Dove sono gli architetti del futuro? Il mondo non sa più dove andare

Non si vedono all’orizzonte un Roosevelt, un Gorbaciov, un Mandela, un Gandhi, una Eleonore Roosevelt, che pochi ricordano quanto sia stata fondamentale nella nascita della Dichiarazione universale dei diritti umani. Occorrono uomini e donne di visione e d'ingegno, capaci di tornare a progettare. Gestendo solo l’emergenza non si va più lontano del naso.

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Non sono un politologo e non ho intenzione di diventarlo. Però, per una curiosa combinazione del destino, dal 2022 sono in una ristretta chat di colleghi giornalisti, con qualche economista e analista politico, che vivono sparsi tra America, UE, Russia, Israele, Corea del Sud, Arabia Saudita, etc. Una chat molto stimolante, piena di dubbi e senza leoni da tastiera (quelli che sanno sempre tutto), fatta da gente di pensiero laico che spesso critica la politica dei propri governi. È proprio questo l’aspetto più interessante: Americani imbarazzati da Trump. Russi che ce l’hanno con Putin. Israeliani che considerano insopportabile quello che sta accadendo a Gaza, Sauditi che ragionano fuori dai soliti schemi islamisti, etc.

Tutti questi punti di vista messi insieme svelano un disorientamento generale e mettono le basi per un quesito sociologico a cui si fa fatica a rispondere: “ma dove cavolo stiamo andando?. Anche perché dietro c’è qualcosa di ancora più inquietante, perché nonostante Auschwitz, Hiroshima, Corea, Vietnam, Cecenia, Georgia, Iraq e oggi Gaza… il mondo sembra periodicamente riavvolgere il nastro dei propri fallimenti. Come se bombe, eserciti e annientamenti potessero risolvere conflitti, come se avessimo dimenticato che una guerra non costruisce la pace che viene dopo.

Forse per questo, in chat molti trovano attuale la strada indicata da Leone XIV: la diplomazia, il dialogo, la ricerca di una soluzione negoziale. Certo, non è una strada spettacolare ma forse è l’unica, per cui condivido con voi, in sintesi estrema, alcune riflessioni di questa chat che ormai gira il mondo.

L’Iran non è più soltanto l’Iran

Prendiamo quello che sta accadendo con l’Iran. Trump dopo aver constatato che le bombe non sono bastate, ha scelto di aumentare la pressione economica su Teheran, arrivando a minacciare anche i Paesi che commerciano con l’Iran. È il sistema noto come strangolamento: se non riesci a piegare un avversario sul campo, prova a rendergli economicamente impossibile continuare a vivere.

È come quando una Legione romana circondava una fortezza dalle alte mura. Bisognava solo aspettare. Ma l’Iran non è una fortezza e nemmeno un’isola sperduta nell’Oceano. Il suo petrolio interessa soprattutto alla Cina. E la Cina non ha nessuna intenzione di accettare tranquillamente che Washington stabilisca chi può commerciare con chi. A quel punto la cosa diventa una questione tra Stati Uniti e Cina. E quello che sembrava solo mediorientale diventa un altro pezzo della mutazione dell’ordine mondiale. È questo che preoccupa: non la singola crisi, ma la connessione tra le crisi.

La stessa cosa accade in Ucraina

Da anni guardiamo alla guerra russo-ucraina come a una vicenda separata. Ma Russia contro Ucraina, significa ormai anche Occidente contro Russia. E qui la storia diventa più grande. L’Europa ormai sa che la propria sicurezza non può più essere garantita dagli Stati Uniti, perché -al di là delle esternazioni di Trump- gli Stati Uniti hanno problemi interni enormi, più profondi di quanto traspare.

La Russia poi ha scoperto che può sopravvivere a una quantità di sanzioni impensabili. L’Ucraina è diventata un laboratorio di una guerra tecnologica nella quale droni, satelliti, intelligenza artificiale, missili e guerra elettronica hanno assunto un’importanza che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: tutti sperimentano sulla pelle dell’Ucraina, anche noi europei impariamo da questa guerra. La Cina osserva. Non necessariamente per intervenire. Per capire. Per prepararsi. Pechino guarda all’Ucraina anche come a una possibile lezione per Taiwan: come si resiste a un’invasione? Quali tecnologie funzionano? Quanto può durare una guerra moderna? E quanto può costare all’invasore? Ecco un’altra forma di sperimentazione: un laboratorio sociologico per eventuali invasioni future.

 Gaza ha cambiato molto nell’immaginario collettivo

Poi c’è Gaza. Qui evito di entrare nella contabilità degli orrori condividendo ciò che mi hanno scritto in chat colleghi israeliani… ma su Gaza però c’è una cosa ormai chiara a tutti: l’Occidente non ha più credibilità. Per decenni abbiamo raccontato al mondo che esisteva un ordine basato su regole internazionali. Che i confini non si cambiano con la forza. Che i civili devono essere protetti. Che il diritto internazionale non è un optional. Poi una parte del mondo ha documentato ciò che accade a Gaza e vede gli Stati Uniti utilizzare il diritto di veto per bloccare risoluzioni sgradite a Israele…

Il problema quindi non è soltanto ciò che pensano gli arabi, lo sento dire in chat da alcuni colleghi israeliani. È questo che mi colpisce: persone che pur non mettendo in discussione il diritto di Israele a esistere e a difendersi, sono fortemente critiche verso Netanyahu e si pongono una domanda: ma cosa ci sta facendo diventare? Addirittura uno si è chiesto “Siamo come i Nazi?”. E non è una domanda geopolitica, è una domanda identitaria.

La stessa inquietudine, diverse culture

La cosa curiosa delle discussioni nella chat è che, alla fine, le differenze rimangono. L’americano guarda il mondo con gli occhi americani. Il russo con quelli russi. L’israeliano con quelli israeliani. L’europeo con quelli europei.

Non arriviamo necessariamente alle stesse conclusioni. Ma emerge qualcosa che attraversa le nostre differenze: nessuno sembra più avere un’idea convincente di dove stia andando il mondo. E forse è questa la vera novità. Per gran parte della nostra vita abbiamo vissuto dentro una certezza: Il mondo sarebbe diventato sempre più globalizzato. Il commercio avrebbe collegato i Paesi. La tecnologia avrebbe avvicinato le persone. Le guerre sarebbero diventate follemente costose e le istituzioni internazionali avrebbero lentamente sostituito la legge del più forte. Non era un’idea pazza.

Per diversi decenni ha funzionato bene. Poi qualcosa si è rotto.

L’interdipendenza: da strumento di pace ad arma di ricatto

La globalizzazione ci aveva assicurato che essere interdipendenti significava essere più sicuri. Oggi stiamo scoprendo il contrario. L’interdipendenza diventa una vulnerabilità. Il petrolio è una vulnerabilità. I semiconduttori sono una vulnerabilità. I porti sono una vulnerabilità. I cavi sottomarini sono una vulnerabilità… Per trent’anni ci siamo raccontati “più siamo interdipendenti meno ci facciamo guerra…” Ora stiamo scoprendo “Più siamo interdipendenti più ci possiamo ricattare

È una trasformazione enorme. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma allora tiriamo dritti verso la Terza guerra mondiale?!?! Nella chat su questo ragionamento siamo quasi alla pari, 48% per il SI e 52% per il NO… Io non ne sono convinto, anche perché penso che siamo in una guerra “sui generis” già da un bel po’, è cominciata economica e continua con missili e droni. Le grandi potenze sanno che una guerra nucleare sarebbe una catastrofe per tutti. Ma non sanno vivere in pace.

Forse assisteremo a qualcosa di diverso: una sorta di guerra fredda multipolare. Non più i tempi andati di Stati Uniti v/s Unione Sovietica… Ma Stati Uniti contro Cina, con la Russia che cerca di recuperare il proprio spazio imperiale, l’India che gioca la propria partita, l’Iran che difende la propria influenza regionale, la Turchia che cerca di costruire una propria centralità… e in mezzo, tante guerre periferiche. Ucraina, Medio Oriente, Mar Rosso, Africa, e con Taiwan come possibile detonatore.

Non una guerra mondiale quindi, ma una competizione mondiale permanente, a pezzi e a rate. Continueremo a vivere, andare al mare e forse ci abitueremo a stare peggio.

 … E gli architetti del futuro?

Forse la vera domanda che dovremmo farci dal punto di vista sociologico, non è se scoppierà la Terza guerra mondiale, ma cosa succederà quando la pace smetterà di essere la condizione normale. Perché è questa la vera trasformazione culturale alla quale stiamo assistendo. Per la mia generazione la pace era un fatto naturale. Potevano esserci guerre, certo. Ma erano “laggiù“, lontane: in Africa, in Asia.

Qui da noi la globalizzazione avrebbe progressivamente ridotto le distanze. L’Europa avrebbe reso impensabile una nuova guerra in Europa. Le istituzioni internazionali avrebbero fatto da arbitro… Oggi nessuna di queste certezze è inattaccabile. È questo il timore che sento in chat specie tra russi, americani e israeliani. Non la paura di una bomba, ma la perdita di una direzione. Ogni Paese ha un progetto per sé, ma nessuno sembra avere un progetto per il pianeta.

Mancano gli architetti del futuro: non si vedono all’orizzonte un F.D. Roosevelt, un Gorbaciov, un Mandela, un Gandhi… o una Eleanor Roosevelt, che pochi ricordano quanto sia stata fondamentale nella nascita della Dichiarazione universale dei diritti umani. Occorrono uomini e donne di visione e d’ingegno, capaci di tornare a progettare il futuro. Gestendo solo l’emergenza non si va più lontano del naso.

La Storia ha già dimostrato più volte di essere capace di sorprenderci. Ciò che oggi sembra irreversibile può cambiare rapidamente. Io non penso che domani arriverà la catastrofe, però ho timore che potrebbe accadere qualcosa di più subdolo: la normalizzazione dell’instabilità e che, quasi senza accorgercene, ci si abitui al peggio.

E la domanda fondamentale resta aperta: chi sta progettando il mondo che verrà dopo?

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
Se, alla fine di un articolo, vi ritrovate con una domanda in più e una certezza in meno, allora il tempo che ci ho perso è stato speso bene.

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