La “famiglia imperfetta” di Luca Trapanese, libro che lascia un segno

Sin dalle prime battute, il testo rivela con trasparenza ciò che l’autore intende trasmettere: questa affermazione scuote le certezze e mette in discussione qualsiasi canone che definisca cosa sia una “famiglia ideale”, invitando il lettore a osservare la propria storia familiare – con le mancanze e i traguardi che la caratterizzano (senza il timore di sentirsi inadeguato). È proprio da questa consapevolezza che prende vita ogni pagina successiva. In questo libro, scritto da un padre per sua figlia, c’è un mondo intero di persone che si sono scelte

Tempo di lettura 5 minuti

Storia di una famiglia imperfetta di Luca Trapanese è uno di quei libri che si leggono in pochi giorni, ma che restano addosso molto più a lungo. Non è un semplice racconto personale: è un attraversamento, un viaggio dentro le parole che pesano di più nella vita di ognuno di noi, riscatto, paura, dolore, solitudine, e che qui, una dopo l’altra, si trasformano in qualcosa di inatteso: una rinascita. L’incipit del libro, fin dalle prime righe, dichiara l’intenzione dell’autore: «Tutte le famiglie sono imperfette, ogni famiglia è imperfetta a modo suo». Sin dalle prime battute, il testo rivela con trasparenza ciò che l’autore intende trasmettere: questa affermazione scuote le certezze e mette in discussione qualsiasi canone che definisca cosa sia una “famiglia ideale”, invitando il lettore a osservare la propria storia familiare – con le mancanze e i traguardi che la caratterizzano (senza il timore di sentirsi inadeguato). È proprio da questa consapevolezza che prende vita ogni pagina successiva.

La scrittura di Trapanese è diretta, semplice, senza artifici. Non c’è retorica della fragilità, non c’è la posa di chi vuole commuovere a tutti i costi. C’è una vita raccontata così com’è, con le sue contraddizioni e i suoi silenzi. Il dolore non viene addolcito né messo in mostra: viene attraversato. Ed è proprio qui che si nasconde il primo riscatto, quello più importante: la capacità di guardare in faccia ciò che ci sembra un limite e scoprirci, invece, una porta aperta.

La scelta di accogliere, di lasciarsi accogliere, di amare anche quando non era previsto, è il vero motore della storia. Trapanese non si limita a raccontare ciò che gli è capitato: si chiede continuamente che senso abbia avuto, perché ha deciso così, cosa ha imparato. E lo chiede al lettore, che si ritrova a fare i conti con le proprie decisioni mai prese. A tenere insieme tutto c’è la grande casa di famiglia tra le colline lucane, dove Luca torna con sua figlia Alba dopo la morte di nonna Florinda. È lì che ricostruisce la propria storia stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto. Ed è lì che il libro trova la sua frase più bella, che funziona da bussola: «sentirsi a casa anche se non è casa tua». Non è una bella immagine e basta. È una dichiarazione: la casa non è un indirizzo, non è il posto dove sei nato. La casa è una relazione, è un modo di stare insieme, è qualcosa che si costruisce ogni giorno, con la cura e con l’attenzione all’altro.

C’è un’immagine, nel libro, che torna come la spiegazione segreta di tutto. Trapanese, in un passaggio decisivo, si dice convinto che «esista un filo rosso che lega molti, se non tutti, gli avvenimenti della nostra vita». Non è un dettaglio poetico, è la chiave con cui rilegge a ritroso la propria storia. Quel filo invisibile è ciò che ha portato Francesco da Florinda e Carlo, ciò che ha guidato Alba verso Luca, ciò che ha legato Luca a Florinda. Non è il caso, non è nemmeno il destino nel senso fatalistico del termine: è qualcosa che si rivela soltanto a posteriori, quando ti volti indietro e capisci che ogni incontro stava preparando il successivo, e che persino le ferite avevano un ruolo nel disegno.

In questo libro, scritto da un padre per sua figlia, c’è un mondo intero di persone che si sono scelte. I genitori naturali di Luca, prima di tutto: due figure capaci di amare senza possedere, che gli hanno lasciato la libertà di diventare a sua volta figlio di un’altra madre senza mai sentirsi rinnegati. C’è Rocco, l’amico più caro dell’adolescenza, perso troppo presto: un dolore che ha aperto in Luca, ancora ragazzo, la prima crepa importante e, insieme, il primo bisogno autentico di prendersi cura degli altri. C’è don Gennaro, il padre spirituale che lo ha accompagnato a metabolizzare quel lutto e tante delle scelte successive, una di quelle presenze discrete che non si vedono dai titoli ma senza le quali niente si sarebbe tenuto in piedi. E ci sono i compagni di volontariato, le suore di Madre Teresa incontrate in India, i bambini di Lourdes, le persone delle case famiglia: una rete silenziosa che è la vera infrastruttura di ogni vita piena, e che il libro riconosce senza enfasi, come si riconosce qualcosa di prezioso.

Al centro di tutto, però, ci sono quattro nomi che il lettore non dimentica. Florinda Fella, l’amica diventata madre adottiva, donna lucana che a un certo punto della vita decide di adottare Luca quando lui è ormai adulto: una scelta giuridicamente possibile ma simbolicamente straordinaria, che dà alla parola “famiglia” un significato nuovo. Carlo, suo marito, padre adottivo di Luca: figura silenziosa e fondamentale, lui stesso un tempo bambino adottato, che chiude il cerchio di un amore che attraversa tre generazioni. Francesco, il figlio adottivo di Florinda, unico sopravvissuto di una famiglia spazzata via dal terremoto del 1980, cresciuto con un lieve ritardo cognitivo: è lui, in fondo, l’origine di tutto, perché è grazie al legame fraterno con lui che si apre la strada per quell’adozione tra adulti che cambierà la vita di entrambi. E poi c’è Lorenzo. La sua presenza nel libro racconta una verità più scomoda, di cui spesso si tace nelle storie di famiglia “felici”: che anche chi sceglie di amare si trova, qualche volta, a dover affrontare il dolore di un amore che si rompe. Con Lorenzo, Luca attraversa la delusione e lo sconforto di un tradimento, quel tipo di ferita che non riguarda solo la coppia ma scuote l’intera idea di casa che si era costruita. Eppure, è proprio in questa caduta che il libro trova una delle sue lezioni più alte: Luca non si chiude, non rinnega, non trasforma il rancore in identità. Tiene il dolore, lo riconosce, e poi torna al gesto che gli appartiene di più, prendersi cura di chi resta, a partire da Alba. La rinascita, allora, non è la cancellazione di chi ti ha fatto male: è la decisione di non lasciare che quel male diventi il padrone della tua vita. La solitudine, che all’inizio sembra una condanna, qui diventa un terreno fertile: lo spazio in cui si fanno spazio nuove consapevolezze e nuovi legami. La rinascita non arriva all’improvviso, non c’è un colpo di scena. Arriva piano, costruita giorno dopo giorno, attraverso scelte piccole e grandi, attraverso il coraggio di restare quando sarebbe stato più semplice andarsene.

Storia di una famiglia imperfetta è più di un memoir. È letteratura, è testimonianza, ed è anche, senza prediche, un invito a ripensare quello che diamo per scontato. Trapanese non rassicura, mette in discussione. E lo fa con una semplicità che disarma, facendo della fragilità non il punto debole, ma il punto di partenza per una nuova idea di famiglia.

In fondo, è qui che il libro lascia il segno più profondo: non in una risposta, ma in una domanda che resta aperta. Cosa significa davvero chiamare casa un luogo? E quanto siamo disposti a riconoscere come familiare ciò che non ci assomiglia?

 

Luca Trapanese, Storia di una famiglia imperfetta, Salani Editore, Milano 2026

 

 

 

 

Giovanna Amendola

Docente di Scuola Primaria dal 1997, attualmente è Dottoranda in “Modelli e contesti educativi: Sport, Inclusione e Tecnologie” presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, si occupa di cittadinanza algoritmica, pedagogia critica, AI literacy, innovazione didattica inclusiva e riduzione dei divari educativi (temi su cui ha pubblicato saggi e articoli scientifici). Ha ricoperto incarichi di Animatore Digitale e Funzione Strumentale “Valutazione e progettualità” ed è stata tutor in progetti PON, Erasmus+ e Comenius.

Previous Story

Eliodoro, nel romanzo di Mario Fresa collisione e deflagrazione di generi

Next Story

Fattoria degli animali 2.0: un nuovo Leviatano, quando Finanza e Tecnologia si alleano?