Ci sono parole che, nel dibattito pubblico, finiscono progressivamente per perdere il loro significato originario e trasformarsi in formule rituali, buone soprattutto a sottrarre determinati temi al confronto nel merito. “Integrazione” è certamente una di queste.
È una parola importante, necessaria, persino decisiva in una società che cambia, ma proprio per questo dovrebbe essere sottratta alla retorica e ricondotta alla realtà concreta dei problemi, cosa alla quale la sinistra – questa sinistra – ama sistematicamente sottrarsi nell’assurda convinzione di attrarre consensi.
Il “riduzionismo”
dell’attuale sinistra
L’integrazione, se vuole essere davvero tale, non può consistere semplicemente nel collocare persone diverse nello stesso spazio e considerare così assolto ogni compito. Richiede strumenti, gradualità, organizzazione, risorse e soprattutto la capacità di riconoscere le difficoltà senza trasformare ogni rilievo critico in un’accusa di intolleranza.
La decisione del Governo Meloni di introdurre un limite del 30 per cento per la presenza, nelle singole classi, di studenti che non possiedano un’adeguata conoscenza della lingua italiana ha inevitabilmente riaperto una discussione che la scuola italiana conosce bene. La questione, tuttavia, viene spesso affrontata in termini impropri, quasi si trattasse esclusivamente di stabilire quanti studenti stranieri possano essere ammessi in un’aula. Il punto è diverso e riguarda anzitutto la possibilità concreta di “fare scuola” quando una parte significativa della classe non è in grado di comprendere con sufficiente padronanza la lingua nella quale vengono impartite le lezioni.
La prospettiva
dell’insegnante
È sufficiente provare a guardare il problema dalla prospettiva di un insegnante. In una classe di venti o venticinque alunni il docente è già chiamato a misurarsi con livelli di preparazione differenti, difficoltà di apprendimento, disabilità, bisogni educativi speciali, problemi familiari e sociali, fragilità sempre più diffuse e, non di rado, classi numerose nelle quali perfino la normale gestione quotidiana diventa complessa. Se a questo quadro si aggiungono cinque, sei o più studenti che comprendono poco l’italiano, o non lo comprendono affatto, magari provenienti da Paesi differenti e dunque incapaci persino di comunicare attraverso una lingua comune, la questione smette di essere ideologica e diventa inevitabilmente didattica.
Non esiste infatti alcun metodo pedagogico capace di cancellare il dato essenziale: la lingua è il principale strumento attraverso il quale passa l’apprendimento. Serve a comprendere una spiegazione, a leggere una consegna, a interpretare un testo, a formulare una domanda, a seguire una dimostrazione, a entrare in relazione con i compagni e con gli insegnanti. Non conoscere sufficientemente l’italiano significa dunque partire da una condizione di svantaggio che non può essere ignorata né risolta semplicemente affidandosi alla buona volontà del docente.
Quando in una classe la presenza di studenti con gravi difficoltà linguistiche diventa consistente, l’insegnante si trova davanti a un’alternativa tutt’altro che teorica. Può procedere secondo il programma ordinario, accettando però il rischio che una parte della classe resti sostanzialmente esclusa dalla comprensione; oppure può rallentare, semplificare continuamente il linguaggio, ripetere concetti, tradurre per quanto possibile, ricostruire significati e dedicare una parte crescente del tempo alla mediazione linguistica. In entrambi i casi emerge un problema evidente: non perché quegli studenti siano “di troppo”, ma perché la scuola viene chiamata a svolgere contemporaneamente funzioni differenti senza essere sempre dotata degli strumenti necessari per farlo.
La concezione astratta
della “nuova” inclusione
Il rischio, in queste condizioni, è che una concezione astratta dell’inclusione finisca per produrre l’effetto contrario a quello dichiarato. Lo studente appena arrivato in Italia può trascorrere mesi in una classe nella quale comprende solo frammenti di ciò che accade, accumulando ritardi e frustrazione; il docente è costretto a una continua opera di compensazione; gli altri alunni vedono inevitabilmente modificarsi tempi e modalità dell’attività didattica. Non si tratta di stabilire chi abbia più diritti, ma di prendere atto che un’organizzazione inefficiente può danneggiare tutti, compresi proprio coloro che si vorrebbe maggiormente tutelare.
Presto percorsi
individualizzati
È per questo che il tema non può essere liquidato contrapponendo meccanicamente “accoglienza” e “chiusura”. La vera integrazione non consiste nel fingere che le differenze di partenza non esistano, bensì nel mettere chi parte da una condizione di maggiore difficoltà nelle condizioni di colmare quella distanza. Un ragazzo che arriva in Italia senza conoscere la lingua ha bisogno innanzitutto di impararla bene e rapidamente. Ha bisogno di corsi intensivi, di mediatori linguistici, di percorsi individualizzati, di docenti aggiuntivi e di un accompagnamento che preceda e affianchi l’inserimento ordinario. È questa la politica seria dell’integrazione: non quella che nega il problema, ma quella che lo affronta.
Naturalmente anche il limite del 30 per cento presenta difficoltà applicative, soprattutto nei territori nei quali la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata e la distribuzione degli studenti fra istituti diversi non può essere realizzata con un semplice tratto di penna. La scuola è legata ai quartieri, alle distanze, alla mobilità delle famiglie e all’organizzazione complessiva dei servizi. Pensare che una percentuale, da sola, possa risolvere questioni così complesse sarebbe ingenuo. Ma riconoscere i limiti di una misura non significa negare l’esistenza del problema che quella misura tenta di affrontare.
La discussione dovrebbe dunque spostarsi su un terreno molto più serio: quali strumenti fornire alle scuole, quali risorse destinare all’apprendimento linguistico, come evitare la formazione di classi nelle quali la concentrazione di studenti non italofoni renda sempre più difficile l’attività didattica, come tutelare nello stesso tempo il diritto all’istruzione di chi arriva e quello di chi è già inserito nel percorso scolastico.
Continuare invece a evocare l’integrazione come una parola magica rischia di diventare il modo più comodo per sottrarsi a queste domande e a queste problematiche. È facile affermare che tutti devono stare insieme; assai più difficile è stabilire come fare in modo che quello “stare insieme” produca davvero conoscenza, relazione e crescita.
La scuola, prima ancora che un laboratorio sociale, è il luogo nel quale si insegna e si apprende. Se perde questa funzione, non integra nessuno ed anzi finisce per emarginare. E quando la parola integrazione viene utilizzata per giustificare assetti che rendono più difficile insegnare e più difficile imparare, allora smette di essere un obiettivo e comincia a diventare un alibi.
Un alibi rassicurante sul piano delle dichiarazioni di principio, ma assai meno convincente quando si varca la porta di un’aula.

