CineMoi, il cinema raccontato tra critica, arte e visione

Il nuovo periodico prende le distanze dall’affollato panorama editoriale e definisce un gesto culturale preciso: sottrarre il cinema alla velocità del consumo per restituirlo alla sua densità estetica e critica. È una scelta che riporta al centro la Settima Arte come forma di pensiero capace di interrogare il presente e di restituirne la complessità. In questa prospettiva, anche la scelta della carta appare significativa. Più che un gesto nostalgico, è una precisa dichiarazione di poetica

Tempo di lettura 4 minuti

A volte un nome basta a rivelare la natura di un progetto culturale. CineMoi. Volti, storie e voci dal grande schermo possiede fin dal titolo una qualità immediatamente riconoscibile: suggerisce che il cinema sia molto più di uno spettacolo (ricordate l’urlo del giovane Majakovskij). È esperienza intima dello sguardo, spazio in cui le immagini, quando sono autentiche, finiscono sempre per riguardare anche noi. È in questa promessa di prossimità tra visione e soggettività che la nuova rivista trova il suo primo tratto distintivo.

CineMoi prende le distanze dall’affollato panorama editoriale e definisce un gesto culturale preciso: sottrarre il cinema alla velocità del consumo per restituirlo alla sua densità estetica e critica. In un presente saturo di contenuti e spesso povero di profondità, la rivista sceglie un’altra via: rallentare, ascoltare, interpretare. È una scelta che riporta al centro il cinema come forma di pensiero, come arte capace di interrogare il presente e di restituirne la complessità.

A dare forma a questo progetto sono Michela Mancusi (direttrice editoriale e curatrice di Zia Lidia Social Club), Antonella Mancusi (vicedirettrice editoriale) e Annamaria Gallo (direttrice responsabile). La loro iniziativa assume il valore di un atto di fiducia nella possibilità che il pensiero critico trovi ancora una casa e che il cinema richieda, oggi più che mai, un linguaggio capace di accompagnarne la ricchezza senza impoverirla.

In questa prospettiva, anche la scelta della carta appare significativa. Più che un gesto nostalgico, è una precisa dichiarazione di poetica. Nel tempo della smaterializzazione digitale e della lettura intermittente, il supporto cartaceo torna a essere uno spazio di concentrazione, durata e presenza. Chiede un altro ritmo, una diversa disposizione interiore, un rapporto più attento con la parola e con l’immagine. E il cinema, quando viene assunto nella sua verità di esperienza estetica e culturale, esige proprio questo: tempo, attenzione, ritorno. In filigrana si potrebbe leggere qui una lezione benjaminiana: ogni mutamento tecnico trasforma anche il nostro regime percettivo e impone dunque nuove forme di educazione dello sguardo.

Il progetto editoriale si muove lungo una linea netta: raccontare il cinema come una delle forme attraverso cui il presente prende coscienza di sé. Il cinema torna così a essere pienamente Settima Arte nella concretezza del suo statuto profondo: arte del tempo, della luce, della memoria, del desiderio. Come ha insegnato Edgar Morin, esso è insieme fabbrica dell’immaginario e specchio delle società; un luogo in cui paure, desideri, miti e trasformazioni collettive prendono forma visibile.

CineMoi si propone di attraversare autori, opere, linguaggi e mutamenti generazionali, accogliendo contributi di giovani critici, studiosi emergenti e voci autorevoli del panorama culturale. Ciò che colpisce, però, è soprattutto la qualità dello sguardo che la rivista sembra voler promuovere: uno sguardo lontano dalla semplificazione, dalla superficie, dal giudizio sbrigativo. In questo senso, la complessità è una forma di rispetto: verso le opere, che sfuggono a una reazione immediata, e verso il lettore, riconosciuto come interlocutore capace di abitare una scrittura più densa e stratificata.

Il cinema, del resto, va ben oltre la sola superficie luminosa dello schermo. È linguaggio, costruzione simbolica, dispositivo poetico e critico. Christian Metz ha mostrato come il cinema sia un sistema complesso di significanti, un dispositivo capace di produrre senso attraverso forme, ritmi, montaggi, assenze. Per questo il suo compito supera il “semplice” rappresentare il reale: più radicalmente, il cinema lo sposta, lo reinventa, lo espone a possibilità ulteriori di significazione. Le immagini cinematografiche non si limitano a mostrare: pensano, come ci ha insegnato Deleuze, e pensano proprio mentre emozionano, seducono, inquietano, disorientano.

In questa tensione tra memoria e innovazione si colloca uno degli aspetti più interessanti di CineMoi. La sua ulteriore novità consiste nella capacità di riattivare l’origine del gesto cinematografico: trasformare il vedere in esperienza e l’esperienza in coscienza. È un movimento profondamente contemporaneo, perché cerca, sotto la superficie del presente, il nucleo simbolico, la contraddizione, la vibrazione nascosta. In tal senso, la rivista sembra inscriversi in quella tradizione critica che riconosce nel cinema insieme la dimensione di medium e quella di forma culturale capace di modellare lo sguardo sociale, come ha mostrato anche Francesco Casetti nei suoi studi sull’esperienza filmica e sulle metamorfosi del vedere.

Sullo sfondo si avverte inoltre una consapevolezza critica decisiva: il cinema vive da sempre nella tensione tra arte e industria, tra ricerca espressiva e logiche del mercato. Alberto Abruzzese ha riflettuto in modo esemplare su questa ambivalenza costitutiva dei media moderni. Si tratta di una tensione talvolta feconda, capace di generare forme nuove; eppure, quando il profitto diventa l’unico criterio di legittimazione, il linguaggio si appiattisce, la narrazione si riduce a formula, l’emozione si trasforma in automatismo. Difendere il cinema, allora, significa difenderne l’irriducibilità: la sua parte inquieta, il suo margine di rischio, la sua capacità di sottrarsi al già previsto per aprire spazi di immaginazione e di rottura. È precisamente qui che CineMoi colloca la propria identità più forte: più che una semplice rivista di settore, un luogo in cui il cinema possa essere pensato all’altezza della sua complessità. Un luogo in cui la critica diventa esercizio di intelligenza sensibile, pratica di ascolto e di approfondimento. In controluce, si potrebbe evocare anche André Bazin, per il quale il cinema è sempre stato un’arte attraversata da una tensione ontologica verso il reale e, proprio per questo, bisognosa di un pensiero critico capace di coglierne forme e implicazioni.

Per questo la nascita di CineMoi è più di una buona notizia editoriale: è un segnale culturale. Indica che esiste ancora uno spazio per una parola critica meditata, per una scrittura capace di essere insieme chiara e profonda, rigorosa e vibrante. Ricorda soprattutto che parlare di cinema significa parlare anche delle forme con cui abitiamo il mondo, delle immagini in cui ci riconosciamo, delle narrazioni con cui diamo figura alle nostre paure, ai nostri desideri, alle nostre trasformazioni.

Ecco perché CineMoi è una nuova voce. Una voce che entra nel dibattito culturale con misura e ambizione, consapevole che il cinema non si esaurisce sullo schermo: continua nello sguardo che lo accoglie, nel pensiero che lo prolunga, nella memoria che lo custodisce. Ed è forse proprio in questa persistenza che si misura, ancor oggi, il suo essere la nostra “magnifica ossessione”.

 

Riferimenti di letture

Abruzzese, Alberto, Forme estetiche e società di massa, Marsilio, 1973.

Bazin, André (1958), Che cosa è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica, Garzanti, 1999.

Benjamin, Walter (1936), L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1966.

Casetti, Francesco, Dentro lo sguardo. Il film e il suo spettatore, Bompiani, 1986.

Deleuze, Gilles (1983), L’immagine-movimento. Cinema 1, Ubulibri, 1984.

Deleuze, Gilles (1985), L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, 1989.

Majakovskij, Vladimir Vladimirovič (1922), Cinema e cinema, Stampa Alternativa, 1993.

Metz, Christian (1971), La significazione del cinema, Bompiani, 1975.

Morin, Edgar (1956), Il cinema o l’uomo immaginario. Saggio di antropologia sociologica, Raffaello Cortina, 2016.

 

Alfonso Amendola

Professore di Sociologia dei processi culturali presso l’Università degli Studi di Salerno. Dirige gli incontri d’Ateneo “Open Class. Le professioni della comunicazione” e co-dirige i “Dialoghi sociologici”. È docente nel Collegio del Dottorato di Politica, Cultura e Sviluppo (ciclo XL) dell’Università della Calabria. È responsabile scientifico e Key staff member di diversi progetti internazionali. Il suo percorso di ricerca si muove lungo un crinale di 5 punti: visual studies, culture d’avanguardia, consumi generazionali, innovazione digitale e mediologia della letteratura (temi su cui ha pubblicato numerosi libri, monografie e saggi scientifici). Dirige per le Edizioni Rogas di Roma la collana di sociologia della cultura “La sensibilità vitale” e co-dirige per Cambridge Scholars la collana “Multidisciplinary Approaches to Discourse and Sociology”. Accanto all’attività universitaria è consulente e cultural manager di numerosi festival e rassegne. Scrive sul quotidiano “Il Mattino” e il periodico “CostoZero”, cura la sezione “Nuovi sguardi critici” per RQ e collabora con la Rai.

Previous Story

Mio fratello è un vichingo, una dark comedy sul valore dell’unicità