“Io ho dalla mia parte la poesia che è contenuta nei paesaggi più misteriosi, nei passaggi in cui la vita è a un soffio dalla morte e non si allontana più da quel filo, non
riesce più a rinunciare a quell’intensità seppure dolorosa.”
Mi era parso un titolo un po’ zuccheroso, La grazia della fragilità. Dopo titoli come Cedi la strada agli alberi (che sancì la fama del poeta), oppure La cura dello sguardo, Caraluce… Poi, passato un po’ di tempo, ci ripenso e decido che come sempre ha ragione lui, Arminio. Ha ragione perché se un titolo riesce, così, in due parole, ad essere esplicativo del contenuto, il gioco è fatto e La grazia della fragilità ci dice subito che si tratta di un testo fortemente inclusivo. Un testo che in un momento storico marcato da grande vulnerabilità individuale e collettiva, l’Autore ha ritenuto necessario.
Uno scritto in cui Arminio, autore di numerosi libri, se in altri era apparso scamiciato, ora si mostra interamente nudo, soprattutto nel capitolo iniziale Biografia di un’inquietudine. Del resto l’ha sempre ripetuto: io sono così, tutto a vista.
Ne La grazia della fragilità, si presenta davvero come mamma lo ha fatto, quest’uomo dai grandi contrasti: pauroso e ipocondriaco/coraggioso (nell’affrontare ogni giorno tutto ciò che teme) e spietato nel raccontarsi-raccontare le sue criticità, il che testimonia un lungo cammino attraverso la sofferenza, con approdo alla consapevolezza di sé. Con essa mette a fuoco ogni sua più piccola fragilità, ed ecco che la racconta, rendendola disponibile agli altri, sperando che anche loro riescano sotto il suo esempio a parlarne. Perché le fragilità (che non sono diminutio, se mai solo accettazione dei nostri limiti, e comunque occasioni di conoscenza e di crescita), sostiene, vanno federate. Tale l’assunto di questo libro, icona di contemporaneità.
Oggi che i potenti del mondo considerano la fragilità come debolezza e merce di scarto, oggi che imperano bullismo, revenge porn e mille altre forme di violenza nei confronti dei più ‘gracili’, Arminio ribalta concetti e situazioni. Innanzitutto fragilità come normalità, poi come conoscenza di sé e della precarietà della vita e dell’altrui sofferenza, con approdo a uno slancio affettuoso e solidale verso il prossimo, il cui dolore non va solo immaginato, ma sentito. Così questo libro attraverso la lettura ci diventa amico. Per quanto mi riguarda, addirittura intimo, ogni volta che mi ritrovo a sottolinearlo con la matita, disegnando linee che desiderano immortalare quel concetto, quel verso, per acciuffarlo velocemente anche in futuro.
Alcune frasi sottolineate:
“La ferita che ci rende fragili, non è mai quella che raccontiamo”.
“Nessuna ora del giorno è inerte, nessun silenzio.”
“Gli alberi in primavera continuano a fiorire, il filo d’erba, la nuvola, la montagna, tutto è ancora nel suo splendore tranne gli esseri umani, solo a noi è capitata questa sventura dell’arroganza, questa meschina fantasia del potere e del successo.”
“Sono in quel fazzoletto di umori infelici, di notti che perdevano la luce.”
“La scrittura è un modo per sentire il dolore.”
“Giro nella mia rotonda senza prendere nessuna strada.”
“Siediti in mezzo al mondo, vedi cosa fa. Fermati, rallenta il giro del sangue. Qualsiasi posto va bene: davanti a te c’è sempre una scena da guardare, una qualunque, vedi quanto è magnifica, vedila bene, con calma.”
Un libro che viene da un paesologo, e dunque parla anche dei luoghi, che l’autore ci sollecita a visitare e a farlo con attenzione. Ne parla talmente tanto che lo stesso libro a un certo punto sembra diventare un luogo, dove cammini, curiosi, pensi, sali, scendi, soprattutto osservi. Ti scegli un albero, oppure un fiore, entri in connessione con la natura. Però ti devi allontanare dalle vie del commercio, e infilarti in un vicolo, uno di quelli che spuntano in altri vicoli, uno di quei vicoli frequentati solo dai gatti, dove “non c’è il ronzìo del nostro tempo, ma un silenzio centrale, un abisso muto, a volte quasi un po’ beato.”
La fragilità, la nostra e quella degli altri, il dolore, l’amore, la morte, la poesia, i luoghi, la scrittura, la lingua. Tanti gli argomenti trattati dal poeta, che in questo carosello della vita medita e testimonia. E lo fa con uno stile che sceglie di essere scarno, con la libertà di chi dopo anni di scrittura non sente necessità di dimostrare alcuna bravura.
Infine, sulla quarta di copertina:
“Questo libro è dedicato a tutti quelli che provano a ingentilire il mondo quanto più il mondo è brutale.”
Franco Arminio, La grazia della fragilità, Chiarelettere

