Le vertigini degli alberi, il volo improvviso di un falco.
Il mare e la mia assenza recitata a memoria.
Tre secoli di profondità inascoltate non servirebbero a rendere più credibile la
questione. Il sepolcro imbiancato e la luna con le sue apparenze d’inganno.
Il miracolo della pioggia dopo le visioni delle montagne.
Mi confonde il copione del sacro, la rivolta del sangue. Il soffio dell’acqua e del
Fuoco. Il tuo odore salmastro, l’inverno col suo silenzio di pietra.
Un libro che avevo messo da parte sicuro di poterlo leggere con calma e con dovuta attenzione. Sicuro che non mi avrebbe deluso. Anzi, sicuro che mi avrebbe sorpreso e portato altrove. Incantato. Ogni pagina, infatti, del Taccuino Bianco, Francesca Marica, Anterem Edizioni, pag. 99, come scrive Mara Cini nell’accompagnare il libro, costituisce un elemento teso a formare una sorta di “catena di mondi”. Innanzitutto, lo stupore. Il tremore dei sensi e la sensualità. Non il mondo ma i mondi. Dopodiché, la scrittura. Quale? Quella dei sogni, come ci rivela la stessa autrice in una nota finale al libro. – Nel Taccuino Bianco sono raccolti testi scritti nel periodo 2019/23. I testi presenti sono la trascrizione fedele di alcuni sogni intervenuti in quegli anni, è la dimensione onirica a dettare e rivelare ciò che razionalmente sfugge a ogni interpretazione e ricognizione. Il Taccuino Bianco è un libro dell’inconscio, scritto dall’inconscio, le sue pagine si muovono al di fuori del pieno controllo della coscienza. – Tuttavia, le domande che erompono sono se si è o no tenuti a credere alle dichiarazioni dell’autrice. Se si è o no disposti a trasgredire i suoi asserti e fare di questa scrittura un linguaggio poetico, un fare filosofico, interrogante o meno che sia.
La testa altrove – né medusa né corvo.
Nella garza di latte, l’oceano respira insieme all’erba –
Il singhiozzo degli animali è un cambio di direzione: ho provato a mostrare
cos’è la grazia all’impazienza delle vostre mani – La forza della notte spinge le
caviglie a terra. Talvolta si preferirebbe non sentire –
Esiste un tempo dell’Eterno? – Talvolta si preferirebbe non parlare.
In gola come catarro vi trattengo – Dentro la rotondità dei pesci, le cicale
Cantano al posto vostro. Il giorno inizia dove l’abbiamo lasciato –
Ora io vi chiedo:
come può essere felice chi non torna?
Allora, usando un termine heideggeriano esporremo che la poesia risuona come evento dell’essere. Nella risonanza accade l’evento naturale non del lampo eracliteo o metafisico dell’intuizione dell’essere ma della disposizione o della fuga nel tempo dei tempi, nell’istante, nel momento del domandare essenziale e originario. Si è all’inizio, si è nella difficile testimonianza di chi ritorna alla domanda, alla solitudine, e al riecheggiare della nobiltà dell’Essere, per pensare la sua unicità nella sua presenza. È in questa veste che l’essere manifesta il suo esistere, il suo apparire e immediatamente velarsi. La filosofia allora torna così a non avere altro supporto che l’essere. O altro appoggio che la scrittura. Si è lontani, in questi scritti dal mero nominare ed esistere. Qui il linguaggio torna a non avere sostegno. E si sa che a non aver puntelli il cammino è difficile, sebbene si abbia traccia di quel linguaggio vagamente onirico che può deviarci dal salto in quel che è un vero linguaggio abissale. Un salto che questo libro compie, sebbene lo faccia con la leggerezza dell’inganno. Che cos’è l’essenza della letteratura se non la sua stessa manipolazione. Chi è il poeta se non l’artefice dell’alterazione e dell’alterità. Qui si confondono voci e volti. Rimpatri e commiati. Un libro dalle molteplici assonanze e appartenenze. E come se si fosse sempre in esilio e nel magma dei suoi squarci o delle sue incrinature. O approssimazioni. Intanto, nell’adesione all’essere e alla sua indeclinabilità. Alla sua brama, carnalità, dolenza, erotismo. L’essere non è mai solo nella sua solitudine né è afferrabile come perimetro, come canto assoluto. Forse, come la poesia, l’essere è un suono taciuto che si smuove nei capelli di una sirena o in una lacerazione. Forse l’essere è il suo stesso dissolversi. Forse l’essere è questo stesso linguaggio che si dà per contagio graduale, per assimilazione inconscia.
Fermati, strappati il cuore. Spezza insieme a me il pane del dolore.
Mettimi il tuo seme nella bocca, restami fedele questa notte.
Sdraiati accanto a me nel grande letto degli sposi. Domani nessuno crederà
Alla tua partenza. ma tranquillo, nessuno ti darà la colpa, nessuno ti verrà a
Cercare. Io non ti cercherò.
Credi alla mia parola: io non ti cercherò. Io ti avrò già dimenticato.
Dissoluzione e cristallizzazione. Ciò che parte e ciò che sta. Ciò che si sfa e si compone. Si pensi anche ai collage della stessa poetessa dei quali si dà esempio nel libro – non è questione di talento ma di spirito – hanno la stessa struttura di quel linguaggio osmotico, di quell’abbaglio del bianco che è la superficie profondamente non misurabile della pagina scritta e di quella che intanto si scompone. Che cosa tiene unite le diverse scritture che si compenetrano scivolando una addosso all’altra come avvinghiati amanti – spogli o abitati che siano – nella concitazione del loro amplesso? L’uomo, sembra volerci dire la poetessa, è un essere naturale ma non appartiene soltanto a se stesso! Le parole di cui egli solo è mentore e mentitore sono sempre ambigue e mancanti. Poi più nulla. Acqua sporca e libro! Presunzione. Superbia. Vanagloria. Ostentazione. Non conta per niente vantarsi. E di che cosa potrebbe vantarsi quest’uomo? L’uomo di sempre. O sempre lo stesso uomo?
È pericoloso sporgersi nel vuoto altrui nel desiderio di scoprire l’esatto
perimetro del proprio volto. – Trattasi di vanità. Vanità delle vanità.
La lezione di Qohèlet. Eppure a questo punto non si tratta che di prendere atto di una simbologia chiara: l’invisibile. O il chiaro bianco. Leggere dietro le parole, la resa immobile all’indeclinabile. All’infiltrazione lenta che ogni vero linguaggio riesce a produrre d’irriducibile e intraducibile nel perverso e dispotico gioco del mondo. Poesia è sapere di saper tacere. Per dire che questo Taccuino Bianco di Francesca Marica è di una ricchezza inaudita. Non si vorrebbe mai lasciarlo né farlo eccedere. Ecco, si guarda a questo libro come si mira un volto fino a non vederlo più, e si ascolta – la lettura è essenzialmente un udire – come un fiume quando incontra le sue maree.
[Francesca Marica, Taccuino Bianco, Anterem Edizioni, pag. 99]

