Inferno, purgatorio, paradiso e l’esprit du temps in Notre Musique di Godard

La verità ha più facce, champ-contrechamp, il grande regista lo ripete spesso, ma in realtà al di là delle narrazioni equivoche, dei vincitori o dei vinti, ciò che emerge è una verità più radicale: la guerra è sempre negazione della dignità umana. Questa idea attraversa l’intero film e si manifesta in modo evidente nel montaggio che accosta le immagini degli ebrei emaciati nei campi di concentramento accanto a riprese di palestinesi dopo le fasi più cruenti del conflitto

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Un fotogramma del film di Godard Notre Musique (2004)

Alla retorica secondo cui i fatti parlano da soli, Celine rispose «non ancora per molto». Era il 1636, in un periodo in cui la realtà dei fatti non era stata ancora completamente deformata da una moltitudine di narrazioni, così divergenti tra loro al punto tale da far dimenticare ciò che realmente accade ed è accaduto.

L’apparente certezza della parola rispetto alla complessità della reale è il tema centrale attorno a cui ruota Notre Musique, film del 2004 e diretto da Jean Luc Godard.

Contrariamente al Godard degli anni ‘60 che cercava di catturare l’esprit du temps d’un’epoca, in Notre Musique, il regista francese sembra interrogare il passato, raccontando la dimensione collettiva, in particolare quella delle comunità vittime della storia per cercare di riflettere sugli scenari geopolitici più recenti, o quantomeno, di generare delle domande a cui non pretende di dare una risposta definitiva «Mi sono sempre chiesta perché la rivoluzione non è mai partita dalle persone più umane». Il potere di una narrazione specifica nel costruire un’identità e nell’orientare con interesse la memoria di un popolo, di un conflitto, di una guerra sembra essere la chiave dei vincitori, coloro che scrivono la storia. L’archetipo di questo meccanismo può essere individuato in Omero, cantore della guerra di Troia. Il tentativo di Godard è, dunque, quello di restituire spazio alla prospettiva dei popoli storicamente oppressi, la storia dei vinti, perché la verità ha sempre due facce.

Tre atti che richiamano

la struttura dantesca

Il cortometraggio si divide in tre atti che richiamano apertamente la struttura dantesca, inferno, purgatorio e paradiso. Nei primi dieci minuti dedicati all’inferno, il regista crea una sequenza serrata di immagini d’archivio e di scene tratte da film storici occidentali. Lo spettatore viene trascinato da un’epoca all’altra con estrema rapidità: battaglie medievali si alternano a cadaveri vietnamiti tra fiamme e macerie, per poi passare ai profughi in Kosovo e concludere con le immagini di alcuni prigionieri nei lager nazisti. Il filo rosso che attraversa la storia dell’Occidente dalle crociate al conflitto a Sarajevo è la costante inclinazione dell’uomo ad essere protagonista attivo o passivo di scenari violenti; guerre, prevaricazione, distruzione, sopra le cui ceneri ha costruito la propria identità.

L’imaginario della guerra è il cuore della nostra civiltà, la nostra musica che continua a risuonare nonostante le promesse del progresso.

Non è un caso che la sezione Purgatorio sia ambientata proprio a Sarajevo. Qui si incrociano diverse figure: una giornalista arriva in città per comprendere la natura del conflitto in un luogo che ha conosciuto morte e devastazione; una giovane ebrea di origini russe, Olga, partecipa a un seminario dello stesso Godard, una lezione su “L’immagine e il testo” realmente tenuto e decide di sacrificarsi per la pace in Medio Oriente; uno scrittore torna nella vecchia biblioteca di Sarajevo, ridotta a un guscio bruciato; alcuni nativi americani smarriti si aggirano per la città. Sarajevo, teatro dello scoppio della prima guerra mondiale fino all’assedio degli anni Novanta, sembra ora essere il luogo ideale per un tentativo di riconciliazione tra passato e presente, morte e vita, finzione e documentario. Terminata la brutale violenza dell’inferno, il purgatorio assume la forma di un dialogo tra personaggi immaginari e intellettuali reali a cui Godard non chiede di recitare ma di pronunciare un breve testo scritto di loro pugno. In questa prospettiva compare il poeta palestinese Mahmoud Darwish che si presenta alla giornalista israeliana Judith, come il «poeta dei cittadini di Troia», stabilendo un parallelismo, tra la città di Troia e la Grecia da un lato e Palestina e Israele dall’altro. Darwish approfondisce il tema della narrazione dei più forti e sottolinea che i palestinesi hanno la sfortuna di avere come avversario uno Stato con alleati molto potenti; tuttavia, proprio questa asimmetria rende la loro condizione più visibile sulla scena internazionale. «Voi ci avete portato la sconfitta e la fama». In questi termini, Godard inquadra il conflitto asimmetrico per eccellenza, quello tra israeliani e palestinesi. Israele è dunque la finzione, la vanità della parola dominante, mentre la Palestina è il documentario, il contro-potere.

La densa poesia dei vinti

e la narrazione dominante

Finché la poesia dei vinti vivrà, esisterà sempre una narrazione alternativa rispetto a quella dominante.

La verità ha più facce, champ-contrechamp, Godard lo ripete spesso, ma in realtà al di là delle narrazioni equivoche, dei vincitori o dei vinti, ciò che emerge è una verità più radicale: la guerra è sempre negazione della dignità umana. Questa idea attraversa l’intero film e si manifesta in modo evidente nel montaggio che accosta le immagini degli ebrei emaciati nei campi di concentramento accanto a riprese di palestinesi dopo le fasi più cruenti del conflitto. Si tratta di immagini intercambiabili, il cui significato trascende la parola e si radica esclusivamente nella sofferenza umana. In questo senso se si guarda una vecchia fotografia in bianco e nero di Varsavia dopo l’invasione nazista si fa fatica a distinguerla da una foto attuale di Gaza, ciò che cambia è soltanto la qualità dell’immagine, non la tragedia rappresentata.

Se ogni guerra distrugge l’identità di un popolo lacerando il legame tra passato e futuro, ogni tentativo di ricostruzione cerca di ristabilire questa continuità. Per questo motivo il simbolo più potente del film è probabilmente l’immagine dello Stari Most di Mostar, gioiello dell’architettura medievale che ha resistito a due guerre mondiali ma è stato infine distrutto durante le guerre balcaniche degli anni Novanta. Le sue pietre recuperate e numerate rimandano agli ebrei nei campi di sterminio, proprio come i codici sui polsi dei prigionieri sopravvissuti, un frammento alla volta viene raccolto per salvare il passato, permettere ai morti, ai vinti di uscire dall’oblio in un certosino lavoro sulla memoria.

Difficile distinzione

del vero dal falso

Il film si conclude con il paradiso. Olga, dopo il suo fallito tentativo di martirio, approda in una sorta di bucolico paradiso terrestre; acqua, boschi, giovani che cantano e giocano, una scena quasi edenica, dove lei Eva contemporanea del XXI secolo mangia una mela con Adamo. Tuttavia, questo paradiso è sorvegliato da soldati dell’esercito statunitense, e circondato da reticolati, trasformandosi così in uno spazio grottesco e paradossale. L’ironia sottile di Godard suggerisce la futilità del sacrificio individuale e allo stesso tempo mette in luce il carattere artificiale delle narrazioni consolatorie prodotte dai vincitori. Il paradiso appare il luogo dove riemerge la costruzione narrativa, un luogo di canti e sorrisi che tenta di nascondere la realtà della violenza che continua a esistere al di fuori dei suoi confini.

Godard chiude con uno sguardo disincantato sulla storia, se l’inferno rappresenta la brutalità della guerra e il purgatorio lo spazio del dialogo e della memoria, il paradiso diventa il luogo in cui i fatti non parlano più da soli, ma sono plasmati da una narrazione così incisiva che si fa fatica a distinguere il vero dal falso.

La storia continua, si ripete, in scenari uguali e intercambiabili, la musica è la stessa, quella delle bombe, dei missili, del sangue e delle urla strazianti dei civili, la nostra musica, ma Godard sembra anticipare una dinamica che diventerà ancora più evidente negli anni successivi con l’avvento dei social media e dell’intelligenza artificiale, l’importanza del linguaggio capace di veicolare la diffusione capillare di forme di propaganda e contro propaganda.

Le vite spezzate

irriducibile realtà

In contesti particolarmente complessi come quelli di guerra o di conflitto geopolitico, questa dimensione diventa ancora più evidente. Proprio nei momenti in cui sarebbe più urgente comprendere la realtà nella sua complessità, il linguaggio e la narrazione che lo accompagnano contribuiscono a orientare la percezione degli eventi. La capacità di nominare, descrivere e raccontare il conflitto non è mai neutrale, essa determina il modo in cui il presente sarà interpretato e allo stesso tempo costruisce le fondamenta su cui il passato verrà ricordato. In questo senso il film suggerisce che il rischio più grande sia proprio quello di trasformare le idee e la narrazione in verità assolute, dimenticando la realtà dell’esperienza umana». All’inizio del film una giovane donna afferma «Uccidere un uomo per difendere un’idea non è difendere un’idea: è uccidere un uomo». Questa affermazione riassume efficacemente il senso ultimo della riflessione di Godard, le idee, le ideologie che possono portare anche a tentativi goffi ma sempre tragici di martirio come quello di Olga, pretendono di sostituirsi alla realtà finendo per diventare costruzioni astratte celandosi dietro una pretesa di grandezza o dignità intellettuale. La guerra dimostra invece che aldilà di qualsiasi racconto la realtà rimane irriducibile, non è fatta di narrazioni ma di vite realmente spezzate rappresentando il fallimento dell’umanità.

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