Tra i libri in archivio, trovo l’impeto della libertà della ricerca e dei viaggi. Ibn Tufail nel suo Havy e Yaqzân (Colui che vive e colui che vigila) mi ha tramandato l’espressione più completa di percorso nei romanzi, in cui lo studio prevale sul sentimento. A volte, però, la mente in archivio nuota. L’intensità di un odore che nasconde il segreto della mescolanza del turchino d’azzurro dell’Oceano Pacifico si mischia con delle spezie importate dall’Oriente. È il soffio vivificatore del mare di quando faccio una favolosa immersione che compone una memoria preziosa. L’arte epistolare, fondamentale e delicata che mi serve nelle dettagliate ricerche, continua lungo il freddo giorno di dicembre, ma io mi distraggo a osservare due ricercatori che parlottano senza sosta. Metto la matita tra le labbra e la sporco di rossetto. Non importa. Assomigliano ai sub incontrati sulla barca indonesiana nel 2004. Chiudo gli occhi e il ricordo di una vitalità fragile mi riporta al tragitto lungo i corridoi del mare nelle isole Gili. La preparazione di un’immersione è un rito dallo stesso rigore di uno studio scientifico. L’eccitazione prevale nell’attesa come un Rinascimento marino, dalla perfezione dell’arte dei paesaggi, delle scene, dei ritratti, del colore. Io controllo il giubbotto ad assetto variabile (il GAV) e non voglio essere osservata mentre ispeziono le bombole. La voglia di immergermi mi fa dimenticare di sistemare i capelli intorno alla maschera e le conseguenze saranno la crescita di un anemone di mare sulla testa, come successe in Polinesia. Sorrido in archivio, mi tocco i capelli lunghi e mi alzo per sgranchirmi le gambe. Non è per puro caso che rallento vicino al tavolo dei ricercatori. Uno dà calci al tavolo in silenzio, ogni volta che non è d’accordo con il collega. L’altro è molto alto e deve piegarsi per scrivere. C’è una coesione tra loro che ricorda i due sub in Indonesia. Con ordine si tuffano per primi e formulano il desiderio di trovare gli squali. Lo dicono in francese, nella lingua più affascinante e uno dei due mi fa un occhiolino: «Nous recherchons des requins!»
Avanzano in fretta grazie alle correnti marine che sono il mezzo di trasporto dei sub. La posizione orizzontale diventa un punto di osservazione differente, il centro del corpo si sposta e trova un nuovo equilibrio. Aprirsi all’acqua salata è un progresso che ti permette di vivere ammirando le bellezze del mare, mentre le braccia rimangono strette ai fianchi perché la prima regola di un’immersione è il divieto di toccare. L’oceano accoglie come gli archivi per sbalordire: il giallo ha riflessi di luce che sembrano bianchi così simili alle copertine levigate delle pergamene dorate. Sono soprattutto i pesci a meravigliare per i troppi colori che occorre avvicinarsi per distinguerli. Corridoi marini che ricordano i corridoi pieni di libri e proprio nel momento in cui sono al passaggio nella corrente più fredda, incontro uno squalo che mi passa vicino e io rallento il pinneggiare. Sento crescere il rispetto verso il pesce idrodinamico perfetto che contraccambia il mio interesse.
Rimaniamo a osservarci fino a quando una tartaruga marina mi distrae e quando ritorno allo squalo, non lo vedo più.
La bombola d’aria è quasi vuota e comincio la lenta risalita con le soste di decompressione. Accetto l’aiuto del comandante mentre risalgo dalla scaletta ribaltabile. I due francesi discutono animatamente perché non hanno trovato gli squali. Si sono spogliati dell’attrezzatura, ma non completamente. Le mute sono levate a metà e sono a petto nudo con le maniche lunghe della muta che oscillano sui fianchi. Bevono tè e mangiano biscotti e uno dei due mi guarda dritto negli occhi ed esprime la muta domanda.
«Je n’ai pas vu les requins» gli dico con un’alzata di spalle e mi volto a guardare le onde.
L’ora di chiusura dell’archivio si avvicina e io ho quasi finito la ricerca quotidiana. Sento i rumori dei due ricercatori che stanno per andare via. Decido di uscire, ma prima vado da loro. Quando arrivo al tavolo pieno di carte, mi guardano meravigliati e io sono convinta di trovarmi di fronte ai sosia dei due francesi. Mi abbasso sulle carte e con tono cospiratorio, sussurro con decisione: «La vérité, c’est que je rencontrai des requins et je ne te l’ai pas dit parce que j’étais desolée pour vous».
Faccio un occhiolino a entrambi che non rispondono e io nuoto nei corridoi dell’archivio tra la divisione dei vari ambienti marini e le attrattive fatte coste di tomi ancora da esplorare.

