Marito e moglie “Di spalle a questo mondo”

Il romanzo di Wanda Marasco che ha meritatamente vinto il premio “Campiello” e immeritatamente è stato escluso dalla cinquina finale dello “Strega” racconta la vita avventurosa e disgraziata del medico napoletano Ferdinando Palasciano, figura rilevante del Risorgimento napoletano. Un libro straordinario

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Avventurosa e disgraziata la vita di Ferdinando Palasciano, medico napoletano e figura di rilievo nella storia del Risorgimento italiano. Una travagliata vicenda biografica inizialmente all’insegna di successi professionali e politici – giovanissimo ufficiale medico del Regno delle due Sicilie prima condannato a morte e poi graziato da re Ferdinando II, deputato e senatore del Regno d’Italia, professore di Clinica chirurgica all’Università di Napoli e tra i fondatori della Società Italiana di Chirurgia – e di forti legami d’amicizia con uomini illustri del suo tempo (tra i quali, il pittore partenopeo Eduardo Dalbono, il generale Giuseppe Garibaldi, il ministro Giovanni Nicotera e Antonio Ranieri, ‘custode’ di Giacomo Leopardi negli ultimi anni della sua vita). Poi però, poco più che settantenne (era nato a Capua nel 1815), si palesano in lui le prime avvisaglie di uno dei mali più subdoli, la demenza mentale, che nel giro di cinque anni avrebbe portato alla morte “’o miedeco Palasciano asciuto pazzo e muorto per troppa onestà.”

La vita di Ferdinando Palasciano l’ha raccontata Wanda Marasco nel suo ultimo libro Di spalle a questo mondo che ha meritatamente vinto il premio “Campiello” e immeritatamente è stato escluso dalla cinquina finale dello “Strega”. È il romanzo il ‘contenitore’ di genere letterario che Marasco utilizza per dare forma alla sua storia, narrata al lettore da due voci: quella fuori campo dell’autrice che segue, in maniera più o meno ordinata, l’ordine cronologico degli eventi storici e dei fatti più rilevanti nella biografia del protagonista. E il monologo-soliloquio di sua moglie, la nobildonna Olga Pavlova Vavilova di San Pietroburgo, vent’anni meno di lui, destinata a restare accanto a lui fino alla fine: “Ci ho pensato. Vivere accanto a Ferdinando sarà un destino di meditazione. Avrò tutto il tempo di pensare all’eternità, su queste sedie, fra la mobilia, i libri, mentre impartirò ai servi gli ordini per assisterlo al meglio. Il senso concreto di quello che Barbarisi ha cercato di spiegarmi: un malato irraggiungibile, sopravvivrà come se ogni giorno emergesse da un sogno. Potrebbe anche uccidermi con il suo grande silenzio. Il senso astratto: saremo niente, lui il riflesso di quello che era, io una miseria elevata al pensiero che non finiremo così, non finiremo, non finiremo…”. Nell’intreccio di questo doppio registro narrativo si susseguono incontri reali o visionari (ad esempio, con lo scultore Vincenzo Gemito, anche lui protagonista di un precedente romanzo di Marasco, Il genio dell’abbandono) nella casa di cura Villa Fleurent, per le strade di Napoli, nel palazzotto con la torre dove Palasciano trascorrerà gli ultimi giorni della sua vita, incolpevole vittima dei suoi altalenanti stati d’animo che funzionavano “come furori e incantamenti”. La residenza napoletana del medico impazzito – che s’era ispirato nell’architettura della costruzione a Palazzo della Signoria a Firenze, “una dimora che dica l’ideale della Patria”, con un giardino disegnato da precise corrispondenze geometriche e simboliche – è lo scenario privilegiato e predominante nella successione dei pezzi del polittico della storia. Luogo malinconico e romantico, la casa di Palasciano offre a Marasco la possibilità di arricchire il suo romanzo sfumando la trama con altre tonalità letterarie: colori gialli e noir nel “maleficio della cascettella”, lo scrigno sotterrato nel giardino dall’“eccellenza Ranieri” per nascondere i resti dell’“Eletto” Giacomo Leopardi; la recita di Antonio Ranieri di un testo inedito – un plagio, opera sua – del quale è gelosissimo perché morbosamente considerato un ultimo dono del Conte Giacomo. In parallelo, il racconto nel romanzo, quando sempre Ranieri dà voce agli ultimi giorni del poeta recanatese a Napoli, “per scovare la memoria di un corpo apocalittico impegnato con la stessa caparbietà a godere e a soffrire.” Ed ancora: gli “stralunati pupi” parlanti che Palasciano aveva acquistato durante uno dei vagabondaggi nel ventre della città; lo strano caso delle misteriose scomparse e degli improvvisi ritrovamenti di due sue statuine, il Mendicante e la Poverella; la trasfigurazione – pittorica ed emotiva – del mito di Partenope e Vesuvio, nei quadri di Eduardo Dalbono (innamorato, non corrisposto, di Olga): “La sirena e il centauro Vesuvio erano innamorati, ma si trascinavano dietro una natura rischiosa. Lei il canto che uccide, lui il dramma di governare il corpo e la mente. La gelosia di un dio li separò. Vesuvio venne trasformato nel Vulcano. Partenope si uccise. Dalla sua morte è nata Napoli. Nella bellezza del paesaggio sono rimasti l’uno di fronte all’altra. Separati in questa sorte terribile: possono vedersi, ma non toccarsi. Non siamo mai fuori dagli spettri che ci lasciano le leggende”. Come due rette parallele, le voci di Olga e di Ferdinando – per il tramite di Wanda Marasco – pur non incontrandosi mai, sembrano tendere verso lo stesso fine. Lo fa la nobildonna russa con il suo parlare solitario: ““Per come quelle storie sognate si trasformavano in sentimenti, dovevano essere grandi e impure. Ferdinando ci frugava dentro. Tornava a dirsi che in ognuna c’erano l’errore umano e qualcosa di perduto per sempre”. Lo conferma Palasciano, senza aver sentito le parole della moglie: “So cosa siamo, due pupazzi lirici, due finali con tante parole di scusa, non abbiamo colpa, ma cadremo. Dovrò dire a Olga che in ogni caduta c’è una purezza, che non voglio fermarmi mentre scivolo.” E, infine, Olga si congederà (dal suo muto ascoltatore-lettore) chiedendo conto di una scelta che ha più volte già avuto, nelle pagine di questo bellissimo romanzo, la sua risposta affermativa: “Ditemi che ho fatto bene a pretendere che questa forma di addio fosse una trama di vita.”

Wanda Marasco, Di spalle a questo mondo, Milano, Neri Pozza, 2025

 

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