L’aspra requisitoria di Siti contro i romanzi (e i poeti)

Dopo aver analizzato nel saggio eponimo alcune delle motivazioni che nel corso dei secoli hanno messo sotto processo o condannato pubblicamente opere narrative afferenti a questo genere letterario – accusate di oscenità, blasfemia, o addirittura induzione al suicidio – e dopo aver constatato come il romanzo, dunque, «stia dalla parte del Diavolo», lo scrittore tenta, dal proprio «cantuccio di italianista e ultraboomer», un carotaggio di otto romanzi scritti in Italia negli ultimi dieci anni, campioni di incassi e ascrivibili in quella che egli stesso definisce come «Trivialliteratur 2.0»

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Interrogandosi su cosa fosse la contemporaneità, Giorgio Agamben ebbe a scrivere che il vero contemporaneo è colui che è cosciente di appartenere irrevocabilmente al proprio tempo, al quale decide di aderirvi ma con le dovute distanze, tale da non coincidere perfettamente con esso (Che cos’è il contemporaneo, Nottetempo 2008). Queste riflessioni sembrano rispecchiare il profilo letterario di Walter Siti, tanto quello narrativo che quello saggistico e critico. Lo testimoniano infatti romanzi come Troppi paradisi (2006), in cui viene assunto il mondo televisivo come emblema della finta rappresentazione del reale (allora i social network erano ancora un affare privato di pochi), o ancora come I figli sono finiti (2024), in cui interrogando la direzione del progresso attraverso due personaggi tanto diversi da loro che il caso fa però incontrare – un settantenne vedevo e con un trapianto al cuore ed un ventenne “eremita digitale” – ha modo di trattare narrativamente e col filtro letterario temi come lo sviluppo tecnologico e lo spauracchio del post-umano.  Dialettica tra realismo e finzione, post-umanesimo e problematiche relative alle giovani generazioni ritornano anche nella sua più recente produzione saggistica. Si pensi, ad esempio, a Il realismo è impossibile, apparso per i tipi di Nottetempo nel 2013 ma arricchito da una “palinodia” nel 2023, nella quale decide di indagare il fenomeno della sostituibilità del reale attraverso un’accurata analisi di diverse serie tv, produttrici queste di una «de-realizzazione contemporanea». O ancora, si pensi a C’era una volta il corpo (Feltrinelli, 2024), in cui indaga il futuro dei corpi nell’epoca della loro riproducibilità tecnica, e dunque dei sistemi di interazione tra sistemi biologici e informatica. Infine, si pensi a La fuga immobile. Lo strano caso della Generazione Z (Silvio Berlusconi editore, 2025): sotto la sua lente finisce, da un lato,  «l’industria della vulnerabilità», creata soprattutto da adulti che vorrebbero abdicare dalle proprie responsabilità e rivendicare il diritto di essere fragili assieme ai propri figli, ventenni prudenti della «generazione sbadiglio»; dall’altro, sfruttando per poi rovesciare un’intuizione pasoliniana – il suo «Alì dagli occhi azzurri»,  attraverso il quale il casarsese fantasticava una congiunzione rivoluzionaria tra Terzo mondo e sottoproletariato italiano – , ci parla di un «meno mitico Ahmed dagli occhi scuri», che vive e si confonde tra i nostri giovani, e «un po’ prova ad integrarsi, un po’ li bullizza e li prende in giro per quanto sono passivi, un po’ li imita e li invidia per le loro famiglie accondiscendenti e laiche».

Che Walter Siti sia un vero contemporaneo, inteso nel senso suggerito da Agamben, ce lo conferma anche la sua ultima pubblicazione, Il romanzo sotto accusa (per non parlar dei versi) (Rizzoli 2026), in cui troviamo molti suoi scritti di critica letteraria mai raccolti in volume. Dopo aver analizzato nel saggio eponimo alcune delle motivazioni che nel corso dei secoli hanno messo sotto processo o condannato pubblicamente opere narrative afferenti a questo genere letterario – accusate di oscenità, blasfemia, o addirittura induzione al suicidio – e dopo aver constatato come il romanzo, dunque, «stia dalla parte del Diavolo», Siti tenta, dal proprio «cantuccio di italianista e ultraboomer», un carotaggio di otto romanzi scritti in Italia negli ultimi dieci anni, campioni di incassi e ascrivibili in quella che egli stesso definisce come «Trivialliteratur 2.0». Il critico constata per contrasto come adesso il romanzo, lungi dal porsi dalla parte del Diavolo, mira invece a creare dei «safe place», dei confini all’interno dei quali il lettore sa che nulla di male potrà accadergli. Ritorna allora alla mente il noto editoriale d’esordio di Vittorini sulle colonne del «Politecnico», quella necessità di una cultura che protegga piuttosto che consoli dalle sofferenze. Fa notare Siti, invece, come oggigiorno il lettore venga trattato «con riguardo e magari coccolato un po’: lo stile non deve creargli inciampo, tutto va spiegato per bene, ogni tanto si può fare gli spiritosi ma sempre nei limiti». Ma ancora, questo «safe place» creato dai romanzi contemporanei fa tornare in mente le riflessioni di Adorno – credo la fonte implicita di Siti – nella misura in cui non soltanto questi rappresentano una consolazione infantile, che cicatrizzi le ferite piuttosto che evidenziarle, come voleva Adorno appunto, ma nella misura in cui, nel fare o nel non fare ciò rispondono ai dettami dell’industria culturale, impossibilitati così dal crearsi uno spazio di eteronomia mercantile («oggi viviamo in una società della prestazione neoliberista, in cui non c’è più spazio per il dolore. Non dolore e sofferenza, bensì felicità e benessere devono incrementare la nostra efficienza», scrive Byung-Chul Han nel suo recentissimo Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil). A tal proposito, analizzando il romanzo Bugiarde si diventa di Felicia Kingsley, Siti mostra con acutezza come lo sperimentalismo formale oggi non faccia altro che emulare i media tecnologici: « in fondo al libro ci sono dei capitoli bonus (come si fa per arricchire le serie televisive)[…]; 2) le prime due pagine dopo la dedica sono un anticipo di p. 94, per incuriosire subito, come si fa anche nei post su Instagram; 3) nel profilo Spotify dell’autrice si può ascoltare la playlist con le canzoni che le hanno ispirato la scrittura». Il carotaggio di cui si diceva, risalente al novembre 2025, è seguito da una postilla datata 2026 e che risulta particolarmente degna di nota. Qui Siti si dedica al romanzo Bestie, primo caso d’opera letteraria in Italia che rivendica esplicitamente di non essere stata scritta da un autore in carne ed ossa: questo gli permette di intavolare una serie di domande circa il futuro della narrazione ed in particolar modo di quelle forme ibride, nate dalla collaborazione tra l’umano e l’intelligenza artificiale. Attraverso la sua solita acutezza d’indagine risalta come, queste tipologie di scritti, proprio perché spesso non sono “né belli né brutti” si confondono nella massa, tale per cui «per distinguere un romanzo indistinguibile dalla media non serve più uno scrittore: bastano un direttore editoriale curioso, un bravo editor, e un esperto di AI».

Il dato forse più interessante di questo volume emerge però quando Siti abbandona il campo della prosa: saggi sulla poesia di Montale, Fortini, Campana ed Elio Pagliarani, sono affiancati da una cospicua parte (quasi una sessantina di pagine) dedicata al commento di dieci testi (t)rap, che confermano l’eclettismo di Siti ed il suo inquieto interesse verso i fenomeni della contemporaneità. Leggendo tutto d’un fiato questa seconda parte – operazione possibile per via dello stile coinvolgente dello scrittore – quel che più stupisce è come restino immutate le sue categorie interpretative , che nel passare dalla poesia del Novecento alle canzoni del giorno d’oggi non si premura di cambiare i propri arnesi da critico, che rimangono dunque immutati pur se applicati su testi almeno superficialmente molto distanti tra loro. È proprio questo continuum ermeneutico la marca precipua dell’operazione di Siti. Non a caso, per Niente per me, testo del rapper romano Gemitaiz (tra l’altro citato anche nel romanzo I figli sono finiti, assieme al cantautore indie Calcutta), può ed anzi deve utilizzare le proprie capacità da filologo: «Quando ho cercato su Google il testo di questo pezzo, due siti su tre nell’ultima strofa scrivono “scendo fra le montagne dell’eco”, e solo uno ha la variante “le montagne dell’ego”. Avrei deciso per quest’ultima comunque, per la nota regola filologica della lectio difficilior, ma sono stato confermato da un’intervista del 2018 (il nostro testo è del 2016) in cui Gemitaiz dice di essere in analisi (notizia che qui sembra confermata dal verso “mi apro da fuori e vedo che c’è dentro”)». Questioni filologiche sono poi spesso affiancate da questioni metriche. Per esempio, apprendiamo che in Vergogna di Madame regna l’ottonario, che si complica progressivamente con ipometri e ipermetri, con strofe lunghe al limite della prosa, che ne sostanziano però il ritmo trocaico, contrastato nell’intermezzo della canzone da ritmi anapestici o dattilici. La metrica di Sabbie d’oro di Massimo Pericolo, invece, fa pensare addirittura al metro della Chanson de Roland: « L’autore non è uno che si impicca al rimario, la sua libertà si esprime nelle assonanze: qui, come nella maggioranza della sua produzione, predominano le lasse assonanzate, sequenze di versi spesso sdruccioli con la medesima vocale tonica (plomo, oro, tropici, poveri, cocainomani, nomadi, binocolo, impongono, fondo, stronzo) – è, senza che l’autore ne abbia coscienza, il metro che sta all’origine dell’epica cavalleresca, quello antico-francese della Chanson de Roland». Proprio il costante rimando al mondo letterario passato caratterizza l’analisi contenutistica dei dieci testi: ragionando su come si declina il proprio io all’interno dei pezzi di Madame, Siti chiama in causa il «je est un autre» di rimbaudiana memoria; leggendo Roma Sud di Pippo Sowlo l’assonanza ricca «Ralph Lauren – tutone» gli richiama alla mente la famosa rima gozzaniana «Nietzsche – camice»; in Ogni volta di Noyz Narcos rintraccia un epigramma quasi brechtiano («La gente con i soldi fa girare il mondo. / La gente con i soldi può girare il mondo. / La gente con i soldi sta spaccando il mondo / perché alla gente con i soldi non je basta il mondo»); fortuiti elementi di coincidenza con la poetica pascoliana sono invece riscontrati in molti testi di Rancore.

Merito di Siti è quello di non aver scelto brani succubi di quello che lui stesso ha definito «petrarchismo nero», ovvero brani eccessivamente vittima di determinati stereotipi quali la ricchezza, l’esaltazione di droga e armi o l’orgoglio dell’emarginazione (aspetti discussi nell’interessante saggio di Alberto Piccini e Giovanni Robertini, Maxi rissa. I diari della trap, Nottetempo 2025). Né apocalittico né integrato, Siti si è così dimostrato ancora una volta acuto osservatore della società, alternando pratica del sospetto ad attrazione verso nuovi fenomeni espressivi, lasciandosi infine ad un’intima confessione: «sarà che ho ottant’anni e mi affascina quel che non sarò qui a vedere».

Simone Romano

Laureato in Filologia moderna, ha recentemente concluso un percorso di studi in Études Italiennes presso Sorbonne. Collabora con la cattedra di Sociologia dei processi culturali dell’Università degli Studi di Salerno. I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’opera di Pier Paolo Pasolini. Si occupa della letteratura italiana del secondo Novecento (con particolare attenzione agli anni del boom economico e alla letteratura industriale).

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