Giulia Mei e il canto della libertà femminile

L'artista assume la collaborazione collettiva come strategia consapevole per cambiare le regole machiste del mondo della musica

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Giulia Mei in concerto

La libertà non conosce anagrafe: nasce come urgenza interiore, come fiamma ostinata che non accetta catene, come desiderio di attraversare il rischio senza rinunciare alla propria voce. È una scelta che riguarda il corpo, lo spazio, il tempo, l’amore, la possibilità di immaginare un domani anche quando quel domani appare incerto o negato. Ed è proprio qui che l’arte nasce e resiste: quando la realtà tenta di soffocare l’esperienza, la musica le restituisce forma, memoria e presenza. Cantare, allora, significa opporsi al silenzio, trasformare la paura in racconto, consegnare a chi ascolta non soltanto una ferita privata, ma una domanda collettiva sulla possibilità stessa di essere liberi.

Dal disagio

alla proposta

Con Bandiera (canzone-vessillo passata da X Factor a SpotyViral, da emblema dell’empowerment femminile a colonna sonora del film di Massimiliano Bruno Due cuori, due capanne) Giulia Mei ci ha ricordato come il dato autobiografico possa diventare il punto di avvio di una riflessione collettiva. Nel caso specifico, una densa e ironica meditazione sulla libertà femminile e sulle logiche, spesso invisibili, che ne limitano l’esercizio quotidiano. Il brano nasce da un’esperienza apparentemente ordinaria, ma profondamente politica: la paura di tornare a casa da sola la sera. Da questa condizione concreta, vissuta nel corpo prima ancora che elaborata nel pensiero, prende forma una scrittura musicale attraversata da ansia, frustrazione e consapevolezza. La canzone non si limita a raccontare un disagio individuale, ma lo trasforma in una domanda più ampia: che cosa significa sentirsi libere, e quanto questa libertà è davvero praticabile nella vita di una donna? La paura dello spazio pubblico diventa così il sintomo di una più estesa mancanza di autodeterminazione, che riguarda il corpo, il desiderio, le scelte affettive, la maternità, il matrimonio, l’età, l’immagine di sé. I versi evocano con immediatezza il desiderio di sottrarsi al giudizio sociale, costruendo una tensione continua tra intimità e dimensione pubblica. La voce che canta parte da sé, ma non resta chiusa nel privato: trasforma la vulnerabilità in linguaggio, la paura in consapevolezza, la frustrazione in atto espressivo.

La Bandiera

del resistere

Bandiera diventa allora il segno di un’identità che chiede di potersi affermare nella pluralità delle proprie scelte, dei propri desideri e delle proprie contraddizioni. In questa prospettiva, la canzone prova a dar forma ad una condizione, la rende dicibile, ne fa una traccia di resistenza. Perché la libertà, come l’arte, continua a cercare chi sia disposto a darle voce. E la libertà che Bandiera invoca sul piano esistenziale trova piena corrispondenza nella scrittura e nella traiettoria artistica di Giulia Mei, dove identità, ricerca e contaminazione diventano elementi di una poetica mobile, mai pacificata, capace di attraversare linguaggi diversi senza perdere riconoscibilità. Artista tutt’altro che statica, Mei fa convivere il rigore e la tecnica del pianismo classico, la profondità della canzone d’autore e le sonorità dell’elettronica da club, approdando a una sintesi armonica e stilistica che la consacra tra le cantautrici più interessanti della nuova scena italiana.

Dagli esordi lontani

al concerto con Vecchioni

Classe 1993, Giulia Catuogno (in arte Giulia Mei) nasce e cresce a Palermo. A soli nove anni intraprende lo studio del pianoforte classico e del canto al Conservatorio Vincenzo Bellini, per poi avvertire l’esigenza di dedicarsi alla scrittura delle proprie canzoni, presto presentate sui primi palchi e accolte con attenzione dalla critica. I riconoscimenti nei festival più prestigiosi d’Italia non tardano ad arrivare: dal Premio Alberto Cesa al Premio Bigazzi, passando per il Premio Lauzi e il Premio De André, fino alla presenza tra i finalisti del Premio Musicultura per tre anni consecutivi, dal 2016 al 2018. Il suo talento, cristallino e già ben delineato, la porta nello stesso 2018 ad aprire il concerto di Roberto Vecchioni, uno dei suoi maggiori maestri e riferimenti nella canzone d’autore italiana.

Il 2019 segna una svolta decisiva con la pubblicazione di Diventeremo adulti, primo album in studio della cantautrice, selezionato pochi mesi dopo l’uscita tra i cinque finalisti della Targa Tenco nella categoria Miglior album d’esordio. Nello stesso anno, il disco viene riconosciuto al Forum del Giornalismo Musicale come una delle migliori opere prime femminili. Ulteriore conferma del suo rilievo come autrice arriva nel 2021, quando Giulia trionfa a Genova Per Voi, noto talent per giovani autori e giovani autrici: un risultato che le vale la Targa SIAE e le apre le porte di un importante contratto editoriale con Universal Music Publishing.

Identità artistica

forte e spiazzante

Diventeremo adulti è già una sintesi efficace della sua cifra stilistica: traccia dopo traccia, rivela un’identità artistica spiazzante, consapevole, ricca di sfumature. Sin dall’immagine di copertina (il volto gioioso e fiero di una donna anziana) il disco si configura come un gioco di contrasti e si ricongiunge alla sfida evocata dal titolo: entrare nel mondo degli adulti a gamba tesa e, insieme, in punta di piedi. È una crescita che Giulia Mei restituisce con fierezza e ironia, trasformandola in una naturale conquista collettiva. Non a caso, l’album si apre con Tutta colpa di Vecchioni, intenso atto d’amore nei confronti della musica e, più precisamente, della canzone d’autore: un omaggio che illumina le radici profonde della sua scelta cantautorale.

Il premio

della critica

Nel 2024 Giulia Mei partecipa a X Factor, esperienza conclusa alla puntata dei Bootcamp, dove propone una versione elettronica di Hey You dei Pink Floyd. Alle Auditions presenta invece il suo potentissimo e fortunato inedito Bandiera, destinato a diventare un inno generazionale e transfemminista di grande risonanza. Sempre nel 2024, per la sua carica militante, il singolo vince il Premio della Critica a Voci per la libertà. Una canzone per Amnesty International.

È la stessa artista a definire il brano come uno sfogo senza mediazioni, nato da una condizione concreta e personale: il ritorno a casa a Milano con il cuore in gola, i paternalismi ricevuti sui social, la pressione sul corpo femminile, la paura dell’invecchiamento vissuto come colpa, la sessualità percepita come stigma. A interessarle sono proprio i dettagli dell’essere donna: quelli di cui non si parla, quelli sottopelle, quelli che fanno male da secoli e che trasformano la promessa astratta di libertà in una libertà fragile, spesso incapace di proteggere dagli abusi.

La propria storia

è storia degli altri

La sua Bandiera è dunque un inno alla rabbia, alla liberazione attraverso la parola e alla necessità di scuotere l’indifferenza di chi resta immobile nell’apatia generazionale del presente. Giulia Mei appare pienamente consapevole delle sfide specifiche che le donne affrontano ogni giorno rispetto ai colleghi uomini, e rivendica una scrittura autentica in un mercato che tende spesso ad appiattire il gusto e a mercificare la figura femminile. Attraverso una padronanza musicale mai esibita in modo sterile, riesce a trasformare la propria storia in quella di molte altre, facendo delle sue canzoni luoghi di riconoscimento collettivo.

Nel 2025 esce il suo secondo album in studio, Io della musica non ci ho capito niente, in cui l’urgenza espressiva anticipata da Bandiera trova pieno compimento. Il disco accende i riflettori sulla bellezza di sbagliare e invita ad accettarsi anche — e soprattutto — attraverso i propri passi falsi. Persino gli errori d’ortografia, volutamente presenti in copertina e in MOZRAT, una delle tredici tracce, diventano una dichiarazione di intenti: la perfezione non interessa, perché è un costrutto sociale che l’artista abita con disagio e contesta con fierezza. L’album ospita inoltre preziose collaborazioni con Rodrigo D’Erasmo e con le cantautrici Mille e Anna Castiglia.

Sorrellanza musicale

diventa gesto politico

Proprio nella scelta di queste ultime, il desiderio di costruire una musica e testi autenticamente femministi si intreccia con un elemento decisivo: la sorellanza musicale come gesto politico. Giulia Mei assume la collaborazione collettiva come strategia consapevole per cambiare le regole machiste del mondo della musica. La storia del pensiero e delle pratiche femministe insegna che gli spazi di condivisione e di autocoscienza sono tappe imprescindibili per la liberazione delle donne; portare questa attitudine sul piano professionale significa trasformare l’amarezza per le diseguaglianze in rabbia lucida, condivisa, generativa. I duetti del disco nascono così da scelte calibrate: sono tentativi di dare corpo e musica a una risonanza in cui l’identità di una si riflette e si fortifica in quella dell’altra. Come scriveva Carla Lonzi, «il femminismo ha inizio quando la donna cerca la risonanza di sé nell’autenticità di un’altra donna, perché capisce che il suo unico modo di ritrovare sé stessa è nella sua specie».

 

 

 

Alfonso Amendola e Giulia Guarracino

Alfonso Amendola è professore di Sociologia dei processi culturali all’Università di Salerno dove cura il Laboratorio di progettazione culturale “Open Class”. È Referente del Rettore per la Radio-televisione d’Ateneo. Docente nel Collegio del Dottorato di Politica, Cultura e Sviluppo dell’Università della Calabria. Si occupa di: visual studies, culture d’avanguardia e consumi di massa (temi su cui ha pubblicato saggi e monografie). È responsabile scientifico e Key staff member di diversi progetti internazionali. Dirige per le Edizioni Rogas di Roma la collana di sociologia della cultura “La sensibilità vitale” e co-dirige per Cambridge Scholars la collana “Multidisciplinary Approaches to Discourse and Sociology”. È referente del progetto internazionale “Punk Scholars Network”, è membro della Giuria delle Targhe del “Club Tenco”, è Direttore Scientifico della Rassegna “I Racconti del Contemporaneo”. Scrive sul quotidiano “Il Mattino”, sul periodico “CostoZero”, cura la sezione “Nuovi sguardi critici” per RQ e collabora con la Rai.

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Giulia Guarracino studia Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale e collabora con il Laboratorio di progettazione culturale “Open Class” dell’Ateneo di Salerno. Si occupa di musiche popolari e industrie musicali analizzate nell’angolazione dei gender studies. Chitarrista e cantante. Lavora nell’ambito del management culturale.

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