«“Eravamo a scuola e a un certo punto i fascisti e i tedeschi ordinarono che tutte le scolaresche venissero portate nel viale dove c’erano i giovani impiccati.”
È il 26 settembre 1944 quando Tina Anselmi, una ragazzina di appena sedici anni, è costretta ad assistere assieme alle sue compagne di scuola all’orrore dei corpi di trentun partigiani impiccati, appesi per il collo agli alberi di viale Venezia e di viale delle Fosse, a Bassano del Grappa.
Tina frequenta l’istituto magistrale di quella piccola città e una mattina, all’improvviso, le lezioni vengono interrotte dall’arrivo di un ordine: il federale vuole che gli studenti di ogni grado, bambini delle elementari compresi, e i cittadini di Bassano scendano in strada per quel macabro spettacolo.
BANDITI. Così i nazisti hanno scritto sui corpi di quei poveri ragazzi uccisi, dopo il rastrellamento nazifascista. Quella scritta deve essere un monito a chi osi ribellarsi alla presenza dell’occupante tedesco o ai militi della Repubblica sociale italiana.
È una scena agghiacciante e qualcuno non regge.
Alla vista di quei cadaveri con il collo spezzato, una ragazza comincia a urlare. È la compagna di banco di Tina, che cerca di correre incontro, disperata, a uno di quei corpi. Le altre la sorreggono e lei continua a urlare, perché fra i cadaveri a penzoloni ha riconosciuto suo fratello.
Poi c’è chi comincia a piangere, chi sviene, qualcuna vomita davanti a quello scempio, altre semplicemente abbassano gli occhi, ma vengono subito costrette a rialzarli dalle grida feroci della pattuglia tedesca.
È questo trauma consumato davanti agli occhi di una ragazzina, l’incontro con la morte barbara e disumana, la vista degli impiccati, che trasforma una studentessa di liceo come tante in una partigiana combattente, animata dalla rabbia e dall’urgenza di farla finita con un regime che sta distruggendo le vite di tante persone.
Tornata a casa, Tina si siede a tavola con la famiglia ma non riesce a mandar giù nemmeno un boccone. Sua madre le chiede di mangiare e di non parlare ad alta voce per paura che qualche spia ascolti, ma lei non può tenersi dentro quel dolore.
“Dobbiamo fare qualcosa, che facciamo? Stiamo qui a guardare?” dice a suo padre, fissandolo dritto negli occhi.
“No, tu ne starai fuori. Perché io ho il dovere di farti crescere” risponde l’uomo, preoccupato ma anche fiero per il coraggio mostrato dalla figlia.
Tina Anselmi inizia così la sua battaglia contro la dittatura di Mussolini, che ha portato la guerra in casa. “Non potevo rimanere indifferente, dovevo fare qualcosa” avrebbe raccontato in un’intervista televisiva, molti anni dopo i fatti.
Trascorsi due giorni, grazie a un’amica fidanzata con un partigiano, Tina si mette in contatto con Gino Sartor, comandante della Brigata autonoma Cesare Battisti, e chiede di essere arruolata con le forze della Resistenza.
“Sai cosa ti aspetta?” domanda il comandante a Tina. “Se ti prendono, pregherai il cielo che ti ammazzino subito, perché useranno tutte le torture per farti parlare e per le donne c’è anche di peggio.”
“Sì” risponde la ragazza “io sono pronta.”
“Bene, era quello che volevo sentire” continua il comandante. “Da questo momento il tuo nome vero non esiste più, devi sceglierne un altro per ragioni di sicurezza, perché se ti prendono non sapranno mai chi sei davvero. Da oggi non devi dire a nessuno quello che fai, non devi parlarne con nessuno, neppure con la famiglia.”»
[Michela Ponzani, Giovani, liberi, partigiani. Storie di ragazze e ragazzi in lotta per un futuro migliore]

