Per gran parte del Novecento la democrazia occidentale ha funzionato come un ECOsistema. Partiti, sindacati, giornali, associazioni, università, istituzioni e cittadini costituivano una rete complessa di equilibri in cui il potere era distribuito, negoziato e continuamente sottoposto a verifica. Un sistema lento e farraginoso, perfino frustrante. Ma possedeva una caratteristica fondamentale: nessuno di loro, preso singolarmente, poteva identificarsi con il sistema intero, ne era una parte e basta.
Ogni ECOsistema, però, ha un nemico naturale: il leader che considera ogni equilibrio costituzionale un ostacolo , e quel modello oggi attraversa una trasformazione profonda, la politica non ruota più attorno alle istituzioni ma alle personalità dei leader: insomma per dirla con don Luigi Ciotti “…è il passaggio da un ECOsistema democratico a un EGOsistema, nel quale le istituzioni cessano di essere il fine e diventano il mezzo per raggiungere fini personali…”. A monte c’è un atteggiamento mentale e psichico: entrando in casa d’altri, ci sono persone che osservano un quadro e chiedono chi lo abbia dipinto. Altre domandano quanto sia costato. Poi ci sono quelle a cui non frega nulla e che, varcata la soglia, cominciano a prendere a martellate il quadro e tutto ciò che gli sta intorno; poi rimpiazzano il tutto con un quadro, mobili e soprammobili scelti da loro. È una metafora, ovvio, ma mica tanto. Ecco questo tipo di persona appartiene alla categoria che io definisco “iconoclasta”. Parola bellissima, colta e desueta, ormai confinata ai cruciverba e alle lezioni di storia dell’arte: L’iconoclasta era colui che rompeva idoli e/o immagini sacre. L’iconoclasta moderno è qualcosa di ancora più diverso. Non rompe gli idoli: rompe i piedistalli degli idoli. L’idolo può rimanere in piedi, deve poter dire che lo rispetta, basta che non sia più alto di lui. Negli ultimi vent’anni gli iconoclasti hanno parlato lingue diverse, governato Paesi diversi e rappresentato culture politiche perfino opposte. Ma li accomuna una convinzione: il problema non è la democrazia –tutti si dicono democratici–ma i limiti che le istituzioni impongono al potere stesso.
Le istituzioni, che seccatura!
La seccatura delle istituzioni è la loro consuetudine di ricordare ai leader che esistono anche loro. Il Parlamento discute. I giudici interpretano la Costituzione. I governatori decidono autonomamente. La stampa fa domande: Fastidi e perdita di tempo per l’iconoclasta: sono tutti incapaci se non corrotti… come chiunque osi ricordare che -in democrazia- ci sono limiti anche per lui.
Ecco il dramma. Per un certo tipo di leader la democrazia non è un sistema di pesi e contrappesi. È una contrarietà. Tal quale a uno che va a comprare una Ferrari e scopre che ci hanno montato i freni: è un dispositivo di sicurezza, o un’intollerabile limitazione del diritto di accelerare? Dipende. Se siete un automobilista, ringrazierete l’ingegnere. Se invece alimentate il culto della vostra infallibilità, penserete che i freni siano stati inventati da un complotto dell’industria dei paraurti.
La democrazia funziona esattamente allo stesso modo: i freni sono il Parlamento. L’ABS è la magistratura. Gli airbag sono la Costituzione. La cintura di sicurezza è la stampa libera. Il navigatore GPS è la burocrazia, tanto odiata perché continua a ricordare che esistono strade in cui non si può entrare. Per l’autocrate tutto questo rappresenta un difetto di fabbrica del sistema, non suo.
L’uomo che non deve chiedere
Per il cittadino è questo precisamente il motivo per cui preferisce vivere in una democrazia. L’iconoclasta, in fondo, sembra vivere un’esperienza molto simile a quella di un bambino di sei anni che riceve un sofisticatissimo trenino elettrico e dopo cinque minuti decide che il problema siano i binari. Perché seguire un percorso prestabilito quando potrebbe farlo andare dovunque? La risposta è semplice: senza binari il treno smette di essere un treno e diventa un evento imprevedibile. E la politica attuale sembra sempre più affascinata dall’imprevedibilità. Viviamo nell’epoca dell’uomo forte. Quello che decide, che comanda, che fa a tutti i costi…e i casini che seguono sono sempre colpa altrui.
L’uomo forte è una figura curiosa e nello stesso tempo paradossale. Detesta la burocrazia finché non nomina i propri fedelissimi, proni e stupidi al punto giusto, odia le istituzioni finché non possono essere occupate, disprezza le regole finché non scopre che possono essere riscritte. In realtà non è contro il potere… è contro il fatto che il potere debba essere condiviso anche con altri.
Ed è qui che l’iconoclastia diventa qualcosa di diverso. Non è più la distruzione degli idoli. È la demolizione dell’ECOsistema che in democrazia funziona come una foresta: gli alberi più alti non impediscono al sole di raggiungere il sottobosco, anzi lì crescono piante che adorano la penombra. Le radici si intrecciano tra loro, gli organismi si limitano reciprocamente e perfino i predatori hanno un ruolo. Tutto appare complicato, ma è proprio questa complessità a renderlo stabile nel tempo.
L’EGOsistema, invece, è molto più semplice. Al centro c’è un solo organismo. Tutto il resto esiste nella misura in cui serve allo scopo. Non ci sono contrappesi. Ci sono solo accessori e gingilli umani. Non esistono istituzioni. Esistono strumenti. La differenza è enorme. L’ ECOsistema sopravvive anche quando cambia il capo. L’EGOsistema muore non appena il capo starnutisce.
Forse è per questo che l’Iconoclasta sembra provare una specie di insofferenza allergica verso ogni limite. Ogni volta che qualcuno gli ricorda che esiste una Costituzione, reagisce come quando al ristorante il cameriere lo avverte che il menù non prevede caviale. È inaccettabile? No, è il menù del ristorante. E quel ristorante si chiama “Costituzione”.
Il Museo della democrazia
La tentazione dell’iconoclastia accompagna il potere da millenni. Ogni sovrano, ogni dittatore ha sempre sognato la stessa cosa: un mondo in cui nessuno dicesse mai NO. Le democrazie sono così irritanti! Sono fabbriche di NO: questa legge viola la Costituzione; questa decisione richiede il voto del Parlamento; questa spesa deve essere autorizzata: NO,NO, NO… è un fastidio. È un sistema costruito per impedire che una sola persona trasformi l’umore del proprio intestino nella legge del giorno. Eppure è proprio quel fastidio che separa la democrazia dalla dittatura. E allora dovremmo davvero aprire un Museo della Democrazia, dove all’ingresso, un elegante cartello in ottone ammonirebbe i visitatori: “Si prega di non toccare le Istituzioni”.
Nella prima sala troveremmo la Costituzione, accuratamente restaurata dopo decenni di tentativi di reinterpretazioni. Nella seconda il Parlamento, esposto con tutti i suoi difetti originali: lunghe discussioni, emendamenti, mediazioni, compromessi e qualche crisi di sonno. Una guida spiegherebbe ai visitatori più giovani che sì, la democrazia perde tempo, ma lo perde volutamente, perché la Storia insegna che le decisioni prese troppo in fretta a volte si trasformano in catastrofi. La terza sala ospiterebbe la Magistratura, sempre sotto la lente d’ingrandimento e nella quarta sala ci sarebbe la Stampa libera, quella irritante con documenti e prove alla mano, quella che se non ti infastidisce non fa il suo lavoro, quella che continua ostinatamente a fare domande.
Poi si arriverebbe alla Sala principale. Al centro, illuminato come il più prezioso dei reperti archeologici, dentro una teca di cristallo, ci sarebbe un enorme martello. Accanto, una semplice targhetta. «Oggetto appartenuto a un celebre iconoclasta del XXI secolo» e sotto, una nota del curatore. “Per fortuna la democrazia aveva già inventato la Teca in Cristallo Costituzionale Stratificato™, certificata per resistere a urti, populismi, narcisismi, personalismi e improvvisi accessi di onnipotenza”
E forse è questa la definizione più semplice della democrazia. Non il governo dei migliori. Non il governo perfetto. Ma un sistema che continua a costruire teche di Cristallo Costituzionale intorno alle istituzioni, essendo cosciente che prima o poi arriverà sempre qualcuno convinto di avere trovato il martello definitivo.
Salvo poi scoprire che il problema non era il vetro. Era la democrazia, che aveva avuto la lungimiranza di costruire la Teca in Cristallo antisfondamento, perché la democrazia, a differenza degli iconoclasti, ha un vantaggio: conosce la Storia. E la Storia le aveva già raccontato tutto.

