Nostalgia del ‘per sempre sì’: da Sanremo alle contraddizioni della Gen Z

Il brano di Sal da Vinci cantato sul palco dell’Ariston indica un ritorno al passato come risposta simbolica al clima di incertezza che caratterizza le relazioni contemporanee. Un immaginario che non necessariamente rispecchia le dinamiche relazionali vissute dalle nuove generazioni, ma che continua a funzionare come potente orizzonte simbolico, traducendo un desiderio diffuso di stabilità e certezze

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“Saremo io e te / per sempre / legati per la vita…”

Non è solo il ritornello della coreografia/meme più virale sui social ma il nucleo centrale di Per sempre sì, il brano con cui Sal Da Vinci ha vinto la 76ª edizione del Festival di Sanremo, conquistando una valanga di voti dal pubblico a casa. Ad aggiudicarsi la vittoria al concorso più prestigioso e longevo della musica leggera italiana è un cantante partenopeo con una canzone che è la perfetta colonna sonora per serenate, proposte di matrimonio e banchetti nuziali – non solo al Castello delle Cerimonie ma in tutta Italia. Il brano si innesta nel solco di una tradizione melodica che riprende un immaginario fatto di promesse eterne, fedeltà assoluta e unione rigorosamente uomo-donna, sancita davanti a Dio. L’amore si configura come destino e progetto di vita totale, scandito dalle tappe canoniche della famiglia tradizionale: il matrimonio, la casa, i figli. Il racconto è costruito quasi interamente dal punto di vista maschile e la donna appare come una figura regale sì, ma in attesa del suo re (“una regina ora vestita in bianco sposa”), un angelo del focolare con un preciso desiderio di futuro condiviso e di maternità (“Abbiamo sognato figli in una grande casa”). Non compaiono, per entrambi i partner, ulteriori elementi identitari (lavoro, autonomia personale, individualità, aspirazioni), tutto converge nella coppia. La voce attiva del racconto amoroso è quella dell’uomo, è lui che promette e costruisce il futuro (“Il più grande giorno / ti regalerò”). La relazione diventa legame assoluto (“Saremo io e te / per sempre / legati per la vita”) e unica ragione per vivere (“Senza te / non vale niente / non ha senso vivere”). Entrano poi in gioco due elementi simbolici fondamentali, l’istituzione matrimoniale e la fede religiosa; ed è ancora una volta l’uomo ad assumere il ruolo di garante della stabilità della coppia, compiendo la solenne promessa (“Con la mano sul petto / io te lo prometto / davanti a Dio”).

Una simile struttura narrativa evoca un aspetto che Simone de Beauvoir aveva individuato nella cultura occidentale, alla fine degli anni Quaranta, ovvero la tendenza a identificare la donna in quanto figura ‘relazionale’, definita principalmente in funzione del legame con l’uomo e del progetto familiare. Più di recente, Judith Butler ha sottolineato come i ruoli di genere non siano naturali e prestabiliti, ma il risultato di pratiche culturali reiterate nel tempo. Alla riproduzione simbolica, contribuiscono le rappresentazioni artistiche e mediatiche, offrendo modelli che possono essere interiorizzati, contestati o reinterpretati dal pubblico. In questa prospettiva, il successo di una canzone come Per sempre sì non implica necessariamente una piena ed univoca adesione del pubblico al modello relazionale proposto; tuttavia, indica che un immaginario fondato sulla centralità della coppia eterosessuale, sul matrimonio e sulla promessa di un legame eterno continua a occupare uno spazio significativo nella cultura popolare. Naturalmente una canzone non può essere assunta come prova sociologica, né è sufficiente a trarre conclusioni su questioni complesse come quelle che riguardano i modelli di coppia o le dinamiche di genere. Ciò nonostante, il successo di Per sempre sì invita a porsi una domanda: perché un immaginario patriarcale continua a incontrare un consenso significativo proprio in una fase storica caratterizzata dalla coesistenza di modelli relazionali plurali, dall’emergere di identità di genere fluide e da una crescente messa in discussione dei ruoli tradizionali?

Per tentare di approfondire tale questione, uno spunto utile emerge da una recente indagine internazionale, condotta da Ipsos in collaborazione con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London. Realizzato su oltre 23 mila intervistati di età compresa tra i 12 e i 74 anni in 29 paesi (dall’Indonesia e dalla Thailandia fino a Cile, India, Gran Bretagna e Italia), il sondaggio aveva l’obiettivo di rilevare atteggiamenti e percezioni riguardo alla parità di genere, con particolare attenzione alle differenze tra le generazioni. Pubblicata in occasione della Giornata internazionale della donna, proprio mentre in Italia e in molti altri paesi si svolgevano manifestazioni e mobilitazioni pubbliche su temi attualissimi – quali violenza di genere, discriminazioni sociali e divario salariale – l’indagine ha messo a confronto le opinioni della generazione dei Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964), con quelle delle generazioni più giovani, i membri della Generazione Z (nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila). Tra i risultati più discussi emerge il fatto che una quota non trascurabile di uomini appartenenti alla Generazione Z esprima opinioni conservatrici rispetto ai ruoli all’interno della coppia. Nel complesso, gli uomini della Generazione Z risultano circa due volte più propensi rispetto ai Baby Boomers a sostenere posizioni tradizionaliste riguardo a chi detenga il potere decisionale all’interno della coppia. In particolare, il 31% degli uomini tra i 18 e i 28 anni si dichiara d’accordo con l’affermazione secondo cui una moglie dovrebbe obbedire al marito, mentre il 33% ritiene che, nelle decisioni familiari più importanti, l’ultima parola spetterebbe all’uomo. Il divario appare evidente anche osservando le risposte femminili. Solo il 18% delle donne della Generazione Z concorda con l’idea che una moglie debba obbedire al marito, percentuale che scende ulteriormente tra le donne appartenenti alla generazione dei Baby Boomers, dove si ferma al 6%.

Inoltre, a livello globale, il 52% degli intervistati ritiene più naturale che siano le donne a prendersi cura dei figli. In Italia, questa percentuale sale al 55%. Tra gli uomini della Generazione Z, quasi un quarto (24%) concorda con l’idea che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente, una quota doppia rispetto ai Baby Boomers (12%). Analogamente riguardo al comportamento sessuale, il 21% degli uomini della stessa generazione pensa che una donna non dovrebbe prendere l’iniziativa, contro il 7% dei Boomer. Altre risposte, raccolte in Italia, confermano il persistere di alcune rappresentazioni passatiste. Il 20% degli intervistati considera problematico che una donna guadagni più del proprio partner, il 10% ritiene che la moglie debba obbedire al marito e l’11% pensa che, in una discussione familiare, l’ultima parola spetterebbe all’uomo. Una percentuale analoga ritiene, altresì, che un uomo che si occupa della cura dei figli rischi di apparire meno virile.

Senza dubbio, questi dati devono essere interpretati con cautela. Il sondaggio è stato condotto online e, se nei paesi ad alto reddito i campioni sono stati scelti per essere rappresentativi della popolazione adulta, in altri contesti essi tendevano a includere soprattutto individui con accesso a internet e livelli di istruzione medio-alti. Inoltre, la formulazione delle domande e la loro traduzione nei diversi contesti linguistici possono aver influenzato il modo in cui gli intervistati hanno interpretato concetti come ‘autorità’, ‘obbedienza’ o ‘decisione’. Fatte queste precisazioni metodologiche, l’indagine risulta comunque interessante, se messa in relazione con il successo di Per sempre sì.

Un dato inatteso emerge dal sondaggio. Una parte della Generazione Z, soprattutto maschile, mostra una sorprendente nostalgia per ruoli di coppia stereotipati, in misura persino maggiore rispetto alle generazioni precedenti. In questa prospettiva, il successo di Per sempre sì si colloca in un immaginario nostalgico e patriarcale che resiste, nonostante la trasformazione dei modelli sociali e dei valori generazionali. Senza trarre conclusioni affrettate, la vittoria del brano di Sal Da Vinci è da intendersi come un indicatore della coesistenza, nello stesso spazio culturale, di immaginari opposti e talvolta in contrasto. Tale compresenza non è necessariamente una contraddizione bensì il riflesso delle trasformazioni complesse che attraversano la nostra società. Come ha osservato il sociologo Bauman nella sua riflessione sulla ‘modernità liquida’, i legami affettivi contemporanei oscillano tra il desiderio di autonomia individuale e il bisogno di sicurezza emotiva. L’amore viene così investito di aspettative discrepanti, da un lato, dovrebbe garantire libertà personale, dall’altro, offrire protezione e sicurezza. Ed è forse proprio in questa tensione che si colloca la forza narrativa di un ‘per sempre’ cantato sul palco dell’Ariston, un ritorno al passato come risposta simbolica al clima di incertezza che caratterizza le relazioni contemporanee. Un immaginario che non necessariamente rispecchia le dinamiche relazionali vissute dalle nuove generazioni, ma che continua a funzionare come potente orizzonte simbolico, traducendo un desiderio diffuso di stabilità e certezze. Una promessa antica, che ritorna ciclicamente nelle canzoni così come in altre forme di narrazione (dal cinema alla letteratura), capace ancora oggi di parlare a molti.

 

Giovanna Landi

Fotografa e designer della comunicazione visiva e multimediale, collabora con le cattedre di Sociologia dei processi culturali e Sociologia delle arti elettroniche presso l’Università di Salerno. Si occupa comunicazione audiovisiva, con particolare attenzione verso la fotografia, le arti multimediali e partecipative, il rapporto tra corpo-immagine e con una precisa attenzione verso i gender studies. Cura, con Alfonso Amendola, la rubrica “FLUXUS. Tutto è immagine”, sul magazine di Confindustria “CostoZero”. Ha co-curato il volume Giocare a dadi con il cielo. 10 movimenti per Roberto Vecchioni (FDA, 2026).

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