Giovedì 8 ottobre (ore 18.00), negli spazi del Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana, presentiamo il libro di Marta Trucillo “Sala d’attesa” (edizioni Scatole Parlanti), insieme alla psicologa e psicoterapeuta Paola Anatriello, che ha curato anche la prefazione del volume
Sala d’attesa racconta la vicenda di Andrea, giovane studentessa progressivamente intrappolata in un’esperienza universitaria segnata dall’ansia, dalla vergogna, dall’isolamento e dalla percezione del fallimento. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere il volume soltanto come il racconto intimo di una fragilità individuale. Il suo elemento più interessante risiede nel continuo passaggio tra biografia e contesto, tra sofferenza personale e condizioni sociali che contribuiscono a darle forma. È in questa prospettiva che il richiamo a Émile Durkheim acquista particolare rilievo. Ne Il suicidio, pubblicato nel 1897, il grande sociologo francese mostra come persino un atto apparentemente irriducibile alla sfera individuale possa essere compreso attraverso la qualità dei legami sociali e il rapporto tra individuo, norme e comunità. Sala d’attesa si muove lungo questa stessa trama, restituendo il disagio universitario come una sofferenza spesso invisibile, nascosta dietro la normalità degli esami, delle scadenze e delle aspettative.
Il testo richiama esplicitamente sia il “suicidio anomico” sia quello “egoistico”. Il primo emerge quando i riferimenti capaci di orientare aspirazioni e futuro perdono consistenza e lo studio si trasforma in una successione soffocante di prestazioni. Il secondo viene ricondotto all’indebolimento dei legami tra individuo e comunità.
La solitudine di Andrea, infatti, non coincide con l’assenza fisica degli altri. Frequenta aule, attraversa corridoi, riceve messaggi, appartiene formalmente a un’università. Eppure si sente progressivamente estranea a quel mondo. Si può appartenere a un’istituzione senza sentirsi realmente parte di una comunità.
Uno dei passaggi più efficaci del volume riguarda la trasformazione dell’università da spazio della conoscenza a dispositivo di misurazione del valore personale. Gli esami, i ritardi e la laurea cessano di essere elementi di un percorso formativo e diventano criteri attraverso cui Andrea giudica se stessa. Persino domande innocue («quando ti laurei?», «quanti esami ti mancano?») assumono il peso di un confronto sociale permanente. Questo aspetto consente di ampliare la lettura durkheimiana. Andrea sembra vivere non soltanto una condizione di anomia, intesa come perdita di riferimenti capaci di dare senso al proprio percorso, ma anche una forte pressione normativa: deve procedere, essere produttiva, laurearsi nei tempi previsti, dimostrare continuamente di meritare il proprio posto. Si potrebbe allora evocare anche la meno nota categoria del “suicidio fatalistico”, legato a un eccesso di regolazione. La protagonista appare così sospesa tra due tensioni: la perdita di senso e l’eccesso di imperativi performativi.
È probabilmente questo il nucleo sociologico più interessante del libro. Sala d’attesa non parla soltanto di università, ma della progressiva sovrapposizione tra ciò che una persona fa e ciò che una persona è. La performance diventa identità, il ritardo colpa, il fallimento accademico fallimento personale.
Il volume non è, né pretende di essere, un’indagine scientifica sul suicidio. La stessa autrice chiarisce di non voler affrontare il tema in modo accademico o esaustivo. Il suo valore risiede piuttosto nella capacità di restituire alla sofferenza una dimensione relazionale e istituzionale, sottraendola a una lettura esclusivamente individuale. La lezione di Durkheim resta, da questo punto di vista, decisiva: comprendere il dolore significa interrogare certamente la storia di chi lo vive, ma anche la densità dei suoi legami, le norme cui è sottoposto, le aspettative interiorizzate, gli spazi di riconoscimento e quelli dell’esclusione. E Sala d’attesa abita precisamente questa zona intermedia, nella quale il dolore è intimissimo senza essere soltanto privato.
La domanda che il libro consegna al lettore riguarda allora anche la qualità delle istituzioni che costruiamo. L’Università produce conoscenza, competenze, opportunità; la sua funzione formativa dipende però anche dalla capacità di riconoscere le persone che attraversano i suoi spazi prima che diventino invisibili. Ascolto, appartenenza e cura non sono semplici correttivi assistenziali di un sistema fondato sulla prestazione: appartengono alla sua responsabilità educativa e sociale.
Durkheim ci ha insegnato che nessuna solitudine è interamente privata, perché anche nel silenzio più profondo continuano a risuonare i legami che ci uniscono agli altri, quelli spezzati e quelli che possono ancora essere ricostruiti. Il libro di Marta Trucillo sembra ricordarci proprio questo: che talvolta il confine tra il precipizio e il ritorno passa attraverso qualcosa di apparentemente minimo: una presenza, una voce, una porta che finalmente si apre. E forse, alla fine, è questa l’attesa più importante: non quella di diventare all’altezza delle aspettative, ma quella di ritrovare, nello sguardo dell’altro e nel proprio, un posto nel mondo.

