Godersi un tramonto a Cracovia, lungo le rive lente e pensose della Vistola, dopo giorni di cielo gravido e intemperie ostinate, appare come una benedizione. La palla infuocata dai contorni arancioni del tardo meriggio infonde un senso di calma, tanto più se si considera che, a poche centinaia di chilometri, in Ucraina c’è una guerra in corso. Mentre qui il passeggio serale si snoda tra turisti curiosi, musici da strada e artisti itineranti, gli ex rifugiati ucraini, oggi largamente integrati nel tessuto sociale polacco — per molti aspetti affine a quello dell’Ucraina occidentale, in particolare a Leopoli (L’viv) — costituiscono ormai una componente significativa della popolazione e della forza lavoro.
In quasi tutte le attività commerciali, in particolar modo nel settore dei servizi e della ristorazione, non è raro che un’addetta su tre o quattro sia ucraina. Nelle vetrine delle librerie fanno bella mostra titoli e libri in ucraino e, talvolta, in russo. Diversi siti istituzionali, le indicazioni ferroviarie e stradali, così come i comuni bancomat, offrono istruzioni anche in lingua ucraina. Se si prende un taxi per il poco distante aeroporto, capita di frequente che il conducente, sentendo un eloquio non propriamente polacco, si rivolga al cliente direttamente in ucraino. Un tale esempio di integrazione meriterebbe degli studi, probabilmente già in atto, di carattere socioculturale e linguistico.
In questa trama di storia e attualità, Cracovia giustifica appieno l’appellativo di “porta per l’Ucraina”. Le sue cattedrali, i palazzi tardo-rinascimentali e barocchi, le architetture primo-novecentesche, le più severe strutture dell’epoca socialista e gli edifici contemporanei convivono in un dialogo stratificato, quasi a incarnare plasticamente la funzione di cerniera tra due modi di intendere l’Europa. D’altra parte, però, la vasta piazza del Mercato — il Rynek Główny — brulica di visitatori in ogni stagione, e il flusso costante di turisti ha globalizzato non soltanto i prezzi e le consuetudini, ma persino la lingua dominante del centro storico dell’antica capitale polacca, ormai largamente anglizzato. Sotto questo profilo, Cracovia segue il destino della vicina Praga e di molte altre capitali europee, sospese tra autenticità e consumismo effimero.
Dopo le dieci di sera, frotte di esuberanti ventenni di diverse nazionalità, facilmente individuabili dal modus facendi et eloquendi, invadono le vie acciottolate del centro storico, infrangendo talora l’atmosfera vibrante e suggestiva del cuore cittadino. Dall’alto del suo piedistallo, nella piazza, Adam Mickiewicz osserva la scena con un senso di inquietudine, custode silenzioso di una memoria che resiste, pur adattandosi, all’attimo presente.

