Ho passato oltre quarant’anni nel marketing, pubbliche relazioni e comunicazione aziendale… Quarant’anni per capire una cosa semplice e complicata: le persone non interagiscono con la realtà ma con ciò che percepiscono della realtà. Tra ciò che accade e ciò che pensiamo stia accadendo a volte c’è un baratro. Ed è proprio questo lo spazio in cui lavora la comunicazione, il marketing, i media, i social network, i famigerati social, e – naturalmente – la comunicazione politica.
La politica si è specializzata nel muoversi tra ciò che accade e la percezione che si ha dei fatti, e quando ci si avvicina alle elezioni, quella distanza diventa strategica. Perché la politica non ha bisogno di convincerti che un problema sia enorme. Le basta convincerti che quello sia il problema di cui devi occuparti adesso. Perché se ci riesce ha già fatto metà del lavoro. Mi spiego meglio: non deve convincerti che l’immigrazione sia un problema. Deve fare in modo che, quando occorre, la parola immigrazione ti venga in mente prima di scuola, salari, produttività, sanità, pensioni…
La percezione è più democratica della realtà
La realtà non è democratica, è per saputelli perché si serve di ricerche, statistiche, roba noiosa, che non è per il popolo. Un dato statistico resta quello che è… mentre la percezione sì, è democratica, è creativa, perché viene interpretata da tanti, è politica. La percezione non cambia la realtà, la interpreta e cambia il modo in cui ci comportiamo davanti ad essa. Insomma, politicamente conta!
Ipsos ha misurato proprio questo divario. In una ricerca internazionale che comprendeva l’Italia, gli italiani stimavano in media al 21% la quota di immigrati presenti nel Paese, mentre il dato reale di ricerca era circa l’11%. Per la popolazione musulmana poi, la percezione esplodeva al 19%, contro un dato reale del 4,8%. Questo non dimostra che gli italiani siano ignoranti. Dimostra qualcosa di più interessante: la mente non costruisce la rappresentazione del mondo utilizzando dati statistici. Utilizza l’esperienza personale, racconti e interventi di politica, media, emozioni e la capacità mentale di filtrare informazioni. Il cervello non è un ufficio ISTAT. Per fortuna. E purtroppo.
Vannacci e il tema del concorrente che ruba la scena
Ed eccoci alla percezione fatta persona: Roberto Vannacci. Cosa c’è di meglio, per un articolo sulla comunicazione, di uno che ha fatto della percezione e dell’emozione una parte fondamentale del proprio messaggio politico? Non serve condividere le sue posizioni per capire il fenomeno. Il dato politico è che Futuro Nazionale, secondo YouTrend -sondaggio per Sky TG24 condotto tra il 31/8 e il 3/9, è arrivato al 7,9%, superando Forza Italia al 7,1% e la Lega al 4,4%. Margine d’errore: ±3,5%.
Non significa che quei numeri siano un risultato elettorale futuro. È un sondaggio, con un campione di 800 intervistati (quindi col relativo margine d’incertezza). Ma comunica una cosa politicamente interessante: Futuro Nazionale ha intercettato una quota non trascurabile di consenso e sta occupando uno spazio molto riconoscibile nel campo della destra politica.
Nel marketing noi sappiamo che se arriva un concorrente e si prende uno scaffale che prima consideravi tuo, puoi ignorarlo o tentare di riconquistare lo scaffale. La politica funzione in materia simile se vuol riavere lo “scaffale” perduto. Poi se quel concorrente addirittura conquista ed amplifica il valore di un tema da un po’ mollato dai partiti, questi sono costretti a intervenire. E allora accade una cosa curiosa: non cambiano del tutto idea, ma cambiano ciò di cui parlanoagli elettori d’area, inizia un ripensamento lessicale della comunicazione…Vediamo.
Meloni e il ritorno della destra identitaria
Ed ecco Giorgia Meloni. A settembre ha annunciato un provvedimento che dovrebbe introdurre un limite agli studenti stranieri per classe, l’obbligo per alcuni genitori stranieri di imparare l’italiano e il divieto di burqa e niqab nelle scuole. Ora, attenzione, non è corretto dire che nelle scuole italiane gli stranieri siano una presenza marginale (la Sinistra in comunicazione è una sciagura!). Gli alunni con cittadinanza non italiana sono circa 931 mila, pari all’11,6% degli oltre otto milioni di studenti.
Ma se facciamo parlare la sociologia, studenti con cittadinanza non italiana non significa immigrati appena scesi da un barcone. Ci sono ragazzi nati in Italia, inseriti nella lingua e nella vita scolastica, che addirittura hanno l’accento dialettale locale: semplicemente non hanno ancora la cittadinanza italiana. Il dato statistico, dunque, è una cosa, la categoria mentale «stranieri nelle nostre scuole» è un’altra. Ancora più interessante è il caso del Burqa e del Niqab: L’ANSA riporta una stima della Tecnica della Scuola, “…di max 500-600 alunne che potrebbero indossare il velo integrale nelle scuole”: una ogni 660 classi. Eppure il Burqa possiede una caratteristica straordinaria: È un oggetto perfetto per la comunicazione politica. È raro e potentissimo.
Burqa e Niqab sono segni ad alta intensità simbolica. Una fotografia di una donna con il volto coperto evoca, e in politica, soprattutto in campagna elettorale, evocare costa molto meno che spiegare… È come una fotografia: non mente, ma con lo scatto si decide cosa tagliare fuori dall’inquadratura. E quello che resta dentro diventa, per chi guarda, la realtà.
La politica fa esattamente questo. Non inventa. Inquadra il tutto e poi taglia il superfluo.
E Tajani entra in scena con la gonna
A questo punto Antonio Tajani è diventato un caso di scuola. Non per il contenuto politico della sua frase, ma per la sua struttura comunicativa. La donna «perbene», la gonna, l’eleganza, la famiglia, la rispettabilità: sono segni. Segni di direzione. La politica contemporanea vive anche di questo: micro-segni capaci di evocare macro-identità. Un abito può diventare un messaggio. Una parola può diventare una bandiera. Un gesto può diventare una posizione politica.
Io, però, sono una vecchia pantegana della comunicazione e conservo memoria diretta del periodo berlusconiano e del suo bunga bunga, osservo quindi la scena di Tajani con un certo divertimento professionale: questa non è politica, è posizionamento, anzi per me è riposizionamento: non deve necessariamente dire perché dice cose tanto diverse dal bel tempo andato; deve solo fare in modo che il pubblico capisca, attraverso i segnali che manda, da quale parte dello scaffale vuole stare.
Salvini e lo scaffale già occupato
Poi c’è Matteo Salvini. Qui il problema della percezione è quasi paradossale. Per anni la Lega ha costruito una parte significativa della propria riconoscibilità attorno a immigrazione, sicurezza, identità e conflitto con l’establishment europeo. Ha dovuto adattarsi con le idee di Taiani e con la conversione al centro della Meloni… ma poi è arrivato un concorrente che ha occupato il suo spazio, spostandolo ulteriormente verso destra. E quando lo spazio è occupato da qualcuno che urla più forte, hai un problema. Puoi urlare o cercare un altro argomento. Ma se rincorri il concorrente sul suo terreno, contribuisci a renderlo più importante. E in parte lo ha fatto dando a Vannacci tanta visibilità.
È il paradosso dell’agenda-setting applicato alla competizione politica. Il concorrente ti trascina sul suo argomento. Tu rispondi. I giornali riportano la risposta. La televisione la discute. I social rilanciano. E alla fine il concorrente ha la paternità dell’argomento, dello “scaffale” e tu rimani col cerino.
Il vero prodotto elettorale non è il programma
La verità ha un handicap. Deve dimostrare. Il racconto invece deve solo funzionare: “Ci sono troppi stranieri nelle classi”, frase semplice. La realtà invece tiene a precisare che “L’11,6% degli studenti in Italia non ha cittadinanza italiana e comprende anche una quota di ragazzi nati in Italia”: frase corretta, sono dati di ricerca… Ma provate a metterle in competizione su TikTok. La prima spopola. La seconda neanche la leggono. Questa è asimmetria comunicativa. La realtà è complessa. Lo slogan è semplice.
Dopo quarant’anni nella comunicazione, questa è forse la conclusione più scomoda alla quale sono arrivato. Il prodotto politico non è più soltanto il programma. È la cornice attraverso la quale l’elettore interpreta il programma. Non votiamo le cento pagine di proposte (chi le legge?). Votiamo una storia che ci permette di interpretarle: «Difendiamo l’Italia.» «Difendiamo i lavoratori.» «Difendiamo la famiglia.» «Difendiamo la libertà.» Sono formule diverse. Ma hanno tutte la stessa struttura sociologica: creano un’identità prima ancora di proporre una soluzione.
E l’identità è un acceleratore del consenso, discutere di identità significa discutere di chi siamo. E su «chi siamo» le persone sono molto più disposte a combattere. Discutere invece di realtà politica significa ragionare di costi, benefici, numeri e conseguenze, una noia mortale!
Qualcuno da sinistra di tanto in tanto si chiede perché un certo elettorato non si domandi: “Ma è vero quello che ci dicono? Perché questo argomento? Perché proprio adesso?”… È l’eterna difficoltà della sinistra a capire che quelle sono domande da sociologo, non da elettore. E’ sociologicamente chiaro che la politica preelettorale è, in larga misura, una guerra per la rilevanza. Chi riesce a decidere che cosa deve essere considerato importante non ha ancora vinto le elezioni, ma ha già deciso una parte delle domande alle quali gli elettori dovranno rispondere.
La realtà è enorme e l’attenzione è piccola. Tra le due c’è la comunicazione. E dentro quello spazio si giocano oggi buona parte della politica, del giornalismo e dell’opinione pubblica.
Perché la realtà non vota. Mentre la percezione di essa, sì.
Principali fonti dell’articolo
1. La fonte teorica fondamentale: agenda-setting
McCombs & Shaw — The Agenda-Setting Function of Mass Media (1972)
2. Framing: la realtà dentro una cornice
Robert Entman — Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm
3. La dimostrazione empirica della formula: REALTÀ ≠ PERCEZIONE
Ipsos — Quanto le nostre percezioni corrispondono alla realtà?
4. Gli studenti stranieri:
Fondazione ISMU — 31° Rapporto sulle migrazioni 2025, capitolo sulla scuola
ISMU — Oltre 930mila studenti con cittadinanza non italiana
5. Il caso Meloni: fonte primaria + Reuters
ANSA — Meloni, numero massimo di stranieri in classe e divieto di burqa
Reuters — Italy to ban veils in schools, limit foreign students per class
6. Vannacci:
YouTrend — Futuro Nazionale supera Forza Italia
YouTrend — Supermedia del 10 settembre 2026

