Il suono della zampogna, fascino ed eco di tradizioni centenarie

L'arte centenaria degli zampognari si tramanda di padre in figlio. Preservare le tradizioni ci aiuta a mantenere vive le identità popolari, a sopravvivere agli stati d’animo mutevoli della storia

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Bagpipers at Christmas in the Piazza Navona, Rome, Italy, 1959. (Photo by David Lees/Corbis/VCG via Getty Images)

La zampogna è uno strumento musicale a fiato che fa parte della famiglia degli aerofoni, come il clarinetto, il fagotto e il controfagotto, il flauto barocco, la cornamusa: strumenti nei quali l’aria è il mezzo primario che in vibrazione produce un suono.

Nella classificazione di Erich Moritz Von Hornbostel e Curt Sachs (etnomusicologi, insegnanti presso le maggiori Università europee) gli aerofoni sono divisi in due classi, a seconda che la vibrazione dell’aria sia contenuta in una cavità dello strumento – aerofoni risonanti – oppure aerofoni con cavità libere. La zampogna è formata da una serie di canne di legno stagionato da almeno due anni, tenute insieme da un testale. Ogni canna possiede quattro fori digitali collegati tramite il testale all’otre a sacca ricavato dalla pelle di capra o di pecora conciata con il sale. L’aria entra nell’otre attraverso il gonfiature, annodato alla zampa dell’animale scuoiato, e produce la diversità del suono in base alla pressione esercitata dallo zampognaro sui fori delle canne.

La storia della zampogna ha origini antichissime: è un viaggio nel tempo e nella cultura dei popoli. In Europa viene fatta risalire alla Grecia classica, dalla trasformazione del flauto del dio Pan, e all’antica Roma. Si narra fosse lo strumento preferito dall’imperatore Nerone. Conosciuta dai latini con il nome di utriculus, fu esportata dai latini stessi in tutta Europa, e nei diversi Paesi subì processi di trasformazione fino a divenire la cornamusa scozzese e irlandese e la musette francese, suoi cugini diretti. La zampogna aveva funzione sociale sacra e pagana: scandire i momenti salienti dell’anno agricolo, mentre alle feste e nei riti propiziatori, il suono serviva ad allontanare gli spiriti maligni e ad invocare la protezione dei Santi.

Esistono nel mondo altri parenti stretti della zampogna. In Libia, ad esempio, la zokra, che presenta corni di mucca (ancora oggi parte della musica nordafricana), il dankiyo in Asia e in particolare in Turchia , il mizwad in Algeria e tutti gli aerofoni usati dalle tribù beduine del Kuwait e delle aree desertiche circostanti.

In Italia, la tradizione degli zampognari – in origine contadini e pastori – si diffuse nel Lazio, in Abruzzo, in Molise, in Basilicata, Calabria, Sicilia e in Campania. In quest’ultima Regione fu dilagante nella metà del 700 nel Regno di Napoli, per diffondere anche tra i bambini preghiere in musica con canti cristiani natalizi del tipo “Tu scendi dalle stelle”, scritta da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo cattolico, autore di celebri melodie e opere letterarie teologiche. Si legge che il primo a collocare le statuette degli zampognari nel presepe fu San Francesco D’Assisi, religioso e autore del “Cantico delle creature”, considerato il primo poeta italiano. E ancora oggi, la coppia di zampognari (uno alla zampogna e l’altro alla ciaramella) posizionata in prossimità della grotta della natività, è parte integrante del presepe napoletano.

Nei grandi centri urbani, il suono della zampogna si ascolta nelle strade e in prossimità delle edicole votive solo nel periodo natalizio; mentre in alcuni contesti rurali del Centro-Sud Italia, in occasione di feste e processioni, accompagna gli eventi dell’anno. L’arte centenaria della zampogna si tramanda da padre in figlio come vibrazioni mistiche che diffondono l’eco di un passato lontano. Come definire le tradizioni? Il patrimonio culturale che concima le nostre radici. Preservare le tradizioni serve a mantenere vive le identità popolari, a sopravvivere agli stati d’animo mutevoli della storia.

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