20 luglio 1925. Nel primo pomeriggio un migliaio di fascisti si riunisce intorno all’hotel “La Pace” a Bagni di Montecatini. Armati di bastoni, manifestano rumorosamente il loro disappunto per la presenza nell’albergo di un ospite da loro non gradito. Si tratta del deputato Giovanni Amendola, ex ministro delle Colonie nel Governo Facta. Amendola è il rappresentante più in vista dell’antifascismo democratico di matrice liberale; ma è, soprattutto, “il più energico sostenitore dell’astensione dalle sedute parlamentari” – ricordata come la “secessione dell’Aventino – che dura ormai da tredici mesi, in seguito all’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti per mano di una banda di sicari agli ordini di Benito Mussolini (che di quell’efferato delitto si assunse la “responsabilità politica, morale e storica”).
Col passare delle ore la situazione diventa sempre più difficile, fino all’arrivo del “capo supremo” del fascismo lucchese, il giovane deputato Carlo Scorza, che ha orchestrato tutto per poter far funzionare la sua “trappola” per Amendola: “Va lui stesso a conferire con il leader aventiniano (questa è la versione del gerarca), o comunque gli manda dei suoi ambasciatori per stipulare un patto. Al deputato liberal-democratico viene garantita l’incolumità purché parta al più presto per Pistoia, da dove potrà prendere un treno per Roma. Amendola accetta: sa di non potersi fidare di Scorza, che si offre di accompagnarlo in automobile insieme a un ufficiale dei carabinieri ma ritiene che quella vergogna sia durata fin troppo”. Ma, purtroppo, la “vergogna” non è destinata a finire: dall’uscita de “La Pace” alla macchina Amendola viene insultato e colpito a bastonate dalle camicie nere in mezzo alla folla; Scorza non lo accompagna né ci sono carabinieri ad aspettarlo in macchina ma due militanti fascisti. Altri – circa una quindicina – se ne aggiungono lungo la strada tra Montecatini e Pistoia, in località “Colonna”. Qui l’autovettura si ferma e Amendola viene aggredito con mazze, pugni e calci. “Dagli, dagli, ammazzalo”, racconterà di aver sentito Anna Malucchi, una contadina che abitava poco lontano dal luogo dell’agguato. Mai ripresosi dalle ferite riportate in quel vile attentato, Giovanni Amendola si spegnerà in una clinica di Cannes il 7 aprile del 1926.
Dal tragico epilogo della vita terrena di Amendola ha, invece, inizio la ricostruzione – per l’efficace tramite di una narrazione parallela storica e biografica – della vicenda, umana e politica, dell’“uomo che sfidò Mussolini”. A raccontarla nel suo ultimo libro è Antonio Carioti, ‘firma’ da oltre vent’anni del “Corriere della Sera” e autore di diversi saggi sul fascismo e sulla figura del Duce. A ritroso dalla morte di Amendola, Carioti ripercorre le fasi più significative della ‘storia’ personale del deputato liberaldemocratico, sempre contestualmente agli accadimenti della storia nazionale a lui contemporanea, della quale fu un indiscusso protagonista. Innanzitutto, la sua posizione di rilievo nel panorama italiano primonovecentesco, nel duplice solco dell’attività giornalistica e dello studio, costante di vita, della filosofia. Prima di diventare un politico, Amendola “aveva svolto funzioni di primo piano in due prestigiosi quotidiani, al “Resto del Carlino” di Bologna e poi al “Corriere della Sera”, mettendosi in luce come commentatore degli avvenimenti interni e internazionali. Ma la sua passione originaria, dalla quale del resto non si sarebbe mai staccato del tutto, era stata la filosofia, al cui studio si era dedicato da autodidatta, poiché non aveva mai seguito regolari corsi accademici umanistici né aveva ottenuto alcuna laurea. Nonostante questo, già in giovane età si era confrontato approfonditamente con i temi dell’etica e della conoscenza, adottando un approccio molto attento alla dimensione religiosa dell’esistenza umana”. Il giornalismo, la filosofia e la religione offrono materia di riflessione teorica (che ritornano nei volumi Maine de Biran. Quattro lezioni tenute alla Biblioteca filosofica di Firenze nei giorni 14, 17, 21 e 24 gennaio 1911, Firenze, La rinascita del libro; La volontà è il bene. Etica e religione; La categoria. Appunti critici sullo svolgimento della dottrina delle categorie da Kant a noi; Etica e biografia) oltre che un’opportunità di confronto serrato con numerosi intellettuali dell’epoca (tra i quali, Luigi Albertini, Benedetto Croce, Giovanni Boine, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini).
Agli anni che vanno dal 16 novembre 1919 – data della prima elezione di Amendola alla Camera dei deputati – fino alla morte è dedicata la parte più corposa del libro. Col sostegno di puntuali citazioni da articoli di quotidiani, di brani tratti da scritti politici e da interventi parlamentati, da carteggi epistolari e da documenti famigliari – Carioti segue il percorso politico amendoliano (dal Ministero delle Colonie all’ascesa del Fascismo, dalla coraggiosa lunga fase di dichiarato e aperto contrasto al regime mussoliniano alla “scelta dell’Aventino” dopo l’omicidio Matteotti); opportunamente tenendo conto anche del complesso – e non sempre facile – dialogo con le altre forze politiche d’opposizione (i socialisti, i popolari, il Pcd’I). Con un documento privato – il testamento redatto da Amendola il 21 febbraio 1926, il giorno precedente l’intervento chirurgico che risulterà però essere inutile per la gravità delle lesioni polmonari – Antonio Carioti si congeda dal lettore, rilevando il carattere strettamente personale dello scritto e, tuttavia, citandolo a modello di “una coerenza morale che tutti oggi riconoscono, ma alla quale va aggiunta una statura politica non comune, da cui derivano insegnamenti attuali e fecondi per chiunque creda nelle necessità di difendere la fragile, ma tuttora insuperata, democrazia liberale”.
Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola antifascista liberale, Bari, Editori Laterza, 2026.

