In archivio, oggi sono distratta. Muovo la poltrona di pelle a lasciare un po’ di spazio. Indosso la gonna perché mi piace la sensazione delle calze sul tessuto della poltrona. Mi fa sentire vicina all’arredo dell’archivio. Oggi le persone che studiano hanno tutta l’aria arruffata e nessuno fa caso ai faldoni sulle scrivanie. L’attenzione è su di lui. Ha un panciotto e la giacca. L’aspetto ordinato dei vestiti non riesce a mascherare il tremore delle mani. Tocca i capelli rossi e ogni tanto solleva il libro che ha portato con sé. Si avvicina mentre io studio e litigo con i miei Ostrogoti. Sono nel 543, nella scena principale del re ostrogoto Totila che assedia Napoli bizantina. Il governatore della città di Napoli, Demetrio, ha osato insultare il re dei Goti dall’alto delle mura napoletane. Quando Napoli viene occupata dai Goti, Totila fa catturare il governatore e mutilarlo orrendamente. Eppure, Totila non distrugge Napoli e i soldati bizantini superstiti vengono lasciati vivi.
L’uomo mi fa uscire dallo spettacolo della storia medioevale. È in piedi davanti al mio tavolo e rimane ostinatamente in silenzio a guardarmi. Ha gli occhi azzurro simili a quelli di mio figlio Giovanni e provo simpatia. Gli chiedo: «Ha bisogno di qualcosa?»
Con gli occhi spalancati sembra accumulare da anni i fremiti della vita per dirmi con calma: «Io sono un poeta».
Nella catena gerarchica delle arti, la forma poetica mi ha sempre intimorito. L’uomo non aspetta la mia reazione e comincia a leggere una sua poesia al centro della sala. La sorpresa è talmente tanta che né le persone ai tavoli di studio né il personale in archivio fanno un movimento. Una scena stupefacente e l’unico rumore è il fruscio delle pagine che il poeta velocemente volta. Attraverso le sue parole, vuole arrivare a ognuno di noi. Le poesie si accumulano: L’anno arredato, Primaverina, Reti di pesca, Rosa rossa, Lavoro Part-time.
Mi sento solidale con il poeta. La poesia e la prosa sono indissolubilmente congiunti, forme letterarie corrispondenti a distinti stati fantastici dello spirito. Anni fa lessi un libro che cambiò la mia prospettiva. Il libro di Francesco Flora, Orfismo della parola, mi spiegò che la parola poetica vive nella coscienza di chi la fa sua.
Il pensiero commosso va a Benedetto Croce, alla sua definizione di poesia. «È intuizione ed espressione, unità d’immagine e di suono. É tutto l’uomo che pensa, che vuole, che ama e odia, che è forte e debole, sublime e miserabile, buono e cattivo, nella gioia e nell’affanno del vivere; e con l’uomo tutto l’universo nel perpetuo travaglio del suo divenire».
Il personale dell’archivio ferma il poeta nel continuare a leggere. Il poeta si è rasserenato, sembra che abbia placato i sentimenti. Io mi alzo e lo accompagno all’ascensore e gli faccio i miei complimenti. Cerca una conferma e io voglio dargliela.
Ad alta voce, quasi a riflettere con me stessa: «Perché si parli di una poesia, dice Benedetto Croce, è necessario che questa poesia esista e rappresenti uno stato d’animo individuale, trasferito nell’eterno. Oggi lei ha emozionato un archivio intero. Grazie».
Mi allontano dall’ascensore, dopo avergli dato la mano. Il poeta mi lascia tra le dita il suo libretto e rimango da sola.
Nella sezione seconda Degli Elementi, Giambattista Vico scrive: “Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”. Ho sempre ammirato i poeti e le loro raccolte. Devo confessare l’emozione che le poesie di Neruda mi provocano. Il desiderio in sentimenti d’amore con il preciso scopo di rivelare, mi salta addosso come un frammento di drammatica sensualità. Leggo Corpo di donna… e avverto una sensazione nuova, come un prolungamento del mio corpo. L’inizio della poesia: “Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,/ tu rassomigli al mondo nel tuo atteggiamento d’abbandono”. Il realismo dell’amore confonde e proietta ombre che restano come un’esperienza teatrale. La tentazione si afferma nel mondo ed è gioia fisica. Leggo il libro pubblicato nel 1924 in prima edizione Veinte poemas de amor y una canciòn desesperada e mi sento appagata della potenza di un gioco poetico in cui non esiste fame, né sete. E se La Canzone Disperata chiude con un triste abbandono, i tanti paesaggi dell’amore si rapportano con panorami reali dalla profonda suggestione ed espressione. È il panorama di desideri che amo di Neruda perché è la forma di una strada ancora da percorrere, come la via interna di ognuno di noi.
Sono vent’anni che leggo Venti poesie d’amore e una canzone disperata e non finirò mai. Ogni volta trovo un nuovo dettaglio nonostante conosca da cima a fondo alcune poesie. Credo che prima di comprendere Pablo Neruda, primo pseudonimo di Neftalì Ricardo Reyes Basoalto, io debba mettere a fuoco l’intreccio della mia vita e l’attitudine a fruire di un’esperienza non soltanto in chiave “estetica”, ma nell’interpretazione della poesia pura e rigorosa che offre riparo e forza di immaginazione. Il mondo poetico di Neruda mi conduce a convivere nel rapporto tra Ostrogoti e Amore, perché passare da Procopio di Cesarea al poeta cileno diventa un momento di densità estrema, come colmare la distanza di una ricerca caparbia in archivio fino al fulgore di un corpo che trova il suo stato nell’abbandonarsi alla sensualità. Ogni volta che arrivo all’ultima poesia del libro, mi fermo per godere dei singoli particolari. A differenza di molti, io non trovo dolore in questa poesia. È un sogno struggente La canzone disperata, ma io non sento amarezza perché il tratto della sensualità tiene lontano tutto il resto. È l’intensità platonica di un poeta autentico che mi ritorna in mente e mi fa chiudere gli occhi: “Il mio desiderio di te fu il più terribile e corto,/ il più sconvolto ed ebbro, il più teso ed avido./ Cimitero di baci, c’è ancora fuoco nelle tue tombe, ancora ardono i grappoli sbeccuzzati d’uccelli./ Oh la bocca morsa, oh le baciate membra,/ oh gli affamati denti, oh i corpi intrecciati./ Oh la copula pazza di speranza e di vigore/in cui ci annodammo e ci disperammo./ E la tenerezza, lieve come l’acqua e la farina./ E la parola appena incominciata sulle labbra”.
Ritorno nella stanza delle ricerche sui miei Ostrogoti e sussurro lentamente la frase di Giosuè Carducci: “Dopo il dono di fare la divina poesia, il dono largito dagli dei ai loro prediletti è di ammirarla fino alle lagrime”.

