Tutto si tiene, a Napoli. Si tengono stretti l’antico e il moderno (lasciando necessariamente tracce nel Medioevo, che riutilizza ciò che era stato per costruire quello che sarebbe poi seguito). Si tengono insieme il sacro e il profano, come quando si va per chiese, alla scoperta di palazzi e di piazze, di monumenti in bella mostra o nascosti dai tavolini di baretti e di pizzerie, spesso abbandonati all’incuria (poco lontano da cumuli di “munnezza sfusa e diffusa”). Prova ne è la passeggiata lungo “Il quarto decumano”, così come lo racconta Pietro Treccagnoli in La Sirena di Dadapolis: ventesimo titolo della collana “’O Scarrafone”, volumi di piccolo formato che l’editore-libraio Pasquale Langella tiene orgogliosamente in esposizione nella sede di Port’Alba, in mezzo agli scaffali con edizioni di pregio e le bancarelle all’aperto per le occasioni a poco prezzo. “Un percorso dove Storia e Leggenda si intrecciano in un tessuto vitale, oltre le ferite della vita quotidiana, conduce da piazza San Giovanni Maggiore fino a Santa Maria La Nova, lungo l’auto proclamato Quarto Decumano, quello del Mare. Storto e biforcuto com’è, questo cammino non può vantare i quarti di nobiltà del centro antico greco romano. È infatti intrico medievale sovrapposto nei secoli da tutto quanto una metropoli vitalissima può generare”. Dal mare verso il centro storico, camminando tra (falsi) miti e credenze (di fede o di superstizione): la chiesa di San Giovanni Maggiore (forse fondata dall’imperatore Costantino e ‘forse’ segreto sepolcro della sirena Partenope); Palazzo Penne, uno dei pochi esempi della Napoli quattrocentesca (che, si dice, fosse stato costruito in una sola notte da Belzebù); e, ancora, l’icona veneratissima della Madonna nella chiesa di Santa Maria dell’Aiuto o, poco lontano, un altro luogo leggendario (sempre in una chiesa, Santa Maria La Nova) dove sarebbe sepolto il principe valacco Vlad Tepes l’Impalatore, ai più conosciuto con il nome di Dracula. “Napoli accontenta chiunque”, osserva Treccagnoli, “basta non farsi rovinare il racconto dalla verità”.

Cinque testi compongono l’indice del volumetto: “Il quarto decumano”, “Napoli alpina” e “La foto tagliata” – già usciti sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno” – e gli inediti “Solženicyn a Roma” e “La Sirena di Dadapolis”, che dà il nome alla raccolta. La “magica” Dadapolis era comparsa, per la prima volta, nel titolo di un libro di Fabrizia Ramondino – del 1989, scritto a quattro mani con Andreas Friedrich Müller – poi reso nella versione di docufilm (conservando sempre lo stesso titolo) da Carlo Luglio e Fabio Gargano, nel 2024.
E di nuovo, in questo bel ritratto della scrittrice napoletana, tutto torna a ‘tenersi’: un suo libro forse non letto oppure dimenticato; la storia di un’amicizia (quella di Treccagnoli e della Ramondino) nata nella redazione de “Il Mattino”; la Napoli letteraria del sestetto dei “grandi e solitari” (Mimì Rea, Mario Pomilio, Michele Prisco, Raffaele La Capria, Luigi Compagnone e Carlo Bernari); il mare e le spiagge, della Grecia e di Sant’Agostino, a Gaeta. Nella cornice di questo racconto si muove Fabrizia Ramondino, “una scrittrice straordinaria, nobile e fanciullesca, eppure tormentata assai. Un personaggio alla Dostoevskij, così doveva sentirsi. E incantava, incantavano i suoi silenzi e il suo sguardo ridente e fulminante. Prima che fantasmi neri della malinconia non la catturassero”.
Qualche anno dopo la morte di Ramondino, Treccagnoli si trovò a passeggiare lungo la battigia che segnava l’insenatura prima di Sperlonga. Il suo pensiero andò inevitabilmente all’amica scomparsa, chiedendosi in quale punto, tra mare e sabbia, fosse stato ritrovato il corpo di Fabrizia, “spiaggiato come quello della sirena Partenope, di una cittadina di Dadapolis”.
Pietro Treccagnoli, La Sirena di Dadapolis, Napoli, Langella Editore, 2026

