Diario di viaggio in Ucraina, tra sgomento e voglia di vivere

Il capoluogo della Galizia ucraina sembra prosperare malgrado la guerra. A parte alcuni disagi legati ai danni infrastrutturali, soprattutto energetici, l’apprensione dovuta a qualche attacco mirato e le malinconiche sirene, la vita prosegue come sempre. La città pullula di emigranti interni, stranieri stanziatisi prima della guerra e qualche turista curioso. Se non fosse per il coprifuoco – che vige dalla mezzanotte alle cinque del mattino –, per gli inattesi cortei funebri che ossequiano e salutano per l’ultima volta i soldati, la voglia di vivere del popolo ucraino, almeno in questo lembo di terra, non sembra essere stato scalfito in modo viscerale

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Il mio ennesimo viaggio in Ucraina con relativa permanenza quindicinale dall’inizio della guerra (febbraio 2022) conferma alcune osservazioni precedenti e ne smentisce altre. Se si attraversa il Paese a partire dalle regioni occidentali e sudoccidentali, quindi, se si proviene dalla Polonia, Ungheria, Romania e Moldavia, i pittoreschi villaggi e paesini non sembrano essere cambiati di molto, se non fosse per i sempre più numerosi poster con il volto e le foto dei caduti per difendere la Patria che affollano le rispettive piazze e vie centrali. Questo vale anche per i centri più popolosi e importanti come, ad esempio, Leopoli (L’viv).

Come ribadito in precedenti resoconti di viaggio, il capoluogo della Galizia ucraina sembra prosperare malgrado la guerra. A parte alcuni disagi legati ai danni infrastrutturali, soprattutto energetici, la mancanza di energia elettrica durante alcune ore del giorno e/o della notte, l’apprensione dovuta a qualche attacco mirato e le malinconiche sirene, la vita prosegue come sempre. La città pullula di emigranti interni, stranieri stanziatisi prima della guerra e qualche turista curioso. Se non fosse per il coprifuoco – che vige dalla mezzanotte alle cinque del mattino –, per gli inattesi cortei funebri che ossequiano e salutano per l’ultima volta i soldati, la voglia di vivere del popolo ucraino, almeno in questo lembo di terra, non sembra essere stato scalfito in modo viscerale.

20.XII.2025: tratta Cracovia – Leopoli (L’viv). Leopoli si conferma ancora una volta una città relativamente tranquilla, piena di vita e alquanto “spensierata”. Forse l’atmosfera natalizia è leggermente meno vibrante se confrontata con Cracovia – (in tempi storici andati, parte dello stesso stato) – per ovvie ragioni. Gli affari e i negozi sembrano procedere a gonfie vele. Si nota una certa tracotanza dei privati alla guida dei macchinoni di alta cilindrata che poco si addicono all’impoverimento della zona del fronte e alle difficoltà di una parte considerevole della popolazione.
21.XII.2025: tratta L’viv – Rivne – žytomyr – Kyiv.
Il viaggio procede tranquillamente attraverso la regione di Leopoli verso quella di Rivne. Le stazioni di servizio della catena “OKKO” offrono, come sempre, ottimo cibo ucraino, ma anche pietanze italiane ormai affermatesi nei paesi dell’Europa orientale. La superstrada fino a žytomyr passa attraverso centri urbani di piccole dimensioni, clivi poco alti e vaste distese innevate sulle quali, in assenza di foschia e piogge di neve, tramonta un sole incandescente.
Arrivo a Kyiv: l’appartamentino sovietico del mio collega, con radio a muro e senza internet, così come l’intero isolato, mi accolgono con un buio pesto, rischiarato da sporadici bagliori notturni, qualche raggio lunare che si riflette nel ghiaccio delle strade e dai lampeggianti cobalto delle pattuglie che controllano l’inizio del coprifuoco. Nel nostro quartiere (distretto di Holosiїvs’kyj), al pari degli altri, l’energia elettrica è contingentata. Discorriamo in cucina con il mio vecchio amico e collega a lume di candela mentre la mente ci rimanda a scene del XIX secolo.

22.XII.2025: Kyiv
Con la luce del giorno tutto appare diverso, anche la mancanza di corrente. Si respira una certa “normalità”. I locali, i negozi e i centri commerciali funzionano a pieno regime sullo sfondo del brusio emanato dai generatori di corrente. È da circa una settimana che Kyiv non è presa di mira: speriamo che continui così.

23.XII.2025: Kyiv
Malgrado i massicci attacchi del 23 notte e 24 mattina in diverse regioni dell’Ucraina e in alcuni quartieri periferici di Kyiv (Svjatoščyn) sentiti anche dalla mia finestra (cf. video), l’atmosfera della vigilia di Natale, almeno per i cattolici, conserva una parvenza di festività.

25.XII.2025 (Natale cattolico):
La giornata appare tersa con raggi si sole caldo che si irradiano attraverso la finestra ma il cielo blu è ingannevole: all’esterno si percepisce un frescolino insolito: -10. Guai a commettere l’errore di uscire senza calzamaglie.
Oggi sono stati resi noti i 20 punti del piano di pace ucraino. A una prima lettura sommaria, esso appare piuttosto distante da quanto preteso dalla Russia. I pareri della gente sono discordanti riguardo al senso e all’esito di una prosecuzione della guerra.

26.XII.2024- 04. I.2026: i restanti giorni, a parte la breve parentesi della notte di San Silvestro durata dalle 18 alle 22.30 e poi interrotta dalle sirene, distratta da alcuni concerti e locali addobbati a festa, i restanti giorni continuano a essere scanditi da un misto di sgomento e sottesa voglia di vivere. Le sirene e gli attacchi quasi continui fungono oramai da cornice consueta dell’atmosfera che si vive nell’Ucraina centro-orientale.

Il Paese rivisto dall’interno

La fiera e resistente società ucraina appare stanca, a tratti sgomenta. Eppure, molti conservano ancora un barlume di ottimismo e sperano, se non in una “vittoria”, almeno in una fine della guerra dignitosa. Nessuno avrebbe potuto prevedere un conflitto di logorio così lungo. Non è una novità che questa sia la guerra più lunga degli ultimi secoli per l’Ucraina. Per lunghezza, essa ha finanche superato la seconda guerra mondiale. Va, però, specificato che, a differenza di quest’ultima, i bombardamenti a tappeto sulle grandi città non hanno avuto luogo, come potrebbe immaginare un pubblico distante e male informato. Anche se attacchi devastanti sulle infrastrutture civili di alcuni centri urbani sono avvenuti durante la prima fase del conflitto (2022-2023), in particolare lungo la linea del fronte. In base a quanto riportato dai media ucraini e occidentali, questi bombardamenti a tappeto sarebbero avvenuti a Mariupol’ al fine di piegare l’audace e tenacissima resistenza del battaglione Azov.
Senza dubbio, e per averlo constatato di persona, alcuni edifici di rilevanza storica e simbolica sono stati danneggiati, più o meno gravemente, in alcune città nord-orientali. Basti ricordare, per menzionarne alcuni, il teatro di Černihiv, il teatro dell’opera di Xarkiv (Kharkiv) assieme a una serie di altri edifici. Nella stessa Kyiv, un frammento di missile, il 10 ottobre 2022, distrusse un’area giochi per bambini all’interno del ben noto parco Taras Ševčenko, di fronte ai due edifici della omonima storica università nazionale. L’esplosione danneggiò la facciata e provocò la frantumazione dei vetri delle finestre del glorioso Istituto di Filologia, parimenti noto come “corpus giallo” (ucr. Žovtyj korpus), senza risparmiare i locali della cattedra presso la quale prestava servizio chi scrive. Attualmente, è noto che l’aviazione russa, con i suoi complessi missilistici e droni, tendenzialmente attacca le infrastrutture energetiche con costanza e intensità certosina, allo scopo di esaurire la resistenza passiva della popolazione civile. Questo causa l’acuirsi di un freddo già intenso di per sé e l’isolamento energetico di molti quartieri. Il razionamento dell’energia della quale abbiamo assistito in più di un’occasione sembra non essere sufficiente. Ciò accade proprio tra i mesi più freddi dell’anno. Non a caso, il mese di febbraio, in ucraino si dice “ljutyj”, ovverosia ‘crudele, selvaggio, rabbioso’. Va, però, aggiunto che a differenza della prima e seconda guerra mondiale, gli scaffali dei supermercati e delle farmacie rimangono ben forniti, almeno in buona parte dell’Ucraina. La situazione negli ospedali, a dir poco sovraccarichi, è ben più complessa.

Cosa ne pensa la gente comune?

Discordanti, come sempre, sono i pareri della gente comune. Questo, oltre alla visio mundi personale, dipende anche dalle regioni e dalle città di provenienza. In quelle zone dell’Ucraina, storicamente definite della Riva Sinistra, integrate dapprima nell’Impero russo (dalla seconda metà del XVII sec.), prima di essere inglobate nella Repubblica Socialista Ucraina in epoca sovietica (dal 1922), e a Kyiv, l’entusiasmo iniziale per una possibile vittoria si è notevolmente ridimensionato, se non svanito del tutto. A tale proposito va sottolineato, onde confutare quanto affermano molti profeti di sventura e improvvisati analisti politici che affollano i salotti delle diverse reti televisive, nonché pseudo esperti dell’Europa Orientale, al fine di confondere l’opinione pubblica italiana, che per “vittoria” si è generalmente inteso la ricacciata dai confini politico-amministrativi degli invasori russi dell’Ucraina prebellica (1991-2014) e non la sconfitta della Federazione Russa.
Numerosi volontari, tra i quali uomini giù affermati sul piano professionale, si sono resi conto che qualsiasi guerra, anche la più giusta, rappresenta un’atrocità non solo per chi è al fronte, ma anche per le famiglie e chi vive di riflesso il pericolo incombente. Essa comporta soprusi e ingiustizie inflitte dal nemico unite a vessazioni interne, come accade in ogni esercito del mondo, finanche in tempo di pace.
Alcuni intellettuali e studiosi di prestigiose istituzioni accademiche della capitale sono consapevoli di alcuni “errori” di valutazione della politica interna ed estera dell’Ucraina nell’arco dell’ultimo ventennio, non disgiunta da una guida del paese non sempre sapiente e morigerata. Un siffatto approccio alle diverse questioni economiche, militari, geopolitiche e linguistico-culturali, ha fornito al potente vicino dalle mire espansionistiche, oltre al caso del Donbas, il casus belli. Tuttavia, come ribadito in più occasioni, qualunque siano state le motivazioni per un intervento armato su scala maggiore e per l’annessione unilaterale di territori de iure ucraini, esse non sono condivisibili non solo dal punto di vista del tanto invocato diritto internazionale ma anche moralmente. Inoltre, le annessioni di parte, come già preannunziato nel 2014 (caso della Crimea) in un articoletto online da parte di chi scrive, hanno creato un pericoloso e nefasto precedente storico in età contemporanea, i cui risultati sono visibili nei recenti risvolti internazionali (da Israele alla Groenlandia).

 

Salvatore Del Gaudio

Professore associato Filologia e linguistica slava presso l'Università degli studi di Salerno, già professore presso le università di Kyiv Borys Hrinčenko e precedentemente Taras Ševčenko