauro, gli studi artistici.
E il capolavoro Senso. È molto diverso dalle altre opere di Boito. Pubblicata nel 1883, la novella racconta della contessa Livia, una donna sposata che intreccia una relazione clandestina con il tenente austriaco Remigio Ruz. Livia non vive una situazione atta a rivelare se stessa, ma la sua personalità non è tale da appartenere alla razza pura degli «spettatori». La storia ha una struttura a cornice. Inizia con la contessa Livia Serpieri, una donna ancora bellissima a trentanove anni che si trova davanti allo specchio mentre l’ennesimo spasimante, il giovane “avvocatino” Gino, le fa una corte spietata. Livia gioca con lui con atteggiamento manipolatorio e cinico.
Per riassaporare e rinfrescare le sue passioni passate, la contessa decide di rileggere e completare il suo diario segreto (lo “scartafaccio”) in cui aveva annotato i drammatici eventi vissuti sedici anni prima (nel 1865, alla vigilia della terza guerra d’indipendenza).
Mi ha sempre emozionato il fattore temporale di Senso: nulla cambia in lei, a parte un lieve scadimento di bellezza e di ambizioni.
Riandando al passato con la memoria, non sa bene se prova «dolore o solletico», e parla di «bassezze» ma anche del suo spirito che «nell’umiliarsi si esalta». Alla Livia di allora, Remigio piace perché è «forte, bello, perverso, vile», ma gli rimprovera di non aver salvato un fanciullo in procinto di annegare e di non essersi comportato da gentiluomo in un duello.
Ammetto che la prima volta che lessi la novella, non riuscì a comprendere questi sensi. Remigio è statuario e attraente, ma è privo di qualsiasi principio morale. Invece di disprezzarlo, Livia è morbosamente affascinata. Sdegna gli amori giovanili all’insegna del sentimento e di programmarsi una condizione sociale adatta a soddisfare la vanità che la domina. Sposa un conte tirolese ricchissimo ma vecchio, noioso e molto più anziano di lei. Nel momento critico del tradimento di Remigio, è pronta a rappellarsi al codice della fedeltà e della rispettabilità con relativo sdegno e propositi di vendetta.
Eppure, il congegno boitiano appare chiaro: questi contrasti richiamano una rappresentazione ambivalente dei personaggi di Boito, resa in forma estremamente dettagliata. L’accostamento di termini opposti che in Storielle Vane, tutti i racconti svolge una funzione simile a quella del montaggio, permette di mettere in luce la realtà senza alterare l’aspetto oggettivo e apparentemente normale della pagina.
Sbagliato e troppo facile leggere soltanto Senso, occorre contemplare il flusso di pagine ricavate dai racconti: Un corpo, Dall’agosto al novembre, Baciale ‘l piede e la man bell e bianca, Tre romei, Notte di Natale, Una salita, Il maestro di setticlavio. La “lunga ricerca delle cose mortali” avrebbe un significato, pardon, un senso diverso.
L’usurpatore della mia scrivania preferita ha finito il lavoro di ricerca ed è uscito dall’archivio. Non faccio in tempo a spostarmi perché una donna con splendidi ricci neri passa e si siede. Rimango al mio posto e ripenso alle ultime parole contenute in Dall’agosto al novembre, ovvero la proclamata imperturbabilità dello scettico: «Il mio io, diviso in due parti, mi salvò. La metà dello spettatore contemplò la metà dell’attore e, mordendomi le labbra, seppi unire il mio riso a quello degli altri».

