‘A Tombola dd’e Femmenielli, il regalo di una Napoli lontana dalla retorica

La città partenopea non si può ingabbiare nella retorica turistica; diventa avvincente quando smette di essere una destinazione e diventa una domanda

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Non avevo ancora vent’anni quando arrivai a Napoli per frequentare l’università; trovai alloggio in uno strano Palazzo di via Bartolomeo Chioccarelli – celebre avvocato del Regno – in zona Mercato, luogo per cuori intrepidi. Non era la Napoli delle cartoline o delle canzoni che conoscevano tutti. Era un mondo ruvido, popolare, perfino difficile, dove ogni angolo sembrava raccontare una storia diversa e ogni palazzo custodiva un’umanità che sfuggiva ostinatamente a qualsiasi definizione. Io pensavo di essermi trasferito per studiare. In realtà ero entrato in una scuola di vita molto peculiare.

Il palazzo in cui abitavo era stato costruito nella seconda metà dell’Ottocento e portava addosso, come un vecchio marinaio, tutti i segni della sua vita. Il secondo dopoguerra aveva fatto quello che aveva potuto, rattoppando muri, inventando scale, chiudendo crepe, aggiungendo pezzi senza preoccuparsi troppo dell’estetica. Le due rampe interne sembravano raccontare due epoche diverse: una, elegante ma consumata, conservava ancora la dignità di un’antica architettura; l’altra, una scala di ferro, comparsa chissà quando e chissà per mano di chi, collegava dei balconi interni, palesemente abusiva ma nessuno si sarebbe sognato di farne a meno. A pensarci oggi, mi viene da sorridere: quelle due scale erano proprio Napoli. Una raccontava la storia, l’altra l’arte di arrangiarsi.

Agli inizi, per quasi un anno, ero soltanto uno dei tanti studenti venuti da fuori. Per tutti ero “‘o guaglione ‘e Salierno“, il ragazzo di Salerno, quello che usciva ogni mattina con i libri sotto il braccio e rientrava in tarda mattinata con qualche nozione in più e parecchie illusioni ancora intatte. Ero certo che all’università mi avrebbero insegnato l’economia, la politica, la sociologia e, attraverso quelle discipline, anche gli uomini. Era una presunzione abbastanza comune a vent’anni: pensare che il mondo si lasci spiegare dai libri. Mi sbagliavo. Le lezioni più importanti non le ascoltai da una cattedra. Le imparai sulle scale di quel palazzo, davanti a un caffè, durante una tombola o semplicemente osservando persone che la società catalogava con una facilità disarmante e che invece, una volta conosciute, si rivelavano infinitamente più complesse di qualsiasi etichetta.

La lettera da Brucculino

Il primo segnale che stava succedendo qualcosa, arrivò senza che me ne accorgessi. Un pomeriggio donna Nanninella mi chiamò nel suo tugurio che una volta doveva essere stato un balcone interno di quel palazzo, stava proprio alla fine di quella scalinata di ferro abusiva. Aveva ricevuto una lettera dalla sorella andata via a Brooklyn nel ’48 con un militare americano; quella lettera veniva da “Brucculino“, e quando aprii quei fogli di velina a righe blu e rosse Par Avion – a parte la grafia impossibile – mi trovai davanti una lingua nuova: non era napoletano, non era inglese, non era italiano. Difficile leggerla per venirne a capo, occorreva impegno creativo. Era un impasto di tutte e tre le lingue, condito da una nostalgia così ostinata da inventarsi perfino le parole. Più che tradurre quella lettera dovevo immaginare cosa la sorella avesse davvero voluto dire e ricostruire un mondo sospeso fra la zona Mercato e l’America. La interpretai a soggetto. Quando finii, Donna Nanninella rimase qualche secondo in silenzio, mi guardò contenta e con un sorriso che ancora oggi ricordo, disse soltanto: «Cumme parle bello, prufessò… grazie, grazie, te voglie bbene!»

Sembrava una frase buttata lì, come tante se ne sentivano nella strada e invece cambiò tutto. Nel giro di poche settimane nessuno mi chiamò più per nome. Da don Armando, capobastone della zona, che noi poveri sprovveduti – agli inizi – credevamo fosse il portiere del quel misero palazzo, al fruttivendolo che ci regalava sempre le banane smaturate, al salumiere che ci faceva delle grandi ‘mposte di pane cafone farcite… ero per tutti prussó, contrazione di prufessore.

Ci ho pensato spesso, in questi cinquant’anni. Nel resto d’Italia si dà un soprannome spesso per prendere in giro qualcuno, per sottolinearne un difetto o una stranezza. In quella Napoli no, il soprannome fu il momento in cui la comunità dei vicoli, dopo avermi osservato a lungo, decise che potevo smettere di essere uno di fuori. Da quel giorno e diventai uno del quartiere.

È per questo che, ancora oggi, fra le tante cose che la vita mi ha regalato, quella a cui sono più affezionato non è scritto su una laurea, né su un biglietto da visita, né riferita a riconoscimenti o incarichi ricevuti. È un soprannome nato su una rampa di ferro di un vecchio palazzo del Mercato, pronunciato per la prima volta da una donna che leggeva le carte, faceva rimedi d’amore e aggiustava le ossa e che da allora continua ad accompagnarmi come fanno soltanto i nomi dati con affetto.

Le tre “Maestre”

Non sapevo ancora che quel soprannome era soltanto il primo regalo. Ce ne furono tanti altri in quattro anni. Ma il secondo fu l’amicizia di alcune persone. Tre in particolare, a me care.

C’era Maria ‘a zizzona. La morale pubblica l’avrebbe definita una prostituta. Abitava al primo piano della scala in muratura del Palazzo, ma a via Chioccarelli era solo Maria con i suoi seni enormi e i vestiti appariscenti; nessuno le ricordava di giorno quello che faceva la sera. La vita l’aveva massacrata. Mi raccontò di violenze subite in famiglia da uomini che avrebbero dovuto proteggerla e che invece l’avevano distrutta. Eppure conservava una capacità di comprendere gli altri che raramente ho ritrovato altrove. Conosceva gli uomini meglio di molti psicologi. Conosceva la solitudine. Conosceva il desiderio. Conosceva la paura. Soprattutto conosceva la fragilità nascosta dietro le maschere sociali. In ogni persona esiste sempre una storia e a suo modo Maria era un angelo scappato dall’inferno.

C’era poi Samantha. Con la “h”, ci teneva. Ufficialmente era un femmeniello. Ma quella parola, per chi non ha vissuto Napoli, rischia di essere un’etichetta, un’offesa o solo un insulto. Perché il femmeniello napoletano non era una questione di orientamento sessuale o identità di genere. Era una figura sociale, antropologica – accettata e rispettata – che nei vicoli ha occupato per secoli uno spazio tutto suo. Samantha era insieme uomo e donna. Volgare e raffinata. Protettiva e spietata. Alta e magra aveva movenze di donna. Capace di passare da una battuta oscena a una riflessione piena di saggezza nel giro di pochi secondi. Abitava al piano terra del palazzo, subito dopo il portone. Spesso di pomeriggio ci portava il caffè fatto con la macchinetta napoletana. Sentivamo il profumo mentre saliva le scale, si fermava alla porta senza bussare: “Guagliù… ‘o cafè!”. In pratica era il cerbero del palazzo. Quando qualcuno – specie se di genere femminile – veniva a cercarci durante le ore pomeridiane di studio diventava invalicabile. “‘E guagliuni hanna sturià. Jatevenne, faciteve arrefrescà a n’ata parte“. Esercitava al Rettifilo e con lei avevamo l’intesa di non salutarla quando la incrociavamo al lavoro. Non era vergogna. Era una forma rispetto reciproco tra amici. Una sera la trovammo piegata sul cofano di una Seicento. Vomitava sangue e lacrime insieme. L’avevano rapinata e picchiata. Le dissi che era il caso di portarla all’ospedale. Mi guardò e rispose: “Prussó, purtàmme a casa. Si no ‘o drappello ddo’ spitale me dà pure ‘o riesto.”… Altrimenti la polizia che sta all’ospedale mi picchia! Anni difficili, anni in cui certe vessazioni fisiche crudeli verso gli omosessuali venivano ancora considerati solo uno svago. Ma in quella frase c’era anche tutta la diffidenza popolare verso le istituzioni. Una diffidenza che a Napoli spesso nasceva dall’esperienza vissuta più che da un pregiudizio.

E quindi Donna Nanninella. Quella che mi diede il soprannome. Una leggenda del Mercato. Ex maitresse di un bordello di lusso al Rettifilo, che aveva gestito per conto di una marchesa dal ’39 fino al ’56 data della chiusura delle case di tolleranza. Ora faceva un po’ la fattucchiera, curava alla buona e dispensava consigli sentimentali. Credo s’inventasse buona parte delle cose che raccontava alle clienti. Ma con la sua arte teatrale le inventava così bene da renderle vere…

Ricordo soprattutto la sua tombolata, che chiamarla tale è riduttivo. Era uno spettacolo teatrale senza copione. Donna Nanninella portava il cartellone, estraeva il primo numero che veniva letto tassativamente con la figura corrispondente della Smorfia e con quel numero iniziava una storia che collegava al secondo numero, al terzo… e via via in tutti i numeri comparivano le figure della Smorfia napoletana in un linguaggio spesso a sfondo sessuale: quella era la tombolata dei femmenielli, proibita ai maschi. In genere si prendevano in giro – con battute pesanti – le debolezze dei maschi e il racconto diventava teatro con la partecipazione di tutti… La tombola, quindi, più che un gioco antropologico era un pretesto per fare commedia dell’arte. Un giro di tombola – tra frizzi e lazzi – durava anche mezz’ora.

E forse proprio lì iniziai a comprendere qualcosa che avrei capito pienamente solo col passare dei miei anni: Napoli parla sempre due lingue contemporaneamente. La prima è quella delle parole. La seconda è quella dei significati. L’italiano afferma, il napoletano suggerisce, aggiunge il gesto, l’intonazione. L’espressione del volto poi completa il discorso… Chi arriva da fuori ascolta le frasi. Chi vive Napoli legge il paraverbale. Per questo molte parole napoletane risultano intraducibili. Non perché manchino equivalenti nel vocabolario italiano. Ma perché manca il mondo che le ha prodotte.

È questa la ragione per cui diffido della retorica turistica su Napoli. Napoli non è speciale perché si mangia bene, perché la pizza è buona o perché il caffè è eccellente. Non è speciale perché il golfo è magnifico. Esistono città bellissime in tutto il mondo. Esistono altre (poche) ottime cucine.

Napoli è avvincente quando smette di essere una destinazione e diventa una domanda:

  • Che cos’è una città che rifiuta continuamente di essere definita?
  • Che cos’è una comunità che diffida delle categorie rigide?
  • Che cos’è una cultura che preferisce il pensiero laterale al senso letterale?

È questa la lezione che Napoli continua a offrire. In un’epoca di massificazione Napoli continua ostinatamente a sfuggire, senza mai stare totalmente dentro una definizione.

Persone come Samantha, ‘a Zizzona, Donna Nanninella e tanta altra gente che non stavano mai completamente dentro una categoria, mi hanno insegnato che la realtà umana è sempre più ricca delle parole usate per raccontarla. Ed è forse questa la ragione per cui continuo a sentirmi debitore verso quella città; mi ha insegnato a dubitare delle etichette e mi ha adottato nel modo più napoletano possibile, con un soprannome.

L’ultimo regalo: ‘a Tombola dd’e Femmenielli

Fu proprio Samantha, qualche mese dopo la sua aggressione, riconoscente per averla aiutata e fatta curare, a invitarmi alla famosa tombolata dei femminielli. O meglio… a tentare di farmici entrare in qualche modo. Glielo avevo chiesto tante altre volte, ma niente da fare; sapevo che ai maschi era interdetto, portavano seccia, sfortuna; ma non potevo rinunciare, ed insistevo inascoltato.

Samantha quel giorno mi prese da parte. «Prufesso’ dimme ‘a verità, ma tu… nun sì nu poco ricchione?» La guardai senza capire. «No»… Lei sospirò. «Pensace bbuono…» Io continuavo a non capire. «No, Samantha…» Ci provò una seconda volta. Una terza. Bastava che io ammettessi, con quel tanto di ironia che a Napoli vale più di un certificato notarile, di essere “nu poco ricchione” – come se l’omosessualità fosse roba liquida, un litro, mezzo litro, etc..- e nessuno avrebbe approfondito la questione. Sarebbe stato un modo elegante per farmici partecipare. Io, invece, ero poco sveglio e soprattutto salernitano.

Solo con l’intervento di Donna Nanninella compresi che stava cercando di darmi un lasciapassare. Donna Nanninella – maestra di Tombolata – che mi voleva un bene dell’anima, sentenziò: «Chest’è Prufesso’. Si vuò venì, vieni… ma assettate vicino a Samantha e nun da’ fastidio a nisciuno.» Così quella sera entrai come spettatore in quel bizzarro gineceo di donne e femmenielli, odoroso di zeppole e bomboloni alla crema di limone… ma senza cartelle, non dovevo giocare; ero maschio e portavo seccia, tant’è vero che le corna con le mani e i cuornecielli di corallo rosso rivolti verso di me si sprecavano.

Fu una delle serate più divertenti della mia vita. Perché capii che quella non era una tombola. Era teatro, improvvisazione, cabaret, antropologia. Era Napoli. E forse, senza saperlo, stavo seguendo la lezione più importante della mia vita. Caso volle che chi stava alla mia destra fece cinquina e tombola… e là non ti dico, a turno si disputarono quel posto a suon di epiteti: “Funiculare senza currente”, “Figli’e maròtta” “Chiarchiolla”, “Cacatronole” … roba da “La Gatta Cenerentola”. Pur tuttavia – ed era un dato di fatto – chi sedeva alla mia destra davvero vinceva. E allora non ci furono dubbi, portavo addirittura ‘a bona ciorta: non lo sapevo ancora ma dovevo essere per forza un po’ ricchione… L’apoteosi ci fu quando a fine serata, tutti fecero la fila per salutarmi: e a turno, chi con malacreanza, chi gentilmente, chi con pudore, mi sfiorarono il sedere.

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
Se, alla fine di un articolo, vi ritrovate con una domanda in più e una certezza in meno, allora il tempo che ci ho perso è stato speso bene.

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