Mio fratello è un vichingo, una dark comedy sul valore dell’unicità

Lo sceneggiatore e regista danese Anders Thomas Jensen mostra sul grande schermo l'indissolubilità dell'amore fraterno. Il suo è un film catartico in cui il riso prende il sopravvento sulla riflessione ma, uscendo dalla sala, ci si sente più leggeri e più unici di prima

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Se si pensa a quale sia uno dei rapporti più potenti al mondo, essere fratelli è tra questi. È uno di quei legami che va oltre il tempo, oltre lo spazio e spesso anche oltre il senso di famiglia stessa. Lo sceneggiatore e regista danese Anders Thomas Jensen è tornato, nel 2025, sul grande schermo per esplorare l’indissolubilità dell’amore fraterno. Mio fratello è un vichingo (titolo originale Den sidste viking/The Last Viking) è stato distribuito in Norvegia dal 28 novembre 2025 e in Germania dal 25 dicembre. In Italia, debutta al cinema il 26 marzo, distribuito da Plaion Pictures, ma è già stato presentato Fuori Concorso all’82ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Lo sceneggiatore, che è alla sua sesta regia, ha una sua peculiarità narrativa evidente in tutti i suoi lavori, partendo dai cortometraggi (con Valgaften ha vinto la statuetta Oscar come miglior cortometraggio nel ’99) al suo esordio alla regia di lungometraggi con Luci intermittenti nel 2000 e, a seguire, con i film Le mele di Adamo e Riders of Justice. Il suo stile inconfondibile intreccia il crime e il thriller con il tragicomico lasciando lo spettatore spiazzato dalla visione. Il suo è un cinema autoriale, difficilmente trova spazio nelle attese cinematografiche del pubblico. Eppure, Mio fratello è un vichingo è uno di quei film catartici dove il riso prende il sopravvento sulla riflessione ma, uscendo dalla sala, ci si sente più leggeri e più unici di prima. Non si tratta solo di dark humour, ma di quanto il film riesce a trasmetterti attraverso il politicamente scorretto e il surreale.

Cast feticcio e star internazionali

Una regia impeccabile che è riuscita a mescolare i diversi generi sapientemente, ma che ha avuto a suo favore un cast d’eccezione. Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas (Anker) e Sofie Gråbøl (Margrethe) sono tornati a lavorare con il regista danese dopo aver già lavorato in un altro suo progetto, Flickering Lights. Ad aggiungersi a questo cast feticcio, c’è anche Nicolas Bro, apparso nel corto Valgaften. Un cast totalmente in parte, ma l’interpretazione di Mikkelsen nei panni di Manfred merita una menzione d’onore, difatti gli è valsa anche la candidatura agli European Film Awards come miglior attore protagonista. Il duo fraterno Mads-Nikolaj agisce specularmente nella progressione della narrazione portandoci nel loro rapporto complicato e nella loro ricerca di un’identità.

Mio fratello è un vichingo: trama e temi

Come ogni film d’azione che si rispetti, Mio fratello è un vichingo inizia con una rapina in banca finita male e Anker è costretto a separarsi dal fratello Manfred, affetto dal disturbo dissociativo della personalità. Dopo quindici anni, di ritorno dalla prigione, Anker torna a casa da Manfred, che ora si fa chiamare John (Lennon), e dalla sorella Freja. Il ritorno a casa non è molto tranquillo, Anker vuole riprendersi i soldi rubati (e mai ritrovati dalla polizia) che aveva fatto nascondere al fratello anni prima. Inizia un delirante e grottesco viaggio alla ricerca del borsone ricolmo di denaro che porterà i due fratelli a ritornare alla casa paterna, una casa immersa nel verde dei boschi. Quel che era la loro casa è diventata un bed and breakfast a conduzione familiare, i proprietari sono una coppia monotona e risentita dei propri sogni infranti, Margrethe e Werner. E se il canovaccio della storia è abbastanza lineare, quel che succede è del tutto imprevedibile. Il disturbo dissociativo della personalità è il motore per gag continue o riflessioni più acute, mentre il rapporto fraterno viene esplorato intensamente parlando di protezione, amore ma anche rabbia e incomprensione. E accettazione, non solo della diversità, ma del proprio passato represso. La memoria è un altro tema che viene affrontato attraverso flashback e dettagli evocativi per elaborare i traumi infantili. Anker e Manfred sono il frutto del loro passato e dei loro segreti condivisi, questo è il fil rouge della pellicola. Si tratta anche di redenzione: Anker cerca una via di riconciliazione con sé stesso in primis, desidera il meglio per suo fratello e una vita tranquilla (più tranquilla di quella che è stato costretto a vivere). Il concetto di normalità viene decostruito attraverso i personaggi outsiders protagonisti a favore di una diversità che smonta i costrutti sociali in cui spesso ci rifugiamo. Avviene in maniera grottesca e surreale, persino nel disegno animato che racconta una leggenda vichinga all’inizio e alla fine del film. Mio fratello è un vichingo ci ricorda che se fossimo tutti uguali non ci sarebbero emarginati, ma a quel punto non ci sarebbe l’unicità che contraddistingue l’essere umano. Bisognerebbe avere sempre il coraggio di essere sé stessi senza provare vergogna, proprio come Manfred: lui non ha paura di essere ciò che vuole, un vichingo. Se siete appassionati di tematiche familiari, di thriller e di un pizzico di follia, andate a godervi il film al cinema.

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