If I had legs I’d kick you, la solitudine di una madre

Dopo quasi diciotto anni, Mary Bronstein torna alla regia con una dark comedy dalla potenza asfissiante affiancata dalla meravigliosa interpretazione di Rose Byrne nei panni della protagonista.

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Dopo quasi diciotto anni, Mary Bronstein torna alla regia con una dark comedy dalla potenza asfissiante affiancata dalla meravigliosa interpretazione di Rose Byrne nei panni della protagonista. If I had legs I’d kick you (in italiano Se solo potessi ti prenderei a calci) nasce da un’esperienza personale della regista, da un momento di grande sconforto e angoscia. La Bronstein, otto anni fa, si è ritrovata a doversi prendere cura della figlia di sette anni gravemente malata per otto mesi e, mentre quest’ultima si sottoponeva alle cure mediche, è stata in una stanza d’albergo in attesa che si riprendesse o migliorasse. L’unico modo per salvarsi dalla frustrazione e dall’impotenza è stato elaborare il trauma attraverso il mezzo cinematografico. Il film è stato presentato in anteprima mondiale a gennaio del 2025 al Sundance Film Festival, per poi arrivare nelle sale statunitensi il 10 ottobre dello stesso anno. Nonostante sia stato presentato alla XX Festa del cinema di Roma, If I had legs I’d kick you (il titolo è oggettivamente troppo lungo ma efficace), arriverà nelle sale italiane il 5 marzo 2026 distribuito da I Wonder Pictures. Candidato agli Oscar 2026 nella categoria “miglior attrice protagonista” per Rose Byrne, ha già ricevuto diversi riconoscimenti tra cui un Golden Globe per la Byrne come miglior protagonista in un film drammatico.

La trama e la metafora del “buco”

La trama ha uno scheletro narrativo molto semplice, almeno per quanto riguarda la vicenda. Il film racconta la storia di Linda (Rose Byrne), una madre terapeuta, che si deve prendere cura della figlia malata collegata con una sonda ai macchinari. La malattia non viene approfondita, come se allo spettatore non fosse dato sapere di quale malattia si stia parlando: Bronstein punta sull’universalità dell’esperienza. Quando il tetto di una stanza della casa di Linda cede creando un buco, la storia ha davvero inizio: lei e la figlia si trasferiscono in uno squallido motel. Le giornate di Linda sembrano un vero e proprio loop e noi la seguiamo tra gli incontri con i medici, con i suoi pazienti, alle sue sedute dal collega terapeuta. La seguiamo, ancora, nelle notti insonni passate a bere e a fumare in una voragine di disperazione, rabbia e frustrazione. Il “buco” creatosi nel tetto non è un semplice espediente narrativo per iniziare il racconto, è la metafora stessa della maternità, è il correlativo oggettivo della psiche di Linda. Quel buio nero, spesso fonte di trip mentali della protagonista, rappresenta la solitudine e la rabbia repressa di una madre caregiver. La pressione è tangibile in tutte le espressioni e scelte di Linda lasciata sola dalle istituzioni, dai medici e dal marito lontano che le dice cosa fare o non fare per telefono. If I had legs I’d kick you si trasforma nella rappresentazione più cinica e cruda della psiche di chi deve prendersi cura di un figlio o di una figlia e si sente impotente, in colpa e arrabbiato con il mondo. Ed è in questa misura che il titolo del film prende un significato altro, è esattamente quello che farebbe Linda alla malattia della figlia: se solo potesse, la prenderebbe a calci.

La regia claustrofobica e i tabù della maternità

Ad alimentare questo senso di impotenza vacua, vi è una regia claustrofobica e sincopata dove prevalgono i primi piani e le inquadrature compresse. La macchina da presa segue solo Linda e il suo punto di vista lasciando tutto il resto fuori dalla nostra portata, così vengono ricalcate le sue espressioni di stress e stanchezza ma anche di rabbia e paura. La scelta di mostrare la protagonista sempre in spazi chiusi (la camera d’albergo o la macchina) rende claustrofobica la visione. Inoltre, il ritmo frenetico con la quale si susseguono le azioni di Linda aggancia lo spettatore alla psiche di quest’ultima. Guardandola, manca il sonno anche a noi. E non sempre lo spettatore si sentirà a proprio agio con le scelte prese da questa madre terapeuta «sull’orlo di una crisi di nervi», ma non potrà fare a meno di compatirla e di riflettere sulla solitudine in cui si ritrova. La Bronstein ci impedisce di empatizzare con la figlia rendendola una voce stridula e capricciosa, una presenza sonora off screen, alimentando il senso di inadeguatezza della madre che vede incarnato nella sua bambina un suo fallimento, una sorta di punizione.  Senza il dark humor che contraddistingue Rose Byrne, la pellicola avrebbe perso di mordente; invece, l’attrice trasmette tutto il dolore che si prova e il pensiero intrusivo del senso di colpa. Il montaggio nevrotico, tra spazi chiusi e momenti allucinati, contribuiscono alla metafora del “buco” come voragine interna di una madre caregiver disperata.

Un film fuori dagli schemi

 If I had legs I’d kick you è stato girato in soli ventisette giorni e, al posto del gusto per l’estetica patinata che oggi è molto apprezzata nelle sale, ha privilegiato uno stile low budget più crudo e sporco, proprio per enfatizzare il tema trattato. La maternità viene affrontata nella sua ambiguità, con tutte le sue storture, evidenziando come il peso dei figli spesso ricada solo sulla donna, anche quando è una lavoratrice. If I had legs I’d kick you è un concentrato di ansia, di colpa e di quel senso di sopraffazione asfissiante che colpisce chi si ritrova a doversi prendere cura di un figlio in solitaria senza alcun aiuto. Una denuncia tacita, dunque, al sistema e al patriarcato ma, soprattutto, una descrizione lucida dei sentimenti di una madre che farebbe di tutto per proteggere sua figlia, anche prendere a calci il mondo.

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