Donne in archivio, sulle orme della storia con l’estasi della memoria

La pazienza e la oculata valutazione fanno parte della dolcevita archivistica

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La pazienza e la oculata valutazione fanno parte della dolcevita archivistica. Sono assorta nell’orizzonte della complessità delle fonti perché nella valutazione occorre considerare persino la durata incorporata in ciascuna. Fonti di lungo periodo sono i paesaggi agrari oppure i  paesaggi rurali. Al polo opposto, l’esempio di un atto dell’Amministrazione della Registratura e dei Demani del 9 novembre 1811: un prodotto di un lavoro umano svolto in un tempo breve. Eppure, esiste un insieme dei fatti culturali, politici, sociali, geografici che confluiscono nella formazione di quella fonte. Se non fossi in un luogo privo di finestre, sarebbe l’ora in cui il Sole tramonta per dare spazio alla sera e il cielo si riempirebbe da tante luci illimitate. Persino la notte sarebbe caduta su tutto senza fare troppo baccano perché negli archivi ci sono raccomandazioni precise di non disturbare, le ricerche hanno bisogno di silenzio. Soprattutto, la fragilità fisica della carta significa avere cura della conservazione e nella protezione delle carte sistemate in archivio.

Oggi, una splendida storica che mastica spesso dure caramelle per il mal di gola guarda sconsolata le file di volumi che ha richiesto e che stanno aspettando di aprirsi per parlare, per mescolare il sangue nelle carte. Si chiama Allegra e si volta per farmi un sorriso. Un giorno mi disse che il modo di essere donna cambia nel tempo, eppure lei ha l’immagine di una donna che ho già visto in altre epoche. Era Ipazia di Alessandria d’Egitto che guidava la scuola filosofica della città e preparava gli studi con le braccia lungo i fianchi e lasciava a bocca aperta con le sue predizioni, con le sue lezioni.

La mia amica Iris arriva accompagnata da uno sbuffo acuto perché non accetta di procrastinare e intanto compie strani gesti che rivolge a chiunque mentre spera di scalfire l’indifferenza altrui. Irisi scrive tanto e a me viene in mente la splendida Giulia Gonzaga e le sue centinaia di lettere che rimarranno private a lungo. In lei, vedo Giulia assieme alle donne del Circolo Napoletano. Verrà celebrata da Ludovico Ariosto, da Torquato Tasso, da Juan de Valdés. Giulia Gonzaga proiettata sul paesaggio che cambia colore: quando il tramonto è il momento più bello e si ha voglia di smarrire ogni direzione.

E io dove sono?

O tu, a cui spesso e silenzioso io vengo è una poesia che amo di Walt Whitman inserita nella raccolta di poesie Foglie d’erba: O tu a cui spesso e silenzioso io vengo, dove tu sei, per essere con te, / Quando io passeggio o seggo presso te, o resto con te nella stessa stanza, / Tu sai poco il sottile ed elettrico fuoco, che per amor tuo si agita in me.

Non posso farci nulla. Vorrei decidere il discorso partendo da lontano, in un messaggio a me stessa sforzando il ricordo. Vorrei essere Amalasunta, la figlia di Teodorico, la regina degli Ostrogoti. Una donna che ammiro per favorire la popolazione locale mentre assume la reggenza, data la minore età del figlio Atalarico.

Ma non lo sono. In questa guerra greco-gotica che mi ossessiona, io non sono Gota. Io sono Teodora, con angoscia e strane abitudini. Io vengo dalla mia amata Cipro dove sono nata intorno al 502 e sono una ballerina. Amo questa vita. Diventerò imperatrice a fianco a Giustiniano nel 527 in Santa Sofia. Sono bizantina e ho lo sguardo velato, perso in un immenso ricordo. I giorni non devono passare uguali.

In questo rincorrere la mia idea di Medioevo, devo tenere a bada le emozioni mentre sfoglio un libro del 1929 di Lujo Bassermann: degni di nota i provvedimenti di Giustiniano a tutela delle prostitute dallo sfruttamento dei lenoni, sembra per suggerimento dell’imperatrice Teodora.

Sono certa che sia stata una richiesta di Teodora. Lei avrà ringraziato con la danza dei tanti veli e Giustiniano non avrà distolto lo sguardo per godersi il momento.

Mi sarebbe arrivato alle spalle e sarebbe stato ancora una volta la perfetta corrispondenza tra noi.

Il primo a chiamarsi “sofista” fu lo stesso Protàgora ed è famoso il dialogo platonico Protagora: «Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono, in quanto sono, di quelle che non sono, in quanto non sono». Non esisterebbe una verità oggettiva valida per tutti, il che, però, non livella sullo stesso piano tutte le opinioni; infatti, mentre alcune sono utili e accettate generalmente, altre invece sono insolite e dannose. Il sofista cerca di insegnare e di persuadere i giovani a ritenere come vere e come buone quelle opinioni che sono generalmente accettate e utili ai più.

Mi alzo in piedi all’improvviso e le due ricercatrici nella sala sono sorprese dal vedermi con il viso rosso per l’emozione. Parlo ad alta voce: «Mi rincresce tanto, ma devo spiegare a te, Ipazia, e anche a te, Giulia, che io, qualche volta, mi sento Bizantina! È vero che io sono innamorata di Teia, l’eroe gotico che morirà nel 553, ma io amo anche Teodora! Amo il suo carattere di radicale rottura con il passato, le sue danze, la sua politica, la sua intera esistenza. D’altronde la distinzione tra la danza e la politica è tutt’altro che agevole».

Iris aspetta che finisca e prende la parola con un sospiro: «Qual è il problema di essere Teodora? A me piace l’opera Le donne al parlamento di Aristofane! È il riconoscimento della superiorità femminile! Le donne si insinuano, travestite da uomini, nell’assemblea popolare, e immediatamente, con la maggioranza ottenuta in questo modo, deliberano una nuova costituzione!»

Allegra raggiunge la scrivania dove ho sistemato i miei quaderni e solleva con fatica il libro che studio. Mi parla con gli occhi socchiusi in direzione delle carte: «Non importa che tu ti senta Bizantina, nonostante tu ami gli Ostrogoti! Non posso ricordare, ma io ero una nobile vedova romana e intorno al 350 decisi di trasferirmi a Gerusalemme. Decisi di trasformare la mia famiglia, il gruppo di parenti, i servi e gli schiavi in una comunità religiosa. Io ero Melania e con me nacque il primo monachesimo».

Mi sorridono entrambe e io sono fortunata ad averle incontrate. Donne che scelgono strade in salita e non possono dimenticare gli eventi passati. Donne che seguono quel ritmo amato della ricerca. Ricerca intesa come ritmo costitutivo delle vita, modello etico che richiede di vivere senza risparmio, fino all’ultimo istante, facendo crescere la propria identità, assolutamente individuale e che tuttavia si incontra spontaneamente con le altre. L’unica direzione possibile è qui: On the Road, passando attraverso l’estasi della memoria e con la libertà di amare.

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