Portaerei Italia: una penisola strategica che non sa di esserlo e va in spiaggia

Ecco perché il Mediterraneo è tornato a essere quello che è sempre stato: uno spazio di potere. E noi rischiamo di accorgercene quando sarà qualcun altro ad averlo già occupato.

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C’è qualcosa di curioso nel modo in cui gli italiani guardano il mare. Lo guardano ammirati, ma quasi sempre senza un interesse strategico o geopolitico, come ci si aspetterebbe da una grande nazione industriale posta proprio in mezzo al Mediterraneo. Lo vedono d’estate, naturalmente, quando arriva il caldo e cominciano le code sull’autostrada, quando si prenota l’ombrellone e i telegiornali mostrano le spiagge affollate. Il mare italiano è vacanza, turismo, ristoranti sul lungomare, stabilimenti balneari, seconde case, traghetti e fotografie al tramonto. Insomma, il mare per gli Italiani è soprattutto questo: la spiaggia.

Eppure basta mettersi davanti una carta geografica per capire che l’Italia avrebbe potuto sviluppare una cultura del mare completamente diversa… quantomeno parallela alla nostra nazionale vocazione alla tintarella. La penisola italiana è dentro il Mediterraneo. A nord ha l’Europa continentale, ad est i Balcani, a sud il Nord Africa, a sud est il Medioriente e le rotte per Suez.

Sicilia e Sardegna sono due enormi piattaforme naturali. Napoli, Taranto, Augusta, La Spezia, Genova, Trieste, Venezia e tanti altri porti sono pezzi di una geografia che, se appartenesse a un altro Paese (alla Francia, per esempio), probabilmente verrebbe raccontata come una fortuna strategica irripetibile.

Gli americani considerano l’Italia come una sorta di portaerei naturale nel Mediterraneo. No, non per senso poetico – gli americani sono prosaici non poeti – ma per ragioni geopolitiche: a loro viene l’acquolina in bocca a veder concentrate, lungo poco più di mille Km di penisola, tante basi, porti, aeroporti, comunicazioni, rotte e proiezioni verso il Nord Africa, il Medio Oriente, i Balcani, Suez… quindi se qualcuno di voi è afflitto ed angustiato che Trump minacci di andare via dall’Italia, sereni non lo farà mai, mica è scemo! E allora viene una domanda facile: perché gli italiani hanno finito per considerare il mare soprattutto come una spiaggia dove prendere il sole?… Non è sempre stato così. Prima ancora che esistesse l’Italia, il Mediterraneo è stato per secoli una delle grandi autostrade della storia; poi Venezia, Genova ed Amalfi costruirono la loro potenza economica, diplomatica e militare sul mare.

Il Regno delle Due Sicilie era inserito in una rete mediterranea che non aveva nulla a che vedere con le vacanze, possedeva una Marina importante, cantieri navali e una tradizione militare marittima tutt’altro che trascurabile. Il grande cantiere di Castellammare di Stabia, per esempio, non era un’invenzione folkloristica: era un’infrastruttura industriale strategica. La Marina borbonica rappresentava una forza navale seria nel Mediterraneo e, soprattutto, esprimeva una cosa che oggi ci sfugge: una concezione del mare come dimensione della potenza dello Stato.

L’Unità d’Italia non nasce senza tradizione navale. Al contrario. Il nuovo Regno ereditò diverse culture marittime e costruisce rapidamente una propria Marina. Nel 1861 nasce la Regia Marina, vengono potenziati i cantieri, si investe nella cantieristica e nell’industria pesante. L’Italia vuole diventare una potenza navale. E per qualche tempo lo diventa. Ma qui comincia il paradosso. L’Italia costruisce una grande Marina senza riuscire mai completamente a costruire una grande cultura marittima strategica nazionale.

La cultura del mare è una visione del mondo

La differenza può sembrare sottile, ma non lo è. La Marina militare è uno strumento. La cultura marittima è una “visione del mondo”. La Gran Bretagna per secoli ha visto il mare non come un confine, ma come una strada e la flotta come condizione della potenza britannica… l’Italia invece, è sempre rimasta a difendere semplicemente le Coste. Nel primo caso il mare è spazio da attraversare, controllare e utilizzare. Nel secondo è soprattutto spazio da proteggere. La differenza diventa evidente nella Storia successiva. L’Italia combatte guerre navali, costruisce corazzate, sommergibili, incrociatori. Il fascismo arriva persino a proclamare il Mediterraneo come Mare Nostrum. Ma quella retorica da operetta imperiale non bastò a costruire una potenza marittima autonoma. Non ci fu integrazione con una visione industriale, logistica, energetica e geopolitica capace di sostenere nel lungo periodo quell’ambizione.

Poi arriva il 1943-45. Ed è qui che la storia cambia davvero. Non fu per nulla un caso che gli Alleati liberarono prima l’Italia al centro del Mediterraneo e dopo un anno sbarcarono in Normandia. Avevano bisogno di quella “Portaerei naturale” per controllare tutto il Mare Nostrum. L’Italia entrò nel nuovo ordine occidentale e il Mediterraneo diventò il grande spazio strategico della NATO (e degli Stati Uniti). La posizione italiana acquistò un valore enorme: basi aeree, porti, installazioni militari, infrastrutture strategiche. Sigonella, Napoli, Aviano e le altre installazioni trasformarono la penisola in una piattaforma avanzata della potenza occidentale.

Il paradosso è che proprio quando l’Italia diventa strategicamente ancora più importante per la sua posizione geografica, smette progressivamente di percepirsi come una potenza marittima autonoma. La Marina Militare continua naturalmente a esistere e a essere una forza tecnologicamente avanzata e professionalmente rispettata. Ma la grande strategia italiana viene sempre più pensata dentro un sistema più ampio: quello americano, che oggi sbanda e vacilla.

Il Mediterraneo è oggi il fianco strategico della NATO. E così, lentamente, il mare scompare dall’immaginario politico italiano. Non dalla realtà, ma dall’immaginario. Perché il mare, nel frattempo, non ha affatto perso importanza. Anzi ne sta acquisendo sempre di più.

Oggi dal Mediterraneo passano rotte commerciali fondamentali. Da Suez arrivano merci ed energia. Nel Mediterraneo si incrociano gli interessi dell’Europa, della Russia, della Turchia, degli Stati Uniti, della Cina e dei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Sul fondo del mare corrono cavi che trasportano dati. Gasdotti e infrastrutture energetiche attraversano bacini marini. I porti sono diventati nodi geopolitici. Le rotte commerciali sono infrastrutture strategiche.

Il mare non si ferma alle banchine

E noi? A noi interessano soprattutto le concessioni balneari. È una battuta di marca Santanché-Briatore, naturalmente. Ma contiene una verità. L’Italia possiede una delle posizioni geografiche più strategiche, ma tiene di più a mantenere basse le concessioni demaniali per la balneazione.

Il problema non è nemmeno la dimensione della Marina Militare. La nostra è una media potenza navale, ma essa si misura anche attraverso porti, cantieristica, industria tecnologica, ricerca, logistica, energia, commercio, sicurezza delle comunicazioni, controllo delle infrastrutture sottomarine e capacità diplomatica. Il mare dovrebbe avere una politica industriale, energetica e commerciale a parte e invece ci abbiamo costruito tante politiche separate e mai pensato ad una “geopolitica del mare” nostra.

E il Mediterraneo, nel frattempo, continua a essere lì. Aspetta. Ma forse la cosa più interessante è che il mondo sta tornando a guardarlo. Le rotte energetiche verso Suez. La Libia. Il Medio Oriente. Le migrazioni. I cavi sottomarini. Il gas. I porti. Le nuove rotte commerciali. La presenza russa. Quella turca. Quella cinese. Gli interessi americani. Tutti soggetti che, chiacchiere diplomatiche a parte, non sono certo lì per fotografare il nostro tramonto sul mare o le nostre belle spiagge per VIP.

Il Mediterraneo è tornato a essere quello che è sempre stato: uno spazio di potere. E noi rischiamo di accorgercene quando sarà qualcun altro ad averlo già occupato. Siamo diventati una penisola che guarda il mare come limite geografico, ma il mare non è il bordo dell’Italia, è la sua continuazione. E forse dovremmo ricominciare da lì. Perché con più di settemila chilometri di coste e il Mediterraneo come cerniera di tre continenti, l’Italia non è un Paese con il mare: è una penisola strategica con porti, rotte, gas, cavi, flotte e basi militari…

Non è necessario che qualcuno compri un porto italiano per avere interesse strategico sul nostro mare. Basta possederne un terminal, gestire una rotta, controllare una quota della logistica, investire nei collegamenti ferroviari che portano le merci nell’entroterra. Il porto non si ferma alla banchina, continua con container, autotreni su gomme, treni e reti commerciali… Proprio quello che sta facendo qui da noi, dentro casa nostra, la cinese COSCO Shipping Ports, controllata indirettamente dal gruppo statale China COSCO Shipping Corporation. I cinesi – e non solo – guardano il nostro mare come infrastruttura, mentre noi continuiamo, con qualche eccezione, a guardare il mare soprattutto come paesaggio per piazzare ombrelloni, lettini e concessioni balneari.

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
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