
È stato presentato con grande successo di pubblico il romanzo (opera prima) di Argentina Napoli “Se non c’è l’acqua… ci siamo noi” (D’Amato editore), un avvincente diario di viaggio di un gruppo di donne energiche e volitive – si legge nella nota editoriale – scandito da cinque giorni di permanenza a Lanzarote. Saranno giorni di esperienze avventurose, con alternanza di momenti di grande emozione ad altri di leggera ilarità, attimi di tensione e talvolta di vera e propria crisi, che lasceranno spazio a colpi di scena e sorprendenti rivelazioni. (…)
Racconto corale e a tratti molto intimo, questo romanzo è un omaggio all’amicizia tra donne… Da sfondo l’isola di Lanzarote, dove la potenza degli elementi sembra muovere gli eventi e accompagnare i protagonisti in un percorso di vita interiore verso una rinnovata consapevolezza.
Del volume, la cui uscita era già stata preannunciata al recente Salone del Libro di Torino, ne hanno parlato presso la libreria Feltrinelli di Salerno, davanti a un numeroso, colto e attentissimo pubblico, Alfondo Amendola, Andrea Manzi ed Enzo Salerno, con il coordinamento di Celeste Napolitano. Letture del regista e attore Pasquale De Cristofaro. Conclusioni dell’autrice.
Il nostro magazine pubblica, qui di seguito, il primo capitolo del romanzo per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, con l’intento di segnalare ai lettori il debutto di una scrittrice già molto apprezzata per la fluidità del racconto e la complessa e avvincente struttura narrativa che ha saputo dare al suo primo romanzo..
da “Se non c’è l’acqua… ci siamo noi” di Argentina Napoli (D’Amato editore)
Astrid
Dopo aver resistito pazientemente alle insulse chiacchiere di un gruppo di acquirenti, senza intervenire, Astrid era uscita dal supermercato con la sua busta della spesa procedendo sovrappensiero verso casa, indignata, come ciclicamente avveniva, per la superficialità di qualcuno.
“Non c’è modo di tenersene alla larga! I luoghi comuni sono nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel cibo al centro della tavola mentre banchettiamo. Mi vergogno di appartenere al genere umano! A questo, almeno. A quello dell’ultimo decennio, sempre pronto a fare di una fandonia una verità, di un’opinione un postulato. Tutti in fila per salire sul piedistallo degli oratori, dei sapienti, dei giudici; tutti pronti a emettere sentenze con una frequenza maggiore di quanto ci si guardi allo specchio senza trucco”. Si arrovellava fra i suoi pensieri intrisi di amarezza e sdegno: suo malgrado, alla cassa finiva sempre per ritrovarsi immersa nelle chiacchiere delle signore, intrappolata fra la donna che la precedeva e quella che la seguiva nella fila, che guarda caso si conoscevano, così da restare circondata da saluti stridenti e falsi complimenti, confronti sulla cucina e sui mariti esigenti che a cena volevano trovare tutto pronto ma poi non muovevano un dito neanche per buttare l’immondizia. Il problema era quando l’argomento del giorno toccava ambiti più seri, come l’immigrazione, la corruzione politica, la professionalità di medici, insegnanti, avvocati, per non parlare dell’omosessualità o delle coppie di fatto! Astrid ci provava con tutta sé stessa a far finta di non sentire, a restarne fuori, a ignorare le persone piene di risposte non richieste. Ma poi ci ricascava. Lanciava una frase che in qualche modo doveva zittire tutti, che avrebbe dovuto provocare un senso di colpa, almeno porre il destinatario nella misera condizione di chi realizzava di aver fatto una figuraccia.

Come quella volta in cui una delle cassiere aveva ripetutamente contato quanti bambini quella mattina non fossero a scuola a causa di uno sciopero dei docenti e, con l’arroganza di chi crede di proclamare una verità assoluta, aveva asserito: “Scioperano?! Assai lavorano, ‘a verità!” e con un sorrisetto malizioso guardava Astrid quasi a cercare il plauso per l’allusione sagace.
Lei, allora, mollando ogni freno inibitorio alle proprie espressioni, l’aveva fulminata con uno sguardo che era insieme ghiaccio e fuoco; la voce ferma, a un tono tanto basso da incutere gravità e tanto acuto da esser ben udito: “Sono un’insegnante”.
Il sudore sulla faccia della povera piccola mosca nella tela si era solidificato a causa dell’alito gelido con cui le parole di Astrid l’avevano avvolta. La preda aveva provato a farfugliare qualcosa, tentando la sopravvivenza, pur sapendo di essere spacciata: “Ah, un’insegnante? E… di che tipo?”
“Del tipo che lavora!”
Poche parole, chiare, un colpo secco, senza rivoli di sangue, solo un leggero alone di fumo freddo ad accompagnarne l’uscita. La morte dietro di lei.
In realtà, a dirla tutta, poi magari se la ridevano e commentavano la figuraccia fra una battuta e l’altra, ma Astrid non lo sapeva e coccolava la sua indignazione per la pochezza altrui illudendosi di aver instillato un dubbio, una riflessione, un cambiamento addirittura.
Ma quel giorno non intervenne, perché aveva fretta, nonostante fosse molto tentata.
Astrid era così: non credeva alle sue orecchie, a volte non credeva ai suoi occhi, spesso non credeva al suo olfatto! Eh, sì, perché un’altra cosa che proprio non sopportava era il lezzo di ambienti, cose o persone. Ovunque mettesse piede, la prima reazione, colta solo da pochi attenti osservatori o da chi la conosceva molto bene, era un’impercettibile arricciatura del naso: non sfruttava di proposito le doti da segugio, ma sembrava che gli odori accorressero al suo ingresso in un ambiente, che le si affollassero alle narici, che invadessero ogni cavità olfattiva, che le impedissero la percezione degli altri sensi e la ponessero in una condizione di tale disagio e di intolleranza da sentirsi male. Forse, più del tanfo, odiava i profumi intensi, soprattutto quelli dolciastri che di solito si accompagnavano a quelli di cosmesi, non importa se di elevato livello commerciale: il punto era che creavano un’intollerabile mescolanza di effluvi nauseanti. La sequenza classica delle sue mosse era dunque: arricciatura del naso, apnea, contrazione della fronte, restringimento del campo visivo e rotazione lenta della testa, movimento rapido delle pupille a perlustrare il luogo per individuare la fonte dello scempio; se necessario, sforzo di resistenza abbinato a tentativo di autoconvincimento seguito da spasmodica capitolazione con ricerca di una via di fuga. Avveniva tutto così per Astrid: era impellente, inevitabile, ineluttabile, singolare, repentino. Così repentino da non consentirle calcoli di alcun genere. Nessuna maschera alle sue azioni, nessuno schermo alle sue emozioni. Trasparente come il cristallo. Eppure fragile. In un mondo di metalli opachi.
“Buongiorno!”
“Buongiorno, Saverio!”
Era arrivata al portone di casa, uno di quei palazzoni antichi dove c’è ancora il portinaio, detentore di tutti i misteriosi segreti delle famiglie di uno stabile in continuo fermento.
“Signora Astrìd, vedete che la cassetta è piena. Questi ve li ho tenuti qua che non ci entrava niente più”.
“Ah, grazie assai! Adesso la svuoto”.
Le teneva le riviste mensili a cui era abbonata perché puntualmente la sua cassetta della posta era zeppa di fogli che prelevava solo quando Saverio le porgeva qualcuno di quei giornali. Ne venivano fuori scartoffie di ogni genere, troppo spesso volantini pubblicitari, comunicazioni bancarie, annunci di inaugurazioni e i detestatissimi avvisi di deposito. Che belli quei tempi in cui nella cassetta della posta si trovavano cartoline e lettere scritte a mano. Quante scatole di latta riempite di paesaggi e pensieri gioiosi!
Una volta, da bambine, la sua amica di penna Barbara le aveva mandato una Brooklin! La gomma, non una calamita del ponte.

Non c’erano, prima, tutte le calamite che adesso affollano i portelloni dei frigoriferi. Non che non le piacessero: per lei erano una delle piacevoli novità degli ultimi anni, ma vuoi mettere un oggetto di fredda plastica o scadente terracotta con una gomma da masticare vera, uscita dal pacchetto che l’ amica aveva aperto con le sue mani e che aveva riposto con cura nella busta della lettera a cui l’aveva affidata perché arrivasse fino a lei? Con la sua pen-friend si scambiavano di tutto: a tredici anni, Astrid si era perfino arrischiata a mandarle l’unica foto del ragazzetto che le piaceva, chiedendole di rispedirgliela con la lettera successiva. E Barbara lo aveva fatto, puntualmente, con la solennità di una missione segreta.
C’era l’attesa di giorni che passavano lenti, la speranza di intravedere, attraverso il vetro zigrinato della cassetta, la sagoma della busta color pastello che la sua amica di penna chiudeva con un adesivo Fiorucci, c’erano quei minuti di lieta sorpresa in cui ogni tratto d’inchiostro rappresentava un prezioso segnale di complicità.
In ascensore, tenendo a fatica il sacchetto della spesa in una mano e nell’altra la posta, la borsa mezza aperta che penzolava sulla spalla, Astrid cercava di spiare la copertina dell’ultimo numero di Focus. Poi lo sguardo andò sulla sua immagine riflessa allo specchio: gli occhiali da sole, obliqui e incastrati fra i naselli delle lenti, erano tirati su a scoprire la fronte che si affannava a coprire perché ormai, a suo parere, troppo rugosa. L’abitacolo ebbe un sussulto. Era arrivata al piano. Spinse la porta con la schiena e aprì. Si ritrovò sull’uscio di casa, poggiò le borse in terra e cercò le chiavi. Avrebbe voluto solo entrare, levarsi le scarpe e lanciarsi sul divano per gustarsi il suo giornale, ma era ora di pranzo e doveva sbrigarsi. Era in arrivo Anita, sua cugina, che come sempre avrebbe avuto fretta e allo stesso tempo l’impellenza di raccontarle un quantitativo troppo elevato di cose importantissime di cui non poteva tralasciare alcun dettaglio.
Rassegnata e un po’ stanca, cercò da qualche parte la voglia di darsi da fare. Preparò un pranzo semplice ma curato, una tavola colorata e accogliente, con qualche frivolo vezzo a rendere speciale un pasto qualunque. In fondo, alla fine si sentiva contenta nonostante avesse corso un tantino, perché la compagnia le piaceva e Anita la travolgeva in confessionali che avrebbe protratto volentieri a lungo.
Ma stavolta Anita non sarebbe stata trattenuta, anzi la speranza era che andasse via presto, perché Astrid quel giorno aveva ben altro in programma.

