C’è un errore che per anni l’Europa ha commesso (quasi) in buona fede: pensare che il proprio modello fosse il punto d’arrivo della Storia: pace, commercio, diritti, cooperazione economica. Dopo il 1945 sembrava funzionare tutto. E infatti, dentro i confini europei, ha funzionato davvero. Ma il mondo esterno non è Europa. È rimasto combattivo, duro, strategico e per certi versi ancorato a presunte glorie passate in mancanza di soddisfazioni nel presente. Mentre l’UE costruiva regole, welfare e mercato unico, gli USAcorrevano dietro al petrolio con il dominio tecnologico e militare, la Cina costruiva infrastrutture globali, filiere industriali e influenza geopolitica e la Russia -ancorata ai vecchi fasti del XX secolo- puntava tutto su nazionalismo, sicurezza e su un sistema economico basato quasi esclusivamente su gas e petrolio.
Il grande freno europeo: un “insieme sparpagliato”
La UE scelse di dipendere dagli USA, e questa dipendenza non è stata solo militare, è stata psicologica, culturale, delegante: Difesa? Washington. Sicurezza? Washington. Cloud, software, piattaforme digitali? Silicon Valley. Ordine monetario? Dollaro. Questo ha permesso per decenni all’Unione Europea -un insieme di Stati “ognuno per sé e Dio per tutti”- di costruirsi come spazio morale: diritti, welfare, concorrenza, vincoli ambientali, mediazione diplomatica. Un modello artificioso ma bello da vedere: civile, funzionante, avanzato dal punto di vista democratico… e profondamente dipendente da “zio Tom” che si occupava della forza. Quindi l’UE poteva essere serena ed investire nell’Etica. Il problema è che oggi il mondo è tornato competitivo. E la competizione non si governa avendo un bel posto, democratico e libero, dove vivere bene, dove sono regolate perfino la curvatura delle banane e la lunghezza dei cetrioli. Per anni l’Europa ha pensato che il mercato unico fosse sufficiente, che l’integrazione economica avrebbe prodotto automaticamente anche integrazione politica. Non è successo, perché il mercato crea interdipendenza, non potere. Senza potere, l’interdipendenza fa diventare imbelli, rilassati e deboli.
L’Europa si sta trasformando
Questa interdipendenza, per esempio, non è bastata ad affrontare la guerra in Ucraina. È stato uno choc psicologico prima ancora che geopolitico. Neanche vecchie volpi della politica come Prodi credevano potesse accadere “La Russia non ha alcun interesse a invadere l’Ucraina…” disse. E invece è accaduto e l’Europa si è limitata a mettere mani alla tasca per finanziare l’Ucraina, seguendo le direttive prima di Biden e poi di Trump. Per la prima volta l’UE ha sbattuto la testa, ed ha capito che pace e prosperità senza capacità di decisione provocano una pericolosa dipendenza da altri. Ed è intorno a questo pericolo che l’Europa oggi sta cambiando: è una sana e forte democrazia, con tutti i suoi risvolti negativi: lentezza, contrasti, mal di pancia nazionali, chiacchiere inutili e con il bubbone dell’unanimità, è vero, però qui da noi non c’è un clown che la mattina minaccia sconquassi e la sera dice tutt’altro, e -tra l’altro- la stampa è ancora sufficientemente libera e fa il suo lavoro.
Il punto curioso, però, è che a livello di percezione generale, l’opinione comune continua ancora a raccontare di un’Europa immobile, il che in parte è credibile… ma non è immobile, è lenta! Sotto la superficie qualcosa si sta muovendo molto più rapidamente di quanto si possa pensare. Si sta passando dalla “lamentazione Geopolitica” di due anni fa ad una trasformazione storica in corso. L’UE ha approvato SAFE, un fondo da 150 miliardi per rafforzare industria militare e acquisti comuni nella difesa. Francia e Germania accelerano sui sistemi europei di difesa integrata. La Polonia sta diventando uno dei principali pilastri strategici del continente. I programmi su cybersicurezza, droni, semiconduttori, energia e infrastrutture si moltiplicano. Per la prima volta dal 1945, una parte dell’Europa sta iniziando a ragionare non più come semplice mercato, ma come soggetto geopolitico.
E la cosa più interessante è che questo processo nasce dalla realtà. Gli Stati Uniti restano partner, ma essendo sempre più concentrati sulla competizione con la Cina e attraversati da forti tensioni interne, gli USA continueranno a fare prima di tutto i propri interessi strategici, e l’Europa lo ha finalmente capito. Bisogna essere autonomi, e autonomia non significa antiamericanismo. Significa crescere, essere maturi, diventare adulti.
Dalla “potenza morale” alla potenza civile
Per decenni l’UE è stata una potenza normativa: regolamenti, standard ambientali, diritti, tutela del consumatore, concorrenza. Un modello sofisticato, molto avanzato, ma incompleto. Oggi nel XXI secolo tecnologia, energia, cybersicurezza, filiere industriali e difesa sono strumenti di sovranità. Oltre il 75% dei semiconduttori avanzati viene prodotto in Asia orientale. L’energia si è trasformata in arma geopolitica. Le piattaforme digitali controllano informazioni, dati e consenso.
L’Europa ha capito di non poter restare “il bel posto del mondo dove vivere in pace”. Ed è qui che emerge forse la vera novità storica: l’UE potrebbe diventare qualcosa che il mondo non ha mai visto davvero prima. Non una superpotenza classica fondata soltanto sulla forza militare. Ma una grande federazione democratica capace di unire: innovazione, welfare, industria, diplomazia, diritti, stabilità, capacità strategica. Un modello sofisticato, bello, civile, ordinato, molto avanzato dal punto di vista democratico capace però anche di difendersi. Ed è esattamente questo che inizia ad attrarre molti Paesi avanzati
Il nuovo spazio occidentale che può nascere
Negli ultimi mesi Canada ed Europa hanno intensificato cooperazione industriale, tecnologica e strategica -addirittura Bloomberg annota che il Canada si sta comportando come il 28° stato Europeo- Australia, Giappone e Corea del Sud guardano con enorme interesse a un’Europa autonoma, stabile e multilaterale. Perché in questo mondo polarizzato che sta emergendo, molti Paesi vedono grossi limiti sia nel modello americano, isterico e conflittuale, che in quello cinese, escludente ed autoritario.
L’Europa potrebbe occupare uno spazio nuovo: avanzato ma democratico, competitivo ma cooperativo, forte senza diventare imperiale. Naturalmente il problema resta politico. Perché una vera autonomia richiede: difesa comune, investimenti enormi, politica industriale integrata, energia condivisa, bilancio federale e rinuncia a quote di sovranità nazionale. Mica poco… ma è qui che il progetto europeo entra nella sua fase adulta.
La vera domanda
E, a proposito di “rinuncia a quote di sovranità nazionale”, la domanda non è se serva un’Europa federale, rischiamo l’ovvio. La vera domanda è se tutti gli Stati europei siano pronti ad accettarne il costo politico di rinunciare a quote di sovranità nazionale. Perché è questo che frena molti Stati. Eppure, paradossalmente, proprio questa crisi potrebbe rappresentare la più grande occasione storica europea dal dopoguerra. Perché per la prima volta l’Europa non si trova davanti soltanto alla necessità di sopravvivere, ma alla possibilità concreta di diventare qualcosa di nuovo: non una copia degli Stati Uniti, non una versione morbida della Cina, ma un polo autonomo capace di dimostrare che democrazia, cooperazione e potenza possono ancora convivere. La pace europea durata 75 anni non è stata mera illusione. L’illusione era credere che la pace potesse fare a meno di una struttura politica, senza strategia e capacità di difenderla. Ora l’Europa sembra averlo capito, ed è da questa tardiva consapevolezza che Francia, Spagna, Benelux, Germania, Polonia e forse addirittura i Paesi Baltici si stanno avviando per un’avanguardia di Federazione. Ma l’interrogativo che ci riguarda è: perché mai l’Italia non c’è in questa iniziativa?
Fonti & Dati
(tratti da siti istituzionali e centri di ricerca internazionali)
Consiglio Europeo – SAFE: approvato il piano da 150 miliardi per rafforzare la difesa europea
Commissione Europea – European Chips Act e sovranità tecnologica europea
Government of Canada – Strategic security and defence partnership with the European Union

