MILLE
In un mercato sempre più rivolto al consumo usa e getta e in un pop italiano alla ricerca di suoni intercambiabili, il disco Risorgimento (2025) ci propone l’estetica del passato come materiale di emancipazione. Mille è il nome d’arte di Elisa Pucci, la cui carriera colpisce a primo impatto per la spiccata poliedricità: il nome che ha scelto, che richiama il soprannome «garibaldina» datole dal padre, dichiara sin da subito la pluralità di vite e di ruoli ricoperti. Mille infatti canta, suona, scrive, recita e cura l’immagine dei suoi lavori in un modo caratteristico e riconoscibile, dalle copertine al merchandising.
Prima di intraprendere il progetto solista, Pucci ha lavorato con il gruppo Moseek in qualità di cantante e musicista, band con cui è diventata nota grazie alla partecipazione alla nona edizione di X Factor nel 2015. La nascita di Mille nel 2020 è segnata dalla pubblicazione del coinvolgente brano Animali, momento in cui la scelta di scrivere le proprie canzoni in italiano diviene definitiva, a differenza degli inediti pubblicati con il gruppo. I riconoscimenti non tardano ad arrivare: nel 2021 si aggiudica il Premio della Critica a Musicultura, nel 2022 vince il contest 1MNext che le permetterà di esibirsi sul palco del Primo Maggio a Roma, prendendovi parte anche nelle edizioni successive.
Tra estasi e liberazione
Dopo il talent, la scrittura diviene il nucleo centrale del progetto. Mille si orienta verso un cantautorato pop che unisce melodie orecchiabili, testi intimi e ironici e residui di elettronica e rock. Su questa strada arriva Risorgimento, primo album in studio di Mille, uscito il 19 settembre 2025 per Taiga e distribuito da ADA Music Italy. Il disco contiene dieci tracce che, per intenti e sonorità, restituiscono all’ascoltatore l’idea di rinascita. Il tema che tiene unito il lavoro è quello della ricomposizione dei frammenti personali dopo un periodo di caos e di inevitabile trasformazione, con una particolare attenzione all’errore come risorsa. L’estetica del progetto è coerente con il titolo: la copertina dichiara, attraverso i toni rossi e un’iconografia garibaldina, un immaginario vintage riletto in chiave pop. La posa dell’artista, quasi di abbandono, suggerisce diverse letture, prima fra tutte quella dell’estasi che segue la liberazione: il corpo sembra cedere mentre iconografia e titolo evocano un periodo segnato da battaglie. La tensione tra resa e combattimento è quella che il disco mette in scena, e il filo che lo attraversa è, non a caso, rosso, colore della Storia e della passione.
Brani come presa d’atto
La prima traccia è strumentale e porta lo stesso titolo dell’album, funge da guida “traghettatrice” agli ascoltatori, accompagnandoli senza interruzioni all’ascolto successivo, UMPM (un maledettissimo posto migliore), pezzo caratterizzato da sintetizzatori, città evocate da cui scappare per inseguire un altrove ambito e tutto da ballare. Il ritmo rallenta su Il Tempo, le Febbri, la Sete, una ballata che ha un ritornello memorabile, sognante, in cui il dolore attraversa una trasformazione, e con Due di Notte, che parte contenuta per poi aprirsi man mano che il testo procede narrando una storia d’amore travolgente. A farle da contrappeso arriva C’est Fantastique, dal suono elettronico e ossessivo, un brano dance che utilizza l’ironia come arma difensiva. La sesta traccia, Gli Amanti, è intima e raccolta, descrittiva della tendenza a performare l’intimità che, inevitabilmente, si scontra con l’autenticità: lo fa attraverso l’impiego degli archi che si legano immediatamente ad un tono nostalgico. Una Lama ha un impianto fortemente punk ed elettronico, concretizza il dolore e lo comunica in un modo quasi visivo che la voce restituisce senza filtri: in un tempo in cui il linguaggio pubblico si fa più aggressivo, questo brano suona come una presa d’atto. Video Hard si serve di una carica energica e di immagini crude per parlare, sulla scia di Gli Amanti, di intimità esposta e del bisogno di essere visti in chiave rock. La penultima traccia è la sospesa Artiglieria Pesante che ci sorprende cambiando pelle di continuo e mettendo l’amore sotto assedio, un velato gioco di contrasti sul tema delle relazioni tossiche. A chiudere l’album c’è il feat disilluso ma non rassegnato con Rachele Bastreghi, Tour Eiffel.
Più registri e voce controllata
A tenere insieme tanta varietà è la voce controllata. Mille la usa come uno strumento a più registri, scende in strofe quasi sussurrate e si apre liberamente nei ritornelli, sale in modo graffiante sulle note alte ritornando con agilità su quelle più gravi. Il suo è un timbro che rimane impresso, pieno e un po’ roco, che si riconosce dopo poche note e che combacia in modo sorprendente con i suoni elettronici. Il risultato è una vocalità teatrale che si muove tra la ballata classica e la cassa dritta dell’electro-dance. L’estetica e la sonorità vintage servono a raccontare il presente: dentro questo passato riletto, scomposto e riassemblato c’è una posizione precisa. Il racconto risorgimentale ha concesso poco spazio alle donne, ricordate spesso come compagne di eroi (basti pensare ad Anita Garibaldi): riprendere quell’immaginario da soggetto e non da musa è un gesto critico, politico. Lo stesso vale per lo sguardo. L’estetica patinata, che per decenni ha fatto della donna un’immagine da guardare, passa qui per le mani di chi la dirige, la fotografa e la illustra.
L’eco delle grandi interpreti
L’inconfondibile stile retrò di Mille, la sua tecnica e la forza dei temi che sceglie di raccontare ne fanno una voce difficile da incasellare nel panorama contemporaneo. Dialoga con la linea delle grandi interpreti, da Patty Pravo ad Antonella Ruggiero, e con quella del cantautorato colto e teatrale, da Battiato ai Baustelle, ma la scrittura e lo sguardo sono assolutamente personali. Il debito di Mille nei confronti poi del pop più luminoso non resta implicito. Per gli ottant’anni di Raffaella Carrà, nel 2023, ha inciso con i Serendipity una cover di Ballo ballo portandola ai giorni nostri senza perdere il taglio elettrico e spensierato dell’originale. La scelta suggerisce più di un omaggio: Raffaella Carrà ha fatto del corpo, della danza e della voglia di cantare il desiderio un gesto pubblico di emancipazione, in un’Italia che alle donne chiedeva compostezza e standardizzazione. Mille la individua come riferimento di un pop eclettico, che fa della gioia e l’estetica retrò una presa di posizione. Nel modo in cui se ne serve, il passato smette di essere qualcosa di statico da custodire e diventa ciò che il titolo del disco promette, un materiale da cui e con cui rinascere.

