Brexit, quando la nostalgia diventa un programma economico

L'Unione Europea non è perfetta ma dimostra che la sovranità si pesa a numeri e che bisogna pesare abbastanza da poter influenzare le regole del gioco

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Non ne sentivamo la mancanza ma, periodicamente, spuntano nuovi politici per i quali per ritrovare prosperità e sovranità, all’Italia basterebbe uscire dall’UE, rispolverare la moneta italica e – ovviamente – mandare a casa i migranti… Facile no? La cosa sorprendente è che queste fantasie economiche – ormai screditate dai fatti – non nascano nei dopolavoro o nei Bar dello Sport, ma nel luogo dove c’è gente che, per contratto, dovrebbe conoscere i rudimenti dell’economia internazionale. Eppure, con la puntualità delle zanzare di maggio, ecco che rispuntano a riproporre la solita ricetta: “Via dall’Europa, via i migranti, padroni a casa nostra, facciamo come il Regno Unito…”

Ecco, proprio come il Regno Unito: eppure ce l’hanno davanti al naso, la Brexit è stata il più grande esperimento politico/sociale/economico d’Europa. Non è più una chiacchiera da salotto, tantomeno una teoria da convegno accademico, è un esperimento scientifico studiato dall’Università del King’s College London in collaborazione con il centro di ricerca indipendente “UK in a Changing Europe” e con altri istituti britannici, che ne hanno misurato gli effetti economici, sociali e politici. Questi studi convergono nel ritenere che la Brexit…non abbia prodotto i benefici economici e commerciali promessi durante la campagna referendaria”. Cos’altro dovevano dire per evitare di usale la parola “fallimento”?

La più grande invenzione del marketing: il sovranismo

La locuzione sovranità è il termine di marketing più riuscito del nuovo secolo. Evoca orgoglio nazionale, indipendenza, libertà di tradizioni. Ti fa proiettare all’orizzonte uomini illuminati ed eroici che guidano popoli, tipo Churchill che fuma il sigaro guardando la Manica o Garibaldi con un Toscano in bocca che attraversa lo Stretto… ma poi arriva la Realtà che è una signora molto poco romantica. Il sovranismo britannico in questi 10 anni ha scoperto che uno smartphone ha componenti fatti in diversi Paesi, che la Land Rover costruita a Birmingham è proprietà di indiani e che perfino Rolls-Royce fa motori di aerei con una filiera internazionale. Tutto è GLOBALE: catene del valore, mercati finanziari, piattaforme industriali e digitali… e perfino i problemi, come pandemie e dazi commerciali. Oggi sbandierare sovranità è patetico, è come pretendere di voler correre in Formula 1 a Silverstone scegliendo i cavalli giusti da attaccare alla carrozza, se bianchi o bajo. È un paradosso, tuttavia fanno qualcosa di simile: Tanti Stati diventano sempre più piccoli rispetto alle grandi BigTech -alcune hanno fatturati superiori al PIL di molti di essi- ma c’è sempre qualche sovranista che propone di rendere il proprio Stato ancora più piccolo ed isolato dal mondo, uscendo dalla UE e ristampando la vecchia moneta. Questa è nostalgia, non un programma economico.

Il giorno dopo gli slogan

Il referendum del 2016 fu presentato come una liberazione. Fuori dall’UE i sovranisti del Regno Unito, avrebbero deciso da soli. Niente più burocrazia di Bruxelles. Niente più vincoli. Niente più compromessi. Ma non avevano fatto i conti con la realtà, che aveva letto un altro copione. Con la Brexit non avevano considerato che uscire da un mercato integrato come l’UE non significava eliminare le regole. Significava anzi doverle riscrivere tutte daccapo. Ogni accordo commerciale ha dovuto essere rinegoziato. Ogni procedura amministrativa è diventata più complessa. Per fare quei 35 Km della Manica per esportare verso la UE, ha richiesto nuovi controlli, nuovi certificati e nuovi costi e la burocrazia europea è stata sostituita dalla burocrazia britannica. Prima era libera e condivisa da ventisette Paesi; ora era tutto a carico di uno solo, con un malloppo di adempimenti da fare ogni volta che si voleva esportare.

I sostenitori della Brexit assicuravano che il Regno Unito avrebbe rapidamente stretto accordi commerciali migliori della UE con il resto del mondo. Peccato che gli accordi commerciali non siano incontri veloci su Tinder. Il King’s College London ha provato che sono stati necessari anni di negoziati, compromessi e concessioni dovuti ad un peso negoziale minimo. Ecco il punto che i sovranisti continuano a non vedere: quando un Paese negozia da solo, pesa poco. È matematica non un’opinione. Nella negoziazione internazionale la dimensione conta. Molto. In ambito internazionale il Regno Unito continua a pensarsi come un impero quando ormai è solo una media potenza commerciale. Ahimè, i mercati non leggono i libri di storia.

Il prezzo dell’orgoglio

E c’è di più, ma se ne sono accorti tardi: La Brexit ha trasformato la politica in un laboratorio permanente di instabilità: i continui problemi derivanti da essa e i risultati che non arrivavano, hanno abbattuto quattro primi ministri in pochi anni. Theresa May consumata dai negoziati. Boris Johnson travolto dalle sue frottole. Liz Truss rimasta in carica meno del tempo di un buon sigaro con Gin e il povero Rishi Sunak, incaricato di mettere una pezza alle fandonie dei sovranisti… e finito nei guai. Come se non bastasse, la Brexit ha rimesso in discussione perfino l’unità del Regno Unito. In Scozia l’indipendentismo ha ripreso forza, mentre il confine irlandese è diventato il rompicapo politico che tutti avevano finto di non vedere durante la campagna referendaria… Perché tutto questo? Ma perché dopo l’agognata Brexit arrivò l’economia. Che ignora gli slogan. Anzi se ne frega proprio: i camion dovevano passare le frontiere. Le imprese dovevano esportare. Gli ospedali volevano gli infermieri. Le aziende agricole dovevano raccogliere i prodotti.

L’economia vuole che le merci arrivino in orario e con la Brexit emersero problemi di carenza di manodopera, difficoltà logistiche, costi amministrativi aggiuntivi e nuovi ostacoli per migliaia di imprese esportatrici, tanto che diverse banche e finanziarie preferirono passare la Manica, ma c’era di più…

L’economia reale non legge i manifesti elettorali

Molti pescatori che avevano sostenuto con entusiasmo l’uscita dall’Unione Europea, hanno scoperto, che vendere pesce fresco in UE era diventato un pasticcio. Perfino i musicisti britannici hanno scoperto che fare tournée in Europa non era più una semplice questione artistica. Le università hanno perso l’accesso a programmi come Erasmus. Il sistema sanitario ha continuato a fare i conti con la difficoltà di reperire personale: nessuna catastrofe immane, ma un costante logorio, un po’ come avere breccioline nelle scarpe, ti consentono di passeggiare ma non ti fanno correre. E allora, il vero problema non è la Brexit ma la nostalgia che pretende di vendere il passato come se fosse il futuro. “Quando c’era la Lira…” “Quando decidevamo da soli…” Oggi la competizione si gioca tra grandi blocchi economici e geopolitici. Da una parte gli Stati Uniti. Dall’altra la Cina e l’India, con il suo peso demografico ed economico crescente. Pretendere che una media potenza europea possa affrontare da sola questi giganti è un’idea che fa assomigliare il fatto più a un libro di Harry Potter che ad un progetto di geopolitica. Il mondo del 2026 non è quello del 1986. Spacciare il sovranismo per una strategia economica significa confondere la nostalgia con la geopolitica. Perché il punto nel XXI secolo non è essere sovrani, il punto è contare davvero.

Per dare un’idea delle proporzioni: l’Unione Europea rappresenta circa 450 milioni di consumatori. Il Regno Unito poco più di 68 milioni. Quando vai a negoziare un accordo commerciale, non ti ascoltano per la poesia di Shakespeare o per scoprire se gli Scozzesi sotto il Kilt portano i mutandoni. Ti ascoltano per la dimensione del mercato che puoi offrire. Pensare di affrontare il mercato mondiale con una moneta nazionale e qualche barriera doganale, è come voler sfidare Sinner dopo una decina di lezioni di tennis fatte col maestro del dopolavoro.

L’immigrazione è un fenomeno economico

L’Unione Europea è perfetta? Certo che non lo è! Ha una burocrazia irritante, processi decisionali lenti e compromessi che sembrano scritti da un notaio di notte. Ma dimostra una cosa molto più importante. che la sovranità si pesa a numeri, bisogna pesare abbastanza da poter influenzare le regole del gioco. Perché puoi anche uscire dalla stanza sbattendo la porta, ma il mondo continuerà comunque a decidere, ma senza di te. Oggi si misura tutto con il peso economico, la tecnologia, la ricerca scientifica, il mercato che rappresenti. Per cui piuttosto che isolarsi occorre sedersi al tavolo dove si prendono le decisioni. Questo l’hanno scoperto i Britannici quando -esaltati- hanno mandato via gli stranieri… Quando poi hanno scoperto che non avevano lavoratori per coprire camionisti, badanti ed infermieri europei andati via, hanno dovuto riaprire canali d’ingresso e questa volta per lavoratori dall’Asia, Africa e altro. La tanto celebrata chiusura delle frontiere ha dimostrato che l’immigrazione, prima ancora che un tema identitario, è un fenomeno economico. Con gli slogan puoi fermare un comizio, non un raccolto: Il sovranismo non raccoglie le fragole del Kent.

Fonti di studio per approfondire:

  1. Jonathan Portes (King’s College London), The Economics of Brexit: What Have We Learned, CEPR Press / UK in a Changing Europe, 2022.
    Link: The Economics of Brexit: What Have We Learned (King’s College London)
  2. UK in a Changing Europe – The Brexit Scorecard (2019).
    Link: The Brexit Scorecard (King’s College London / UK in a Changing Europe)
  3. King’s College London – New research finds UK investment up to 18% lower as a result of Brexit (3 dicembre 2025). Studio condotto con ricercatori della King’s Business School, della Bank of England, della Stanford University e della University of Nottingham. Conclude che la Brexit ha ridotto il PIL britannico, gli investimenti, l’occupazione e la produttività rispetto allo scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’UE. Link: New research finds UK investment up to 18% lower as a result of Brexit
  4. UK in a Changing Europe – Centro di ricerca indipendente del King’s College London.
    Link: UK in a Changing Europe – sito ufficiale
  5. Office for Budget Responsibility (OBR). È l’organismo indipendente che vigila sui conti pubblici britannici e, negli ultimi anni, ha più volte stimato che la Brexit ridurrà nel lungo periodo il livello del PIL britannico di circa il 4% rispetto allo scenario di permanenza nell’UE.

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
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