Dire “mi piace” è forse il gesto critico più disarmato e, proprio per questo, più radicale che ci sia. Roland Barthes, nel suo Il piacere del testo (1973), lo sottrae ad ogni obbligo di dimostrazione: il piacere non si giustifica, accade. È un’adesione immediata, corporea, che precede il giudizio e sfugge alle categorie. Rifiuta scolastiche ed incrina la coerenza, anzi la aggira, la mette in crisi. E allora, preso sul serio, quel “mi piace” diventa quasi un programma estetico. Una magistrale dichiarazione di libertà: il diritto di attraversare forme diverse senza doversi fermare a definirle. E, continuando nella lettura barthesiana, bisogna estremizzarlo il piacere “fino a farsi del male! Fino a morirne di gioia”. Ed è esattamente questo lo spazio in cui si muove Mi Piace (2025), l’esordio di Anna Castiglia. Un disco che sembra nascere da lì, da quella zona franca in cui il gusto personale si moltiplica. Pop e scrittura d’autore, accenti R&B, deviazioni swing e improvvise aperture mediterranee. Una magnifica costellazione creativa. Dove l’ascoltatore viene lentamente catturato. E torna vorace la lezione barthesiana ovvero quando un testo nasce dal piacere, crea un legame intimo e fa sentire il lettore (nel nostro caso l’ascoltatore in altri casi lo spettatore) come se fosse stato chiamato proprio da quelle parole (dai quei suoni, da quelle immagini).
La ricerca musicale di Anna Castiglia, sorprendente cantautrice del panorama italiano contemporaneo, supera la logica delle appartenenze e lavora per attrazione. La sua produzione sfida costantemente la tendenza dell’industria discografica a imporre etichette di genere alle artiste, proponendosi invece come un ibrido di linguaggi capace di fondere tradizione e contemporaneità. Castiglia tiene insieme ciò che le piace e, nel farlo, costruisce una coerenza diversa, meno rigida e più narrativa: quella di una voce che cambia maschera senza perdere identità. La sua musica sfugge così a qualsiasi catalogazione, non per assenza di direzione, ma per eccesso di possibilità espressive. In questo senso, il titolo diventa una precisa chiave di lettura: una scelta onnivora, soavemente “cannibalica”, per dirla con il grande teorico francese, che trasforma la contaminazione in forma poetica e l’ibridazione in principio identitario.
Classe ‘98, Anna Castiglia è cresciuta a Catania, il suo legame con la Sicilia si configura come scelta identitaria profonda che emerge come sensibilità e stratificazione di influenze. Approccia alla musica con lo studio della chitarra classica e del canto ma è il trasferimento a Torino a segnare la svolta, dove si diploma alla Gypsy Musical Academy in canto, danza e recitazione, consolidando una visione della canzone come atto performativo totale. Questa formazione interdisciplinare trova poi terreno fertile a Milano, dove prosegue gli studi al Conservatorio. La sua idea di musica diventa spazio di confine tra pop, teatro-canzone e influenze internazionali, varietà che corre il rischio d’esser letta dai più come mancanza di coerenza, riflettendo una tendenza diffusa nel sistema musicale italiano, legato a categorie ancora troppo rigide. Durante la pandemia partecipa alle proteste Fuoriposto, performance musicali e collettive nelle metropolitane torinesi nate per denunciare la chiusura dei luoghi della cultura a favore di spazi commerciali affollati. Da questo stesso tipo di urgenza, nasce nel 2021 il collettivo Cantafinoadieci (Irene Buselli, Anna Castiglia, Rossana De Pace, Cheriach Re e Francamente) con l’obiettivo di dare voce collettiva alle donne nella scena del cantautorato e della musica dal vivo, dove sono troppo spesso sottorappresentate, e di promuovere pratiche collaborative alternative alla competizione.
La sua carriera si muove con agilità tra premi e grandi palchi: nel 2020 prende parte al Reset Festival di Torino, nel 2021 vince il premio Nuovoimaie al CPM di Milano e arriva tra i finalisti del Premio Lunezia di Roma. Negli anni ha aperto concerti di diversi artisti e gruppi italiani e ha calcato palchi di importanti manifestazioni, sia da solista che con il collettivo. Passaggio decisivo e paradossalmente fortunato nel suo percorso è rappresentato dalla partecipazione ad X Factor nel 2023 in cui, pur inserita in un format televisivo orientato sfacciatamente alla standardizzazione, Anna è riuscita a imporre la propria cifra stilistica e a mantenere la propria riconoscibile identità. Dalla standing ovation per l’inedito Ghali alle Auditions, alle reinterpretazioni di Califano e De André nelle successive puntate, ha dimostrato senza ombra di dubbio che è possibile abitare gli spazi del mainstream senza sacrificare i tratti di una scrittura complessa e, soprattutto, criticamente orientata. Nel 2024 è Vincitrice Assoluta e Premio Miglior Testo del festival Musicultura con il brano Ghali e, sempre nel 2024, si aggiudica la Targa Tenco come Migliore Opera Prima con il suo album debutto Mi Piace.
L’intero album è opera manifesto della sua cifra espressiva e della sua poetica, una celebrazione dell’eterogeneità. Lontano dall’idea di concept album, questo lavoro mette insieme brani scritti in diversi periodi della vita dell’artista e restituisce le molte direzioni da lei esplorate sia sul piano musicale che tematico. Dal pop al R&B, dallo stile cantautorale alle suggestioni samba, swing e gipsy, Mi Piace si muove in uno spazio assolutamente fluido, attraversa generi senza gerarchie e mette in discussione l’idea di individualità musicale univoca. Anche nei testi emerge questa marcata varietà: a momenti più intimi e riflessivi si alternano brani di critica sociale esplicita, confermando la sua capacità di riuscirsi a muovere su piani diversi.
Il disco si apre con il brano che dà il titolo all’album, un inno all’autenticità e all’autodeterminazione artistica. Il brano è un invito esplicito, un augurio all’accettazione di sé svincolata dal giudizio esterno e costruisce un messaggio forte che chiarisce in modo immediato l’orizzonte entro cui l’intero progetto discografico si muove. Il tema del piacere viene dunque sottratto alla logica dannosa e tossica dell’approvazione esterna per essere ricondotta a una dimensione intima, primaria: prima ancora che il consenso del pubblico, l’artista afferma la necessità di riconoscersi nel proprio modo di fare musica. La componente ritmica e la vivacità della melodia restituiscono il senso di libertà che la canzone vuole esprimere nella sua complessità: l’autenticità non come rigidità stilistica ma come spazio aperto, in continuo movimento, in cui la soggettività può esprimersi senza costrizioni.
Nei brani AAA e Organi Interni l’artista tratta in modo insolito e geniale il disagio psicologico e la necessità di cura: nella prima, l’io narrante si identifica in una lavatrice malfunzionante per denunciare come la sofferenza mentale sia spesso riconosciuta solo quando si manifesta attraverso sintomi visibili e socialmente legittimi. Nella seconda la riflessione si sposta sulla necessità di rallentare i ritmi frenetici della dannosa produttività contemporanea per tornare a “digerire i sentimenti” e ascoltare dunque le proprie necessità. Proseguendo, Castiglia utilizza l’ironia come un’affilatissima lama per analizzare – e denunciare – le contraddizioni della nostra società: succede in Ghali, in cui si sofferma sull’ipocrisia del tempo presente e sulla tendenza, nell’era degli spietati social, a cercare capri espiatori invece di assumersi responsabilità individuali; in questo senso esorta alla messa in discussione e a un’assunzione di responsabilità consapevole. Utilizza poi in modo tagliente l’ironia per descrivere il precariato artistico: in Participio Presente denuncia la sospensione che caratterizza il panorama musicale italiano, affronta con disincanto le barriere del sistema discografico ponendo l’accento sull’esperienza femminile troppo spesso inquinata da valutazioni che prescindono dalla sfera professionale.
Anna Castiglia si inserisce in una genealogia di artiste che hanno utilizzato la canzone come spazio di presa di parola, di critica e ridefinizione dell’identità artistica femminile. Il suo contributo si distingue per la capacità di aggiornare questa eredità, adottando linguaggi ibridi, attraversando i generi e affrontando le contraddizioni del presente con uno sguardo personale e politico. Il suo cantautorato non si limita a raccontare l’esperienza femminile ma ne interroga concretamente e continuamente le condizioni di possibilità all’interno di una società che continua a produrre aspettative e diseguaglianze strutturali. In tal senso, l’opera di Anna Castiglia si presenta come pratica di resistenza quotidiana in cui la musica diventa strumento di trasformazione.

