Aurora Quattrocchi, la femminilità siciliana che tiene strette le radici

La sua carriera dimostra talento, studio e coerenza. Defilata, senza bisogno di vistose esposizioni mediatiche, si pone come “antidiva”, e la sua forza espressiva nasce proprio dall’essere attrice nel senso più artigianale e rigoroso del termine.

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Aurora Quattrocchi, figura di donna esile, la chioma raccolta, occhi scuri come due trivelle che scavano in profondità, oggi  ha 83 anni. Nata a Palermo, inizia la sua formazione nei teatri della sua città, dove debutta nel 1974 con lo spettacolo dal titolo “Attore con la o chiusa”.  Dopo l’esordio, prende a calcare palcoscenici importanti, tra cui il teatro Biondo di Palermo, il San Ferdinando di Napoli, il Piccolo di Milano. Ma la notorietà arriva con il cinema. Partecipa a 45 film diretti da registi del calibro di Giuseppe Tornatore, Marco Risi, Mario Martone, Roberto Andò, Emanuele Crialese e Marco Tullio Giordana. Nel film “La meglio  gioventù”, nonostante il ruolo secondario nelle vesti di una madre, contribuisce a dare profondità e realismo all’ambiente familiare e sociale in cui si muovono i protagonisti in 40 anni di storia italiana. In “Melena” di Tornatore si veste da titolare di un bordello durante l’occupazione della Sicilia nella seconda guerra mondiale. Nel film di Crialese “Nuovomondo” (2006), che narra le storie di emigrazione italiana di fine Novecento, la Quattrocchi ritorna a interpretare una madre siciliana legata alle tradizioni della sua terra. Il personaggio incarna il dolore di un distacco fisico ma soprattutto interiore: il passaggio dal vecchio mondo alle incognite del mondo nuovo, vissuto come scelta dettata dal bisogno. Seguono nel 2022 “La stranezza” , diretto da Andò, nel ruolo di Mariastella (balia di Luigi Pirandello), e “Nostalgia” di Martone che le conferisce la candidatura alla 68esima edizione del David di Donatello come miglior attrice non protagonista.

Aurora Quattrocchi, in “Gioia mia”, film di esordio alla regia di Margherita Spampinato (anche lei palermitana), passa dal ruolo di madre a quello dell’anziana zia trapanese che accoglie in casa il nipote: due generazioni a confronto, due universi  – il nord estremo e il sud profondo – separati dal mare, dalle correnti mitologiche dello Stretto e da secoli di storia e di leggende. I due si annusano con sospetto. E dopo la fase iniziale segnata dal disagio, si ritrovano entrambi avvolti in un’intesa profonda. La zia conduce il bambino, abituato alla laicità frenetica della metropoli, verso la scoperta di una vita di Santi e Madonne, di cose semplici da condividere nei rapporti umani durante i giochi nei cortili assolati e nelle stanze dello scirocco: spazi saturi di quei profumi antichi e delle storie della memoria, si respirano il soffio dei venti e l’alito dei fantasmi. Candidata alla 71esima edizione del David di Donatello con quest’ultimo film, vince il Premio come migliore attrice protagonista. Aurora Quattrocchi rappresenta la femminilità siciliana che tiene strette in grembo le radici. Figura di spicco del cinema italiano, riesce a raccontare in maniera potente l’identità e le emozioni del mondo mediterraneo. La “sicilianità”, non solo geografica, della Quattrocchi è elemento fondamentale per entrare nei ruoli da lei interpretati. Un modo di sentire e di vivere riconducibile agli elementi tipici come il legame alla famiglia, il rispetto della memoria e delle tradizioni, l’accoglienza, il suono musicale della lingua insulare, il rapporto con la terra e il mare, l’intensità nella nostalgia e nel dolore che fa da eco all’ineluttabilità della tragedia greca. I grandi scrittori siciliani (Verga, Sciascia, Pirandello) raccontano la Sicilia nelle narrazioni immortali; Aurora Quattrocchi la racconta con il corpo guidato dal suono secco dei “ciak”, con la voce e la presenza scenica. Sobrietà e gestualità calibrata, più che un personaggio, si pone come la persona autentica che trovi dietro l’angolo. Sguardi e silenzi trasmettono emozioni, dolcezza e carattere fermo. La sua carriera dimostra talento, studio e coerenza. Defilata, senza bisogno di vistose esposizioni mediatiche, si pone come “antidiva”, e la sua forza espressiva nasce proprio dall’essere attrice nel senso più artigianale e rigoroso del termine.

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