Quando oggi parliamo di immigrazione, tendiamo quasi sempre a trattarla come un fenomeno nuovo, improvviso, estraneo alla nostra storia. La associamo agli sbarchi, alle frontiere, ai centri di accoglienza, alle difficoltà dell’integrazione, ai problemi della sicurezza e della convivenza. All’incidenza indiscutibile sul sistema scolastico. È comprensibile, perché è questa la dimensione contemporanea nella quale la questione si presenta. Eppure, se allarghiamo lo sguardo e proviamo a osservare la storia italiana nel suo insieme, ci accorgiamo che l’arrivo di uomini e comunità provenienti da altre terre non rappresenta affatto un’eccezione: è, al contrario, una delle costanti attraverso le quali l’Italia si è formata.
Naturalmente occorre distinguere. Non tutti coloro che arrivarono nella penisola nei secoli possono essere definiti “immigrati” nel significato moderno del termine. Alcuni giunsero a seguito di guerre, invasioni e conquiste; altri furono coloni; altri ancora mercanti, profughi, artigiani, religiosi, studiosi, marinai o intere comunità in cerca di una nuova terra nella quale stabilirsi. Confondere queste esperienze sarebbe storicamente scorretto. Ma tutte, in modo diverso, finirono per produrre un effetto comune: misero in contatto popolazioni differenti e contribuirono a modificare ciò che l’Italia sarebbe diventata.
È proprio qui che emerge una contraddizione interessante del nostro tempo. Molto spesso diciamo di voler difendere “la nostra cultura” dall’influenza di culture straniere, quasi che quella italiana fosse nata già definita, pura e immutabile. In realtà, la cultura che chiamiamo nostra è già il prodotto di una straordinaria commistione di popoli, etnie, lingue, religioni e civiltà. Difendiamo, insomma, qualcosa che esiste nella forma attuale proprio perché nei secoli ha assorbito continuamente elementi venuti da fuori.
Il Mezzogiorno rende questa realtà particolarmente evidente, perché per la sua posizione geografica è stata per millenni un luogo di approdo, di passaggio e di incontro. Basta guardare una carta del Mediterraneo per comprendere che il Sud non è mai stato un margine remoto dell’Europa, o una “porta”, come qualcuno vuol far credere oggi, ma un punto di contatto fra Occidente e Oriente, fra Europa, Africa e Asia. Ciò che oggi definiamo cultura meridionale è il risultato di una sedimentazione tanto lunga quanto complessa.
I Greci diventarono una parte di noi
Uno degli esempi più antichi e più importanti è quello dei Greci. A partire dall’VIII secolo avanti Cristo, gruppi provenienti dal mondo ellenico attraversarono il Mediterraneo e fondarono insediamenti lungo le coste dell’Italia meridionale. L’enciclopedia Treccani ricorda che i Calcidesi fondarono, fra le altre, Cuma e Reggio Calabria, mentre Achei, Spartani, Locresi e altri gruppi diedero vita a città come Sibari, Crotone, Metaponto, Taranto e Locri. La stessa documentazione storica parla esplicitamente di Greci “trasferitisi stabilmente” nelle colonie dell’Italia meridionale.
Naturalmente non si può sovrapporre automaticamente la colonizzazione greca all’immigrazione contemporanea. Ma rimane un dato molto suggestivo: uomini provenienti da un’altra terra attraversarono il mare, si stabilirono sulle nostre coste, fondarono città, si mescolarono con le popolazioni locali e finirono per trasformare profondamente il territorio. Sempre Treccani sottolinea, infatti, come nelle colonie della Magna Grecia fosse presente una forte mescolanza etnica e come l’incontro con le popolazioni indigene avesse prodotto influenze culturali reciproche.
In Campania tutto questo è ancora visibile. Pithecusa, l’attuale Ischia, e Cuma furono tra i primi e più importanti insediamenti greci dell’Occidente; Napoli porta ancora nel proprio nome quell’origine, perché Neapolis significa semplicemente “città nuova”.
Che cosa ci hanno lasciato quei Greci? Molto più di qualche rovina archeologica. Ci hanno lasciato città, modelli urbanistici, forme dell’arte, tradizioni religiose, filosofia, teatro, medicina, conoscenze scientifiche, modi di concepire la vita pubblica. Hanno contribuito alla trasmissione della cultura ellenica verso Roma e, attraverso Roma, verso l’intera Europa.
Oggi nessuno guarderebbe a Paestum o a Cuma come a qualcosa di “estraneo” alla cultura italiana. Eppure quelle testimonianze esistono perché, quasi tremila anni fa, qualcuno arrivò da fuori.
Gli invasori entrarono nella nostra identità
Diversa è la storia dei Longobardi, dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Spagnoli. In molti casi non furono migranti nel senso moderno del termine, ma protagonisti di espansioni militari, occupazioni territoriali e conquiste. Una conquista armata non è assolutamente assimilabile, è ovvio, ad un processo migratorio.
Eppure anche qui la storia produce un risultato che merita attenzione. I conquistatori non rimasero sempre un corpo estraneo. Molti si insediarono, governarono per generazioni, si mescolarono alle popolazioni locali, assorbirono tradizioni preesistenti e ne introdussero di nuove. Con il passare dei secoli, ciò che era stato portato da fuori diventò parte del paesaggio culturale italiano.
Benevento, ad esempio, non sarebbe la stessa senza la lunga stagione longobarda. La presenza bizantina ha lasciato tracce profonde nell’arte, nella religiosità e nell’architettura del Sud. La Sicilia fu trasformata dalla dominazione araba, che introdusse o rafforzò conoscenze amministrative, tecniche agricole, sistemi di irrigazione, parole, sapori e consuetudini.
Quando poi i Normanni conquistarono la Sicilia, non cancellarono completamente ciò che avevano trovato. Al contrario, finirono per utilizzare e integrare elementi arabi, bizantini, latini ed ebraici. L’Unesco definisce infatti Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale un esempio eccezionale di sincretismo socio-culturale tra culture occidentali, islamiche e bizantine, nato dalla coesistenza di persone di origine musulmana, bizantina, latina, ebraica, lombarda e francese.
Questa definizione dell’Unesco dice forse più di molte discussioni contemporanee. Uno dei patrimoni artistici di cui l’Italia va più orgogliosa nasce esattamente da ciò che oggi chiameremmo contaminazione culturale. La Cappella Palatina, Monreale, la Zisa, la Martorana non sono “meno italiane” perché contengono elementi islamici o bizantini. Sono italiane proprio perché la storia le ha rese il risultato di quell’incontro.
Fenomeno che fonda la tradizione
Lo stesso fenomeno si ripete nei secoli successivi. Gli Svevi portarono nel Mezzogiorno una cultura politica europea e mediterranea che raggiunse uno dei suoi momenti più alti con Federico II. Alla sua corte si incontravano saperi latini, greci, ebraici e islamici; proprio in quell’ambiente si sviluppò la Scuola poetica siciliana, una delle esperienze fondamentali nella storia della nostra lingua letteraria.
Gli Angioini erano francesi, eppure oggi uno dei simboli più riconoscibili di Napoli continua a chiamarsi Maschio Angioino. Gli Aragonesi e gli Spagnoli hanno lasciato segni così profondi nella città che ancora oggi passeggiamo per Via Toledo o attraversiamo i Quartieri Spagnoli senza avvertirli minimamente come elementi estranei alla nostra identità.
È questo il punto: il tempo trasforma ciò che arriva da fuori. Una presenza inizialmente percepita come straniera, dopo generazioni, diventa parte del paesaggio, della lingua, della memoria collettiva.
La gastronomia offre forse l’esempio più immediato. Il pomodoro, che oggi associamo istintivamente alla cucina italiana e soprattutto napoletana, viene dalle Americhe. Per secoli gli italiani non lo avevano mai conosciuto. Eppure oggi sarebbe quasi impossibile immaginare la pizza, il ragù o una parte consistente della nostra cucina senza di esso.
Il paradosso è evidente: molte delle cose che oggi difendiamo come simboli della nostra tradizione erano, all’origine, novità straniere. La tradizione, in fondo, è spesso una contaminazione alla quale abbiamo dato abbastanza tempo per diventare familiare.
Gli Arbëreshë: immigrazione più riconoscibile
Se vogliamo invece parlare di autentiche migrazioni del passato, uno degli esempi più significativi è quello degli Albanesi che, tra il XV e i secoli successivi, attraversarono l’Adriatico per sfuggire soprattutto all’avanzata ottomana e si stabilirono in diverse regioni del Mezzogiorno. In Calabria, Basilicata, Sicilia, Molise e Puglia nacquero comunità arbëreshë che hanno conservato fino a oggi lingua, riti, tradizioni e memoria delle proprie origini.
Qui il parallelismo con il fenomeno migratorio è molto più evidente: uomini e famiglie che lasciavano la propria terra, cercavano sicurezza altrove, si insediavano in nuovi territori e lentamente diventavano parte della società che li aveva accolti.
La cosa più interessante è che non divennero italiani cancellando completamente ciò che erano stati. Diventarono italiani aggiungendo qualcosa all’Italia. Ed è forse questa una delle lezioni più importanti della nostra storia: l’integrazione non è necessariamente una sottrazione di identità; può essere un’aggiunta.
Cultura “nostra”, ma fatta di molti
Se proviamo allora a osservare il Mezzogiorno con questa prospettiva, scopriamo che quasi ogni angolo racconta una storia di incontro. Paestum parla greco. Benevento conserva la memoria longobarda. Molte chiese e monasteri parlano ancora il linguaggio di Bisanzio. Palermo racconta contemporaneamente Arabi, Normanni, Bizantini, Ebrei e Latini. Castel del Monte racconta la stagione sveva. Il Maschio Angioino ricorda i Francesi. Via Toledo ricorda gli Spagnoli. I paesi arbëreshë raccontano l’Albania. E le nostre tavole raccontano rotte che attraversano il Mediterraneo, l’Oriente e perfino le Americhe.
A questo punto diventa difficile sostenere che esista una cultura italiana “pura” alla quale, in un certo momento, si siano aggiunti elementi stranieri. È forse più corretto dire che la cultura italiana è nata e cresciuta proprio attraverso una continua fusione di elementi differenti.
Ciò non significa affatto che non esista un’identità italiana. Esiste, ed è fortissima. Ma la sua forza non deriva dalla purezza; deriva dalla capacità storica di assimilare, trasformare e rendere propri apporti differenti. Difendere la nostra cultura, quindi, può significare anche comprenderla davvero. E comprenderla significa riconoscere che ciò che oggi consideriamo “nostro” porta dentro di sé tracce greche, romane, germaniche, bizantine, arabe, francesi, spagnole, albanesi e di molte altre provenienze.
Resta il problema delle regole
Riconoscere questa realtà storica non significa però trasformare l’immigrazione contemporanea in una questione priva di problemi. O peggio, in un non-problema. Sarebbe altrettanto superficiale.
Una società ha il diritto e il dovere di regolare gli ingressi, organizzare l’accoglienza, favorire l’integrazione e pretendere il rispetto delle proprie leggi. E qui il principio deve essere chiaro: immigrato e criminale non sono sinonimi.
La provenienza geografica non può essere trasformata in una presunzione di colpevolezza, così come l’accoglienza non può diventare una giustificazione per chi viola le regole. I diritti devono accompagnarsi ai doveri e questo vale per tutti, indipendentemente dal luogo di nascita.
Chi arriva in Italia e vi costruisce la propria vita deve trovare dignità, opportunità, possibilità di lavoro e di integrazione, ma deve anche rispettare senza ambiguità le leggi e la comunità nella quale vive. L’accoglienza comporta costi economici, organizzativi e sociali per l’intera collettività, e proprio per questo il rispetto delle regole rappresenta il minimo non negoziabile di qualsiasi patto di convivenza.
Quando vengono commessi reati, devono applicarsi le norme previste dall’ordinamento, senza discriminazioni ma anche senza indulgenze. E quando la legge dispone legittimamente l’espulsione o il rimpatrio di una persona che non ha titolo per restare nel Paese, la questione fondamentale diventa l’effettività di quel provvedimento, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
Accoglienza e legalità, dunque, non si escludono. Possono e devono convivere.
Conclusioni che la storia ci impone
Dopo avere ribadito tutto questo, resta però il dato più importante, quello che la storia ci consegna con una chiarezza quasi disarmante. Gli uomini si sono sempre mossi: hanno attraversato mari, frontiere e montagne.
Qualche volta lo hanno fatto con un esercito alle spalle, altre volte con una famiglia, qualche strumento di lavoro e poco altro.
Sono arrivati come conquistatori, coloni, profughi, commercianti, marinai, studiosi, artigiani. Hanno vissuto, si sono incontrati, si sono sposati, hanno avuto figli, hanno imparato lingue, hanno trasmesso parole, cambiato ricette, costruito chiese, palazzi, strade, porti, città.
Generazione dopo generazione, ciò che era straniero è diventato familiare, ciò che sembrava estraneo è diventato tradizione.
La nostra cultura non è meno nostra perché frutto del risultato di una fusione. È, al contrario, proprio questa fusione ad averla resa ciò che è.
Possiamo e dobbiamo discutere di immigrazione contemporanea, di sicurezza, di legalità, di integrazione e di regole. Possiamo pretendere con fermezza che chi vive in Italia rispetti le leggi. Ma sarebbe storicamente miope dimenticare che la stessa identità che vogliamo preservare è già il prodotto di innumerevoli incontri con chi, in epoche diverse, veniva da fuori.
Forse è questa la verità più importante da ricordare, oggi. Senza le migrazioni, le contaminazioni e gli incontri del passato, non avremmo semplicemente qualche monumento diverso, qualche parola in meno o qualche ricetta differente.

