La fede originaria dell’Occidente, a partire da Empedocle – cioè dal primo pensatore che si trova di fronte al compito gigantesco di affermare l’esistenza del divenire –, è appunto la fede che l’uscire e il ritornare nel niente, da parte delle cose del mondo, è qualcosa di manifesto, evidente. All’interno di questa fede cresce l’intera civiltà occidentale. La riflessione sui primi pensatori greci non ha nulla dell’interesse erudito, ma si rivolge all’anima della nostra civiltà, ossia a ciò per cui l’Occidente è diventato civiltà della tecnica. Emanuele Severino, Il parricidio mancato, Adelphi, pagg. 160. Libro di nuovo disponibile – esce la prima volta nel 1985 – e opera fondamentale per chi voglia inoltrarsi nella speculazione di uno tra i massimi filosofi italiani, nato a Brescia nel 1929 e scomparso nel 2020. Il volume, piuttosto agile, raccoglie una serie di saggi che non solo sviluppano la tesi fondamentale della sua riflessione filosofica, – ovvero, l’idea che l’intera storia dell’Occidente sia cresciuta all’interno della tesi originaria che si venga dal nulla e che vi si ritorni, – ma confutano contemporaneamente le obiezioni che man mano gli sono state rivolte. Il nichilismo di Severino, quindi, partendo dall’idea che la fede nel divenire, – che attribuisce al molteplice, cioè al non essere, l’essere – sia stata l’essenziale proiezione dell’accadere dell’Occidente, ne indaga non solo l’inizio, ma ne rende comprensibile alcune parole decisive. Essere e niente sono, secondo Severino, termini di una contesa inesauribile e, forse, tuttora meditata quanto irrisolta, della questione fondamentale della filosofia e del linguaggio a essa sottesa. Protagonisti di questa vicenda sembrano essere Parmenide, Empedocle e Platone. Figure altrettanto rilevanti ma più marginali sono Melisso e Democrito. Parmenide, volendo trasporre, in sintesi, la riflessione severiniana come in una messa in scena teatrale, è il padre. Empedocle, il parricida mancato. Platone, il parricida riuscito. Melisso e Democrito figure di transizione secondarie ma non meno importanti. Cos’è il parricidio nella sua forma essenziale? Che cosa rappresenta, in breve, se non un superamento di un contenuto, di un maestro, di un’idea, di un’origine? Chi è il padre, se non l’inizio? Ma l’inizio di quale inizio è il padre? Il padre è l’inizio della filosofia. E si sa la filosofia inizia con Parmenide, con i presocratici. Almeno così è nella tradizione. E alla tradizione ci si attiene. Che cosa si cerca, allora, di esprimere, di sopravanzare? L’allievo Empedocle vuole “annientare” il maestro Parmenide. Ci riesce in parte, mancando l’obiettivo che sarà raggiunto da Platone. La tesi del filosofo di Elea è che l’essere è e non può non essere. Che ne è del non essere, della manifesta apparizione del divenire? Empedocle è audace ma non arriva fino in fondo, ecco perché Severino parla di lui come un parricida mancato. Empedocle sostiene il manifesto divenire. In altre parole, l’incontrovertibile manifestarsi del non essere, cioè del molteplice, ma non riesce a riportarlo a quell’unità dell’Essere che l’ente è nel suo apparente manifestarsi di essere e non essere. Da qui, sostiene Severino, nasce l’idea che ha permeato l’Occidente, ossia, che si viene dal nulla e si ritorna nel nulla. Idea che solo con Platone, con il vero parricida, si renderà consistente, solida, concreta, fondata. Nel Simposio, infatti, secondo Severino, avviene l’affermazione della logica e quindi della possibilità di distinguere il vero dal falso e, allora, di asserire il divenire nella sua manifesta dimensione di essere e di non essere. Certo, Parmenide ha ragione per quanto riguarda l’Essere assoluto, che nella declinazione della dottrina della conoscenza platonica si potrebbe coniugare nella teoria del quinto, dopo il nome, il logos, l’immagine e l’episteme, tuttavia il parricidio è commesso, a meno di non ammettere l’esistenza del molteplice nel suo essere niente. Lasciando libero in tal modo il divenire, l’evidenza del manifesto e del suo apparire, Platone instaura una struttura di pensiero che permea tutta la nostra cultura inficiandola con l’oblio dell’essere, tema caro a Heidegger ma che Severino riprende sostanziandolo con la teoria degli eterni. In sostanza, Platone, ma come lo stesso Empedocle, feriscono senza uccidere, sebbene l’ammissione che il non essere sia è di una presa straordinaria. Una forza che fa essere l’episteme – ciò che sta nella sua evidenza, l’idea della scienza, o l’idea ancora più specifica o metafisica della tecnica, – fondamento di tutta la cultura dell’Occidente. La tecnica, cioè il fare del niente qualcosa che è. E che può, in ogni caso, creare l’illusione della possibilità dell’impossibile, se non l’idea che tutto l’impossibile possa essere un giorno possibile. Quest’idea, quindi, che tuttora permea le nostre civiltà più progredite e le nostre culture più avanzate, è per Severino di una follia totale. Auspicando il ritorno a Parmenide, d’altra parte lo aveva pensato anche Heidegger sebbene con un’ontologia dalle diverse premesse, Severino attua un’accusa pesante nei confronti del nostro modo di intendere la realtà, o meglio, della convinzione che si ha del reale, e che nella sostanza è questo modo di procedere: dal nulla al nulla. Che detto così può apparire inquietante quanto banale ma che da un punto di vista generale, e logico, non è altro, secondo Severino, che il nostro modo di pensare e di procedere. Lo sforzo di Severino, quindi, di scardinare quella che in apparenza è solo un’ovvietà, è lo sforzo di salvare l’Essere dalla follia del divenire per proporre l’eternità degli enti e della verità. Un filosofo deve assicurare la verità sostiene Severino, altrimenti è la fine della filosofia. Certo, può apparire azzardato che un filosofo possa sostenere in maniera così perentoria la veridicità dell’ente. Eppure, come la ragione è l’unica cosa che possediamo con certezza, si può sostenere che anche la verità – il riportare il Tutto a un solo principio – è l’unica cosa che varrebbe la pena di perseguire. La verità è anche un sistema, quell’impianto dentro il quale ogni ente ha una sua logica e una sua ragione, e un senso. Un filosofo di sicuro costruisce un mondo o ne dà una spiegazione. Con Il parricidio mancato, un’opera importante del percorso teoretico del filosofo bresciano, Severino ci porta all’origine di una follia diventata generalizzata. Una follia da cui sembra impossibile trovare una strada per venirne fuori. Tuttavia, l’ipotesi che la fede nell’esistenza del divenire è la vera fede originaria del nostro mondo sembra non intaccare quell’evidenza di una realtà cui nessuna speculazione può muovere o condizionare verso esiti etici o ontologici. L’Essere resta la vera incognita dell’esistenza, la sua indeterminatezza è ciò che fa dire il niente dei nostri raggiungimenti. Perché se ci siamo dimenticati del Tutto, della relazione con il Tutto, è ovvio che non ci resti che il niente.
Emanuele Severino, Il parricidio mancato, Adelphi, pagg. 160

