Il futuro è un mondo da correggere

Dopo quasi ottant'anni senza una guerra generale in Europa, ci siamo dovuti rendere conto che il mondo può essere ancora soggetto alla follia di qualcuno che scombina le carte e rimette tutto in discussione. Ma che mondo lasceremo ai nostri nipoti?

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Mi sa che il futuro abbia smesso di essere quello che immaginavamo. Dopo quasi ottant’anni senza una guerra generale in Europa, ci siamo dovuti rendere conto che il mondo può essere ancora soggetto alla follia di qualcuno che scombina le carte e rimette tutto in discussione. A questo si aggiungano il clima che presenta il conto, l’intelligenza artificiale che sta già cambiando la nostra esistenza, le democrazie in difficoltà, il ritorno delle autocrazie, le guerre che pensavamo morte e sepolte… E allora mi sono posto una domanda da nonno: ma che mondo troveranno i nostri nipoti?

Per provare a capire ho passato giorni molto interessanti a leggere, rapporti demografici, studi sulla democrazia, analisi geopolitiche, previsioni economiche… Non perché abbia all’istante deciso di trasformarmi in analista geopolitico, non lo sono, ma perché volevo almeno evitare di mischiare le mie ansie con le previsioni da bar dello sport che sento tutti i giorni in giro. Quello che sembra sia emerso da queste letture è meno apocalittico di quanto raccontano i catastrofisti, ma meno rassicurante di quanto sostengano gli ottimisti professionali. Il futuro prossimo sarà, probabilmente, qualcosa di molto più complicato.

Il pianeta e gli esseri umani

Cominciamo dalla cosa più banale: gli esseri umani. Secondo le World Population Prospects dell’ONU, siamo poco più di 8 miliardi e arriveremo a circa 9,7 miliardi nel 2050, raggiungeremo il picco intorno ai 10,3 miliardi nel 2085 di questo secolo, dopo di che diminuiremo giù a ruzzola. Per secoli abbiamo avuto il problema di come nutrire una popolazione che cresceva all’infinito. I nostri nipoti avranno un problema molto diverso: come organizzare una società nella quale crescerà rapidamente il numero degli anziani mentre diminuiranno le persone in età lavorativa. La questione non sarà soltanto economica. Sarà sociale. Chi assisterà gli anziani? Chi pagherà le pensioni? Chi farà i lavori che nessuno vuole più fare? Come cambieranno le città? Quanto durerà la vita lavorativa? E soprattutto: quanto saremo disposti a redistribuire il benessere tra le generazioni? Per decenni abbiamo considerato la crescita economica una legge naturale. Se il PIL non cresceva era crisi. Se cresceva, era normalità. I nostri nipoti potrebbero scoprire che la crescita permanente era più un’eccezione storica che una regola. Non significa che il mondo diventerà povero. Significa qualcosa di più sottile: diventerà più difficile diventare benestanti aspettando che l’economia cresca. E questo cambierà anche la politica. La vera parola d’ordine potrebbe quindi non essere più soltanto crescita, ma redistribuzione… E qui cominciano i problemi.

L’America non è più quella che abbiamo conosciuto

Per decenni abbiamo dato per scontato una cosa: l’America, nel bene e nel male, figurava il modello politico, economico e culturale dell’Occidente. Non è più così e non sarà più così. Gli indicatori internazionali rivelano un deterioramento significativo della democrazia americana. Il V-Dem Institute (Qualità della Democrazia – Uni-Goteborg) registra un forte arretramento USA nell’indice di Democrazia liberale (nel 2025: dal 20° al 51° posto su 179 Paesi) e la declassa a Democrazia elettorale… e attendiamo i dati per il 2026. Il Pew Research Center ha rilevato che una larga quota di americani (68%) ritiene che il proprio Paese non sia più l’esempio democratico che era in passato. Non significa che gli USA siano diventati una dittatura ma qualcosa è cambiato e al resto del mondo non resta che capire dove stia andando l’America. È un quesito diffuso, perché gli USA nel mondo -è un dato di fatto- non sono più “il modello di democrazia” da avere come riferimento. Non lo sono più.

La Russia ha un problema che non si risolve con i carri armati

Poi c’è la Russia. La guerra in Ucraina ha mostrato la capacità russa di sostenere un conflitto a lungo e di mobilitare risorse militari. Ma dietro la forza militare c’è un problema che nessuna parata può nascondere: non è il denaro, la produttività, la strategia, etc… ma la Demografia. Il problema è grande, la popolazione russa invecchia e diminuisce velocemente. Qualche proiezione dice che è la sfiducia dei giovani nel futuro, anche a causa della guerra (1-1,5 milioni di giovani in meno tra il 2022 e il 2026). Per mantenere una popolazione relativamente stabile entro il 2045, la Russia avrebbe bisogno di un’immigrazione molto consistente (circa 10-12 milioni di unità)… perché l’immigrazione -al di là delle paturnie nazionalistiche- è una soluzione economica e la si attira con solidità sociale, economia, lavoro e soprattutto con la pace. La potenza militare e la muscolarità politica non attira e la vitalità demografica ne soffre, più passa tempo più è grave il contesto.

La Cina è già il presente

E poi c’è la Cina. Per anni abbiamo giocato chiedendoci: quando supererà gli Stati Uniti? Ma ora sappiamo che la domanda è sbagliata. La Cina non ha bisogno di superare gli Stati Uniti nel PIL per cambiare gli equilibri del mondo. È già una gigantesca potenza manifatturiera. Produce infrastrutture, automobili, batterie, pannelli solari, componentistica, tecnologie e una quantità di beni dai quali dipende buona parte dell’economia mondiale. Non è un segreto che le Magnificent Seven americane pressino Trump a che faccia loro acquistare i Chips dalle industrie cinesi che sono nella Black List. Attenzione però, il futuro della Cina non sarà più in super ascesa; è ormai prossima ad un’era costituita da problematiche conseguenti ai 50 anni di crescita inarrestabile: prima fra tutte il riassetto del mercato delle auto BEV -che innescherà una drastica selezione naturale- e poi crisi immobiliare, debito, deflazione e una forza lavoro sempre meno giovane che va ineluttabilmente verso la sindacalizzazione. Il XXI secolo non sarà totalmente cinese, ma di certo non sarà un secolo senza Cina.

L’Europa, il Canada e il D7

E infine arriviamo all’Europa: vista da dentro sembra un condominio nel quale si litiga sulle spese dell’ascensore mentre un balcone cade a pezzi. Vista da fuori, è una delle più grandi aree economiche del mondo. È un mercato enorme, il secondo dopo USA e ben lontano dalla Cina. È un insieme di democrazie consolidate ed in pace da anni. Possiede una capacità normativa tale che costringe perfino le Big Company americane e cinesi ad adeguarsi alle sue regole. E soprattutto rappresenta qualcosa che in questi tempi di autocrazia sognata o applicata, sta diventando meno comune: un grande spazio politico nel quale il potere stesso è sottoposto a regole democratiche.
Freedom House registra da anni un arretramento della libertà nel mondo mentre V-Dem documenta una fase di autocratizzazione globale… e in questo scenario -invece- l’Europa rimane una solida concentrazione di democrazie liberali. È debole? Sì, se per forza intendiamo la capacità di imporre la propria volontà agli altri. Ma c’è un’altra forma di forza peculiare che l’UE esercita: “La capacità di diventare indispensabile senza diventare dominante”. E su questa idea che negli ultimi mesi si è affacciata un’idea interessante: Non solo che il Canada si è proposto come il primo membro associato dell’Unione Europea, ma accade anche che l’ex segretario generale della NATO Rasmussen ha lanciato il cosiddetto D7: U.E., Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, e fino a Giappone e Corea del Sud. Non è ancora un nuovo blocco geopolitico. Non è una nuova NATO. Ma è una proposta che racconta qualcosa, anzi racconta tanto…
Racconta che se si mettessero tutti insieme sarebbe l’area economica di gran lunga più grande del mondo, racconta che tanti Paesi democratici e in pace stanno cominciando a porsi seriamente una domanda: come facciamo a non dipendere né dagli Stati Uniti né dalla Cina?

Allora: quale può essere il futuro per i nostri nipoti?

Sono soltanto un appassionato lettore e posso sbagliare; ma ciò che emerge dalle analisi demografiche, economiche e sociologiche che ho letto, è che quando finirà questa fase di cretinismo imperialista in Europa ed in Medio Oriente, ci potrebbe essere un tempo in cui le grandi potenze scoprano che nessuna può farcela da sola. Nessuno può fermare il cambiamento climatico da solo.
Nessuno può governare l’intelligenza artificiale da solo. Nessuno può garantire le proprie catene di approvvigionamento da solo. Nessuno può affrontare l’invecchiamento demografico da solo. Nessuno può presumere di mantenere un ordine internazionale facendo finta che gli altri non esistano. Forse, quindi, il futuro dei nostri nipoti non sarà né americano né cinese. Sarà interdipendente, economicamente, tecnologicamente, socialmente e culturalmente. E questa parola -interdipendente- che oggi sembra quasi una bestemmia perché sa di ricatto, potrebbe diventare la condizione normale del XXI secolo. Ed è qui che l’Europa potrebbe proporre al mondo una qualità che gli aspiranti autocrati considerano un difetto: una Democrazia di stampo europeo. Lenta, litigiosa, burocratica, talvolta incapace di decidere celermente della lunghezza dei cetrioli o dove mettere una panchina. Ma con una caratteristica decisiva: non pretende di essere perfetta e, soprattutto, non pretende di avere sempre ragione. Può cambiare governo senza fare una rivoluzione. Può cambiare una legge senza cambiare regime. Può riconoscere un errore senza dover trovare un colpevole. Può correggersi con le proprie istituzioni, le proprie regole, con il consenso e con il conflitto democratico… E vivere senza che un uomo forte o una potenza egemone ci debba venire a spiegare come.
È una forma di debolezza? Forse. Ma potrebbe diventare una forma di forza in un mondo nel quale tutti scopriranno, prima o poi, che nessuno è abbastanza forte da salvarsi da solo. E allora forse ai nostri nipoti non lasceremo la promessa di un mondo migliore, ma qualcosa di più concreto: la libertà di sbagliare, di discutere e di correggersi senza dover chiedere il permesso a nessuno. Perché è questa la vera forza dell’Europa, non quella di diventare la più potente, ma quella di riuscire a rimanere libera in un mondo nel quale tutti cercano di dirle come deve essere.

Fonti principali consultate

UN – World Population Prospects 2024: demografia, invecchiamento, pensioni, forza lavoro, futuro dell’Italia.
OECD – Long-term growth projections: rallentamento economico, invecchiamento, produttività e difficoltà future di redistribuzione. Il “mondo a crescita più lenta”..
V-Dem – Democracy Report 2026: America e sulla crisi democratica.
IPCC – Mediterranean Region: il Mediterraneo e i rischi legati a scarsità d’acqua, siccità, incendi, innalzamento del livello del mare, perdita di ecosistemi, agricoltura e salute.
Chicago Council – Generation Putin: Proud Russians but Disengaged – La fiducia nel futuro dei giovani russi è in calo

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
Se, alla fine di un articolo, vi ritrovate con una domanda in più e una certezza in meno, allora il tempo che ci ho perso è stato speso bene.

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