2022-2026: il quinquennio che potrebbe aver chiuso il Novecento

Oggi emerge con prepotenza non una semplice crisi geopolitica, ma quasi un esaurimento storico. Le infrastrutture costruite dopo la seconda guerra mondiale sono diventate d’emblée vecchie, lente e fragili per reggere il nuovo mondo...

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Per quasi ottant’anni il mondo ha vissuto dentro una struttura che, se pur piena di ipocrisie e contraddizioni, ha garantito stabilità. Non pace assoluta, certo. Guerre ce ne sono sempre state. Ma esisteva un quadro riconoscibile: c’era una potenza dominante, una moneta al centro del sistema finanziario, la NATO l’architettura militare occidentale, le Nazioni Unite il luogo simbolico di compensazione diplomatica, la Globalizzazione il collante economico. Quel sistema nasceva dalle macerie del 1945. E come tutti gli ordini internazionali funzionava soprattutto perché le principali potenze, pur litigando, avevano interesse a mantenerlo in vita.

Oggi emerge una sensazione diversa. Non quella di una semplice crisi geopolitica, ma quella di un esaurimento storico. Le infrastrutture costruite dopo la seconda guerra mondiale sono diventate d’emblée vecchie, lente e fragili per reggere il nuovo mondo.

La guerra in Ucraina dal 2022, il 7 ottobre 2023 e la devastazione successiva di Gaza, il ritorno di Donald Trump e la demolizione sistematica degli equilibri diplomatici tradizionali, il confronto sempre più aperto con l’Iran, la paresidell’ONU e dell’OMS, i dubbi sulla NATO, la crisi delle catene globali, il riarmo europeo… osservati insieme, questi eventi -che agli inizi sembravano episodi separati- appaiono come sintomi di una trasformazione totale e profonda.

Siamo in un nuovo 1946?

Stiamo vivendo qualcosa di simile a un nuovo 1946: il momento in cui il vecchio ordine non funziona più, ma quello nuovo non è ancora nato. La differenza rispetto al Novecento è che oggi il cambiamento avviene dentro società psicologicamente fragili. Dopo il 1945 le popolazioni occidentali uscivano da anni di guerra totale, distruzione materiale e milioni di morti. Erano preparate all’idea del sacrificio collettivo. Oggi invece le società avanzate sono cresciute dentro decenni di consumismo, benessere, stabilità relativa, connessione permanente e aspettative individuali altissime.

Questo cambia completamente il rapporto tra guerra, economia e consenso.

Nel XX secolo una potenza poteva sostenere guerre lunghe grazie a economie relativamente semplici, nazionali, apparati industriali robusti e soprattutto con il controllo assoluto dell’informazione. Oggi le economie sono iperconnesse, finanziarizzate e dipendenti da reti globali fragilissime. Una guerra moderna non distrugge soltanto infrastrutture militari: altera i mercati energetici, blocca le filiere, spaventa i capitali, destabilizza le borse, aumenta il debito pubblico e logora la fiducia generale.

È una trasformazione enorme che molti osservatori ancora legati ad una cultura geopolitica novecentesca continuano a sottovalutare, perché ne fanno una lettura puramente muscolare, tipica del secolo passato. Ma nel XXI secolo le guerre non si vincono sul campo, anzi!

Le guerre oggi si perdono nei mercati: con la fuga degli investimenti, le crisi logistiche, la fiacca delle società e poi con la comunicazione: puoi mascherare la verità quanto vuoi, ma prima o poi…

L’Occidente e la stanchezza americana

È anche per questo che il ritorno di Trump non va letto soltanto come strambo fenomeno politico americano. Trump non è matto, è un sintomo sociologico, ricalca la stanchezza imperiale degli Stati Uniti. Per decenni Washington ha sostenuto il costo della leadership globale offrendo protezione militare, apertura commerciale e stabilità finanziaria. Ma una parte crescente della società americana ha iniziato a percepire quel ruolo come troppo costoso e Trump ha impersonato questo sfinimento.

Alcuni analisti europei continuano a descriverlo come una parentesi folkloristica o una deviazione populista. In realtà Trump è il prodotto più coerente della crisi del modello americano post-1945. La sua idea di politica internazionale non è quella dell’impero universalista che costruisce ordine globale. È quella di una potenza più cinica, più transazionale, meno disposta a pagare il costo della stabilizzazione del mondo: Ed è qui che emerge l’aspetto più inquietante della fase storica attuale: gli stessi garanti dell’ordine internazionale non credono più nel sistema che loro avevano costruito.

Le istituzioni nate dopo la guerra continuano apparentemente a esistere, ma hanno perso capacità regolatoria reale. L’ONU appare paralizzata. La NATO si è trasformata sempre più in una struttura di contenimento permanente. Il diritto internazionale viene applicato a convenienza. I Dazi usati come arma geopolitica, spingono molti Paesi a cercare sistemi finanziari alternativi al dollaro. Persino il concetto di “Occidente” appare meno compatto di quanto sembri. Nel frattempo Cina, India, Arabia Saudita, Turchia e altre potenze regionali stanno iniziando a comportarsi non più come attori subordinati, ma come poli autonomi di un sistema multipolare ancora incompleto.

Qui entra in gioco un altro elemento sociologicamente importante: la perdita di autorevolezza narrativa dell’Occidente. Per decenni il modello occidentale dominava culturalmente. Università, cinema, tecnologia, diritti civili, consumismo, libertà individuale: l’Occidente produceva immaginario.

Oggi il modello occidentale appare sempre più contraddittorio, frammentato e incapace di rispettare universalmente i principi democratici e di libertà che proclama.

La crisi della geopolitica: il futuro per i politologi

La crisi reputazionale di Israele dopo Gaza è emblematica proprio per questo motivo. Per molti giovani occidentali il conflitto ha rappresentato uno shock cognitivo enorme. Non soltanto per la violenza in sé, ma perché ha incrinato la percezione morale dell’ordine occidentale. E nel mondo contemporaneo la reputazione geopolitica conta moltissimo. Gli Stati moderni funzionano sempre più come brand globali: vivono di consenso, affidabilità e attrazione simbolica oltre che di forza militare.

Anche la Russia di Putin, pur mantenendo controllo interno e capacità militare, sta pagando costi spaventosi in termini di innovazione, capitale umano e dipendenza economica dalla Cina. Mosca non collasserà, ma le guerre lunghe nel XXI secolo consumano il futuro delle società che le combattono. Ed è qui che molti analisti iniziano a intravedere il possibile assetto futuro. Alcuni politologi parlano di “mondo post-americano”, nel senso di una redistribuzione del potere globale. Altri descrivono un pianeta sempre più organizzato in grandi reti regionali interconnesse, dove logistica, tecnologia e infrastrutture conteranno più delle vecchie ideologie.

Nel 1946 il mondo sapeva almeno quale fosse il centro del nuovo ordine: gli Stati Uniti uscivano dalla guerra come potenza industriale, finanziaria e militare dominante. Oggi invece il quadro è molto più confuso. La Cina è una superpotenza economica ma non possiede ancora la forza culturale globale che ebbero gli Stati Uniti nel Novecento. L’Europa resta economicamente enorme ma incompiuta. La Russia è militarmente aggressiva ma economicamente distrutta. Gli Stati Uniti restano potentissimi ma mostrano segni di affaticamento strategico, polarizzazione e vanno verso una clausura culturale.

Per questo la fase attuale assomiglia meno a una transizione ordinata e più a un lungo interregno. Ed è negli interregni che le potenze diventano più nervose: Netanyahu accelera perché sa che le prossime elezioni di midterm americane potrebbero cambiare il suo tempo politico rapidamente. Putin tiene duro perché spera che il logoramento occidentale possa diventare la sua vera arma strategica. L’Iran resiste perché ritiene che gli Stati Uniti non possano sostenere ancora a lungo (economicamente e socialmente) un conflitto regionale infinito.

Tutti sembrano combattere guerre contro il tempo… Ma nel XXI secolo non vincerà chi urla di più, ma chi riuscirà a sopravvivere al caos senza dissanguare il proprio futuro. È per questo che Pechino in silenzio continua a fare una cosa spettacolare: costruisce il prossimo secolo.

Fonti & Dati:

I dati citati sono tratti da fonti istituzionali e centri di ricerca internazionali, tra i quali:

  Foreign Affairs – The Post-American World Order
https://www.foreignaffairs.com/united-states/post-american-world-order

  World Economic Forum – The Fragility of Global Supply Chains
https://www.weforum.org/stories/2024/01/global-supply-chains-fragmentation-geopolitics/

  Brookings Institution – The Crisis of the Liberal International Order
https://www.brookings.edu/articles/the-crisis-of-the-liberal-international-order/

  The Economist – How modern wars damage economies faster than ever
https://www.economist.com/finance-and-economics/2024/03/14/how-modern-wars-damage-economies-faster-than-ever

Carlo De Sio

Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, quando ancora servivano a qualcosa.
Ex pubblicitario pentito, esperto di marketing prima che diventasse una parola senza senso. Giornalista curioso per mestiere, pittore digitale per sopravvivenza emotiva.
Ho vissuto i Caroselli veri e ora analizzo quelli truffaldini. Scrivo per chi ha ancora due neuroni e una sana diffidenza per il coro pubblico.
Questo è il mio chiringuito mentale: se chi mi legge cerca miracoli, cambi grappa... qui si serve solo pensiero liscio.

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