Torna Giùnapoli di Perrella, diario di memorie fotografiche senza fotografie

A vent’anni dalla prima uscita, questo libro continua ad essere una preziosa guida di viaggio di una città che deve essere vista (letta, percorsa, attraversata) come “testo stratificato”; come inevitabile conferma di una “verticalità sociale” tra chi sta in alto e chi vive in basso, nel “ventre”

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Di nuovo “giùnapoli”, vent’anni dopo. Conserva lo stesso titolo – con la lettera maiuscola Giùnapoli è toponimo che indica la direzione verso il centro cittadino per chi veniva dall’‘ ‘alto’ del Vomero, dai Colli Aminei e da Capodimonte, o dalla periferia lontana del litorale flegreo – la nuova edizione (ancora una volta pubblicata da Neri Pozza e la prefazione di Antonio Franchini) del primo libro di materia e d’ambientazione napoletana di Silvio Perrella. Un ‘esordio’ dedicato alla città di Partenope che già testimoniava, in nuce, i temi e le forme che si sarebbero poi tutti confermati nei modi diversi della scrittura di Perrella: il racconto (con una forte componente autobiografica); la prosa saggistica (di matrice prevalentemente letteraria); la poesia insieme con altre ‘suggestioni’ (fotografia e musica) che pure costantemente ritornano nei suoi libri.

Lo scrittore Silvio Perrella

Pretesto occasionale della storia è il trasferimento in Campania, dalla Sicilia, della famiglia di Silvio (autore-protagonista e voce narrante). Ha quattordici anni e a Napoli si sente “straniero”, uno venuto da “un altro mondo, anche se quel mondo non era poi così diverso”. Palermo e Catania, infatti, non differivano molto dalla sua nuova città d’adozione: posti di mare e di vulcani, alla stessa maniera luoghi di stratificazioni urbane e sociali, di traffico, di violenze gratuite e di una profonda e contagiosa malinconia. È questo l’elemento comune e perturbante che lo accoglie “…quel lontano giorno del 1973, quando Napoli puzzava di varechina per la paura del colera, fu il mio esordio napoletano: violento, rumoroso, inquietante, chi sì, che vvuò, comme te sì ppermìso…Ma fu un contatto. In fondo, fui più fortunato di Andreuccio da Perugia al quale nella novella che gli dedica Boccaccio ne capitano di più e di peggio. Comincia quel giorno la mia iniziazione a Napoli, fatta di schiaffi, di parole mal comprese, di occhi che guardano e di piedi che provano a orientarsi tra le strade della città”. Prende da qui le mosse il viaggio autobiografico – “per interposta Napoli” lo definì splendidamente Raffaele La Capria – che Perrella compie, nel corso degli anni, imparando a guardare; scoprendo, mentre cammina, una città fatta di “passato non passato; passato-presente; presente passato”. Alla stregua di un curioso ‘grandtourista’ settecentesco, tutto s’annota in questo libro che si costruisce come un diario di memorie fotografiche senza fotografie (che corredano invece il successivo Doppioscatto) e una testimonianza diretta di storie d’amicizia (da quelle più personali legate all’adolescenza ai nomi della formazione intellettuale, tra i quali Domenico Rea e Raffaele La Capria, Gustaw Herling, Tommaso Ottonieri, Ermanno Rea e Antonio Franchini).

La geometria urbana di Napoli diventa così – agli occhi e nella penna di Perrella – la proiezione prospettica di un “poliedro narrativo” nel quale trovano spazio espressivo voci diverse, tutte però ugualmente veritiere e significative. Valga, in tal senso, l’annotazione dedicata alla malussia, la malattia da cui non si guarisce, che ha scoperto grazie ai racconti dell’amico Sergio De Santis: “La malussia è una sorta di saudade, dove il naufragio e la bellezza si mescolano e il tempo prende un forma tutta sua”. Ed ancora potrebbero aggiungersi le visioni ‘liquide’ di Napoli (le abusate stilizzazioni da cartolina del Golfo, il mare della Ortese, la pioggia di Malacqua di Nicola Pugliese) oppure la ‘riscrittura’ illustrata di Moebius.

A vent’anni dalla prima uscita, Giùnapoli continua ad essere una preziosa guida di viaggio di una città che deve essere vista (letta, percorsa, attraversata) come “testo stratificato”; come inevitabile conferma di una “verticalità sociale” tra chi sta in alto e chi vive in basso, nel “ventre”; come luogo che “cambia in continuazione nella sua immobile continuità secolare”. E ancora conferma, vent’anni dopo, la piena presa di coscienza di Perrella di una identità inevitabilmente – ma senza rimpianti – segnata da Napoli: “Scendo le scale del Petraio. Prima di arrivare al corso ci sono due donne che parlano. La prima è giovane e ha un bambino in braccio. Sta sulla soglia del basso in cui abita. La seconda è anziana e grassottella e si è fermata sulle scale. Carpisco brandelli di dialogo. Parlano in dialetto, lanciano nell’aria la loro lingua, si capiscono al volo. Il bambino avrà uno o due anni. Sente i suoni, ne assorbe i ritmi, è il suo apprendistato al linguaggio. Io passo e guardo quel bambino e penso che non ho sentito questa lingua alla sua età, e penso ancora che per quanti sforzi faccia non sarà mai davvero la mia lingua madre. Sarò sempre uno straniero, anche se autoctono, anche se in parte quella lingua ho imparato a parlarla. Ormai sarò uno straniero ovunque”.

E tuttavia a quella città – a Napoli-testo e al suo multiforme contesto – Silvio Perrella si è ormai irrimediabilmente abituato, nella sola maniera possibile: amandola.

 

Silvio Perrella, Giùnapoli, Vicenza, Neri Pozza, prefazione di Antonio Franchini, 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

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