Parliamo di Meridionalismo, ma state attenti. Perché io provo la rabbia di Croce nella lettera al direttore del Times nel 1945 dopo che l’Italia non venne invitata alla conferenza di San Francisco:
Ma davvero si pensa di trattare in questo modo un popolo, il popolo italiano, che — oltre ad aver inaugurato la moderna civiltà, cosicché (come diceva Leopardi) «la stampa d’Italia, invan superba con noi, l’Europa in ogni parte serba», — lottò un secolo intero per la sua indipendenza e libertà, e per sessant’anni amò e coltivò le conquistate istituzioni liberali, alla pari con ogni altro dei più liberi popoli di Europa, progredendo in ogni forma della sua vita, e che nella prima grande guerra mondiale fu a fianco dell’Inghilterra e della Francia, della Russia e degli Stati Uniti contro i tedeschi? Un popolo che nell’indebolimento e smarrimento e nevrosi generale seguiti a quella guerra, soggiacque bensì per un ventennio all’insidia e alla violenza di una fazione impadronitasi dei poteri e dei mezzi dello Stato, ma nel quale l’opposizione dei migliori non si lasciò mai domare e spegnere, e mantenne salda la sua antica fede, sostenendo carceri, confinamenti, esilii, privazioni e ogni sorta di danni e d’incombenti minacce?
Quanto piace la discussione sul Mezzogiorno alla politica. Osservo una vera confusione tra il fronte politico meridionalista e quello antimeridionalista. Il politico del Sud si trasforma e guarda all’ammontare dei finanziamenti. Scomparsa la linea meridionalistica, il pericolo maggiore è la creazione di schieramenti non duraturi e neppure omogenei, soltanto per l’alleanza a tempo che non ha interesse a risolvere i problemi del nostro Meridione.
Rifondazione politica del Meridionalista? Pare impossibile senza la passione di Fortunato, di Salvemini, di Gramsci e il nemico è l’antimeridionalista che non mostra il suo volto, che getta ombre sull’unità del paese e racconta le storielle intorno ai vecchi confini borbonici. L’interesse dell’antimeridionalista è spezzare l’unità del paese, persino in ambito locale.
Al politico meridionalista serve il carattere speciale di una persona dal forte entusiasmo e capace di sciogliere le grandi divergenze nell’azione meridionalistica.
Occorre escludere i politicautori, uomini pericolosi nel loro complesso: essi utilizzano gli indirizzi di politica economica e sociale scopiazzata dai grandi meridionalisti, ma senza conoscerne davvero la questione.
Occorre evitare i centristuzioni, che non comprendere il ruolo del Mezzogiorno. Scrive Giuseppe Galasso: L’Italia può camminare anche, come ha camminato, zoppa col Mezzogiorno depresso e arretrato, e non solo grazie al Mezzogiorno depresso e arretrato.
Non è facile snidare le forze antimeridionalistiche che si nascondono nella politica. Un politico antimeridionalista favorisce l’espansione indiscriminata dei consumi, l’assenza di linee di ristrutturazione territoriale, il sacrificio dei prodotti agricoli, ignora una politica del territorio efficiente che copre ogni campo, dalla geologia al turismo.
Un politico antimeridionalista può rimanere fermo per anni, in attesa. Non ha bisogno dell’azione, non prova un naturale istinto di rivolta, che è alla base delle sue parziali e incoerente contraddizioni. Si compiace del contatto con altri antimeridionalisti come lui: si forma nel contatto con idee, si adatta alle esigente della lotta politica e dell’azione contingente del momento.
L’antimeridionalista è in completa opposizione con la dottrina di Bakunin. Non ha concreti interessi di azione ed è privo di una coerenza intima. Può essere giovane, ma anche vecchio. Gli capita che le difficoltà si manifestino con una mancanza di misura e di equilibrio. Negli anni del soggiorno parigino Bakunin ha già elaborato l’embrione della sua concezione rivoluzionaria: il concetto di rivolta, come istinto innato dell’uomo, che, per raggiungere la propria libertà, deve appunto ribellarsi contro i valori morali tradizionali impostigli dalla società, il contenuto libertario e sociale della rivoluzione.
Essere meridionalista nel XXI secolo non è facile e occorre rigore e accuratezza nella ricerca, come una pagina sconosciuta di un libro già letto. L’esigenza di realizzare un cambiamento è comune a ogni cittadino: omogeneità negli obiettivi e mezzi da utilizzare, evitando di strumentalizzare i grandi Meridionalisti del nostro passato.
Mi sento vicina al pensiero di Michail Bakunin, uomo dalla corporatura gigantesca e dalla immensa energia. Sono contenuti che rendono irrequieta e aprono la mente: la libertà che può realizzarsi solo nella società e con la massima uguaglianza e solidarietà di tutti.
Piú profonda e piú ampia è la loro libertà, piú estesa, piú profonda e piú ampia diviene la mia libertà. Invece proprio la schiavitú degli uomini a porre una barriera alla mia libertà, o, che è lo stesso, è la loro bestialità a negare la mia umanità, perché, ancora una volta, io posso dirmi veramente libero solo quando la mia libertà, o, che è lo stesso, quando la mia dignità di uomo, il mio diritto umano, che consiste nel non obbedire a nessun altro uomo e nel determinare i miei atti in conformità con le mie convinzioni, mediate attraverso la coscienza ugualmente libera di tutti, la mia libertà e la mia dignità mi ritornano confermate dall’assenso di tutti. La mia libertà personale, cosí convalidata dalla libertà di tutti, si estende all’infinito.
Nella libertà si possono distinguere tre momenti di sviluppo, tre elementi, il primo dei quali è di carattere decisamente positivo e sociale: esso consiste nel pieno sviluppo e nel completo godimento di tutte le facoltà e potenzialità umane di ognuno realizzate attraverso l’educazione, l’istruzione scientifica e la prosperità materiale, tutte cose che l’uomo può acquisire solo con il lavoro collettivo, fisico e intellettuale, muscolare e nervoso, di tutta la società. Il secondo elemento o momento della libertà è negativo. È il momento della rivolta dell’individuo contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale.
L’antimeridionalista si coglie meglio negli effetti sulla società perché sa bene quanto sia complicato eliminare la tirannia sociale che domina. Bakunin sostiene che la rivolta contro l’influenza naturale della società è molto più difficile per l’individuo che non la rivolta contro la società ufficialmente organizzata, contro lo Stato. La tirannia sociale, che è spesso opprimente, gravosa e funesta, non presenta quel carattere di violenza imperativa, di dispotismo legalizzato e formale che è proprio dell’autorità dello Stato. La tirannia sociale non s’impone come una legge alla quale ogni individuo è obbligato a sottomettersi sotto la pena d’incorrere in una sanzione giuridica. La sua azione è piú dolce, insinuante, impercettibile, ma è anche piú potente di quella dell’autorità statale. Essa domina gli uomini con i costumi, le tradizioni, i sentimenti, i pregiudizi, le abitudini tanto della vita materiale quanto di quella dello spirito e del cuore, ossia con tutto ciò che noi chiamiamo opinione pubblica. Questa tirannia avvolge l’uomo sin dalla nascita, lo pervade, lo penetra e crea la base stessa della sua esistenza individuale; cosí che ognuno ne è in qualche modo, in misura maggiore o minore e spesso senza nemmeno sospettarlo, complice contro sé stesso. Da ciò consegue che, per ribellarsi all’influenza che la società esercita naturalmente su di lui, l’uomo deve almeno in parte rivoltarsi contro sé stesso, perché con tutte le sue tendenze e aspirazioni materiali, intellettuali e morali egli non è altro che il prodotto della società. Di qui l’immenso potere esercitato dalla società sugli uomini.
I Meridionalisti non possono considerare soltanto l’aspetto pratico, occorre elevarsi al di sopra di essi e risvegliare le certezze che credevano di sapere. C’è una consapevolezza del Sud che è ricerca e avvenimento decisivo. Coinvolgiamo ogni forza meridionalista che lega la società e la cultura e sarà chiara la visione di noi.

