Helene Hannemann e i suoi cinque figli nell’abisso del Male assoluto

‘La ninnananna di Auschwitz’ del romanziere spagnolo Mario Escobar è un libro-verità sulla storia dei Rom deportati ad Auschwitz e su come vissero e morirono a Birkenau, detto Auschwitz 2, in particolare è l'agghiacciante rapporto sulla vita dell'eroica infermiera tedesca Helene, sulla sua famiglia, sull’asilo che lei realizzò nel ghetto

Tempo di lettura 9 minuti

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Il contrario del bello non è il brutto, ma l’indifferenza.

Il contrario della fede non è l’eresia, ma l’indifferenza. E il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza tra la vita e la morte.’

Mario Escobar, citando Elie Wiesel

 

Autore il romanziere spagnolo Mario Escobar, ‘La ninnananna di Auschwitz’ è un libro-verità sulla storia dei Rom deportati ad Auschwitz e di come vissero e morirono nel ghetto di Birkenau, detto Auschwitz 2, in particolare dell’infermiera tedesca Helene Hannemann, della sua famiglia, dell’asilo che lei realizzò nel ghetto.

Dalla prefazione dell’Autore:

“La ninnananna di Auschwitz è stato il romanzo che più mi è costato scrivere nella mia carriera. Non tanto per problemi formali o per i dubbi a cui la storia non è riuscita a rispondere; quello che davvero mi preoccupava era il rischio di non riuscire a contenere un’anima tanto grande quanto quella di Helene Hannemann nelle pagine di questo libro.”

E ancora:

“Non so se questo libro mi ha insegnato ad essere una persona migliore, ma di certo ho imparato ad avanzare meno scuse davanti ai miei errori e alle mie debolezze.”

“Aiutami, caro lettore, a far conoscere al mondo la storia di Helene e dei suoi cinque figli.”

 

                                       ****************

 

Si è a Berlino (1943) e in una fredda mattina di maggio la famiglia dell’infermiera Helene e dei suoi cinque figli si prepara ad affrontare la giornata. Il marito Johann, virtuoso del violino di etnia Rom, è ancora a letto insieme alla piccola Adalia, di appena tre anni, mentre la mamma prepara la colazione per i gemelli Emily ed Ernest, di sei, e i figli maggiori Otis e Blaz. Bisogna essere lesti, la scuola non aspetta, e nemmeno il turno lavorativo di Helene, perciò eccoli tutti e cinque sulla porta a baciarsi frettolosamente e iniziare a scendere le scale, quando risuonano nella tromba i passi sinistri di qualcuno che sale. Sono le SS, venute a prendere il padre e i suoi 5 figli per deportarli ad Auschwitz, così come tre anni prima è stato per la sua famiglia d’origine, di cui non si è saputo più nulla.

Helene, tedesca ariana, non c’è necessità che parta, lei non è Rom.

Di lì a pochi minuti, si ritrovano tutti in stazione, dove la donna viene presa a manganellate per impedirle di salire sul treno.

Invece lei, che per nulla al mondo si separerebbe da suo marito e i suoi figli, riesce, un istante prima che il treno si muova, ad aggrapparsi disperatamente a una sbarra, mettendosi di traverso sulla testa di alcune persone, e acciuffare la mano di Johann che con gesto acrobatico la afferra e tira nel vagone. Qui si procede a spintoni, essendovi stipata come bestiame una marea di gente quasi al buio e già c’è odore nauseabondo di vomito feci e urine. Inizia così il calvario di questa famiglia sino ad allora felice. Dopo tre giorni di viaggio senza mangiare né bere, mentre già qualcuno più debole, per lo più vecchi e neonati, comincia a morire per la disidratazione o infezioni non curate, il treno si ferma, e le persone scendono come zombie, così Helene con la sua famiglia. Uno strano fumo grigio e un odore dolciastro impregnano l’aria. Devono formare due lunghe file, dove gli uomini stanno da un lato e donne e piccoli dall’altro. Pertanto Helene è costretta a separarsi dal marito, che conosce da quando erano bambini e che ama da 15 anni. A ciascuno di loro, anche ai bimbi, viene consegnato un foglio verde su cui c’è un numero di identificazione, con cui verranno tatuati sulle braccia. Solo la piccola Adalia, dal braccino troppo esile, viene tatuata sulla coscia.

Si va poi verso le baracche, strapiene di persone di estrema magrezza, tutte coi capelli rasati e indosso un’uniforme a righe. A Helene viene comandato di mettersi coi suoi figli sul fondo di una baracca dove c’è pochissimo spazio, ma tanto è certo che nel giro di breve tempo lo spazio si libererà. Helene è confusa e non capisce l’antifona.

Quando porta i bimbi al gabinetto, che scopre essere soltanto un buco su una panca di cemento, mentre l’acqua per lavarsi è visibilmente sporca e infetta, le viene rubata la valigia, quindi restano senza indumenti. Non poteva capitare loro baracca peggiore: sono insieme ai russi, persone manifestamente aggressive. Protesta, ma comprende subito che in quel luogo dell’orrore le sorveglianti sono quanto di peggio la razza umana possa mostrare. Infatti girano armate di manganello, pronte a picchiare chi dissente anche solo con uno sguardo. Dopo appena un giorno, Helene e i suoi figli sono già invasi da pidocchi e cimici. Oltre il prurito, patiscono un gran freddo, nonostante si sia nel mese di maggio. Le russe minacciano Helene con un punteruolo: vogliono che ceda i cappotti dei suoi bambini, lei si oppone e ovviamente ha la peggio. Suo figlio Blaz però è uscito per chiedere aiuto ai Rom, ed ecco che questi non solo li salvano ma li portano nella loro baracca, numero 14.

Essendo Helene infermiera, viene presa a lavorare presso l’ospedale, mentre gli amici Rom si occupano dei suoi figli. Essere infermiera in quel posto implica la frequentazione del terribile dottor Mengele, un uomo tanto ‘efficiente’ quanto spietato. Quando si verifica un’epidemia di tifo, non esita ad ordinare l’uccisione di centinaia di persone, unico modo secondo lui per evitare che l’epidemia si propaghi.

Ma è anche un uomo ambiziosissimo, sempre preoccupato di compiacere i suoi superiori. Per tale ragione, chiede a Helene di mettere su un asilo dedicato ai bimbi Rom e a tutti i gemelli del ghetto. I gemelli sono oggetto dei suoi terribili esperimenti chirurgici. Aiutare i bimbi Rom invece ritiene faccia piacere al prof. Robert Ritter, estimatore delle teorie sull’origine ariana degli zingari, in particolar modo di quelli che hanno mantenuto pura la loro discendenza dopo essere arrivati dall’India.

Helene e le sue aiutanti, che tra di loro diventano grandi amiche, nella scuola-asilo seguono più di cento bambini. Un giorno arriva in visita Himmler in persona, uno degli uomini più pericolosi e crudeli del Terzo Reich.

“Questo è l’asilo-dice-. E poi quei pezzenti dei comunisti e degli ebrei dicono che siamo disumani.” E scoppia a ridere. Però i gerarchi evitano la visita dell’ospedale, hanno troppa paura che qualche malattia li contagi.

Nel retro dell’asilo, c’è uno spazio dove è permesso ad Helene di dormire insieme ai suoi figli. È caldo e pulito e questo è un gran vantaggio. È lì che la notte Helene tiene abbracciati i ragazzi cantandogli una ninnananna. Loro fanno mille domande sul futuro e sul padre, lei li rassicura. Finirà, questa vita lontana da lui, finirà.

Ma Helene non pensa solo ai suoi figli, bensì si dedica anima e corpo a tutti i bambini del ghetto, che nelle ore in cui frequentano l’asilo possono godere anch’essi di piccoli vantaggi, in primis mangiare latte e biscotti, che prima lì non si erano mai visti. Mengele non cela il suo orgoglio per la riuscita del progetto, e continua a fare arrivare ogni sorta di cosa che possa tornare utile: banchi, sedie, materiale didattico di ogni tipo, giocattoli, cibo.

Ogni volta che arriva del materiale nuovo, Helene non può fare a meno di pensare che sicuramente è stato sottratto agli ebrei. Se ne rattrista molto. Suo chiodo fisso è trovare il modo di incontrare Johann. Ha saputo che vive in un ghetto nominato Canada, dove come tutte le persone giovani e forti lavora duramente. La sezione Canada possiede un’infinità di cose rubate ai prigionieri assassinati. In fondo alle baracche ci sono cumuli enormi di abiti, valigie, scarpe.

Ebbene, un giorno si fa coraggio e chiede a Mengele un permesso. Lui glielo concede: un permesso di mezz’ora, che sarà l’unico e solo. Helene vi si reca col cuore in gola e finalmente può abbracciare il marito, in quello che sarà il loro ultimo straziante incontro. Poi ritorna dai figli all’asilo. Ogni volta che guarda il filo spinato, che è elettrificato, si chiede se non sarebbe meglio attaccarvisi e farla finita, ma l’amore per la sua famiglia è più forte di ogni altra cosa, bisogna resistere.

In autunno le cose cambiano. I tedeschi stanno perdendo la guerra, in particolare sul fronte russo. In Italia gli Alleati avanzavano. Mengele è cupo e nervoso e non si interessa più dell’asilo. Tutto il suo tempo lo trascorre nella cosiddetta Sauna, ribattezzata ‘lo zoo’, dove non c’è settimana che non porti gemelli utili ai suoi esperimenti. Essi mirano a voler rendere più fertili le madri tedesche, per ripopolare al meglio la loro terra. Il Reich necessita di figli sani e forti, e non importa se poi devono morire in guerra.

Al ghetto dei Rom il figlio maggiore di Helene, Blaz, fa parte di una banda musicale. Proprio come suo padre, anche lui suona divinamente il violino e nell’asilo si tiene uno spettacolo che riempie di struggente malinconia tutti i Rom che vi assistono. Mengele è assente, ormai non pensa ad altro che ai suoi esperimenti. Ha portato via anche due bellissime gemelline ebree. Lo stato d’animo delle famiglie e di chi sa è estremamente penoso. L’assistente di Mengele in un lungo sfogo ha parlato. I suoi esperimenti vertono specialmente sugli occhi, che nella razza tedesca ariana devono essere azzurri, quindi i gemelli usati come cavie restano ciechi o muoiono per le infezioni residue. Altri bimbi vengono infettati apposta per poter effettuare autopsie sui loro cadaveri.

Lo scrittore Mario Escobar

A peggiorare il tutto, è arrivata dall’Africa una malattia detta Noma, un’infezione gangrenosa polimicrobica della bocca e dei genitali, letale se non curata con antibiotici e una buona alimentazione. Siamo a dicembre e si gela, sempre più bimbi muoiono di stenti o perché infettati da Noma.

I treni carichi di prigionieri continuano ad arrivare. I nazisti continuavano a seguire le stesse regole.

“La loro vita era il partito. Hitler aveva dato loro una ragione di vita, erano i cani fedeli di un padrone spietato che gli lasciava assaporare gli avanzi della propria crudeltà.”

Gli esperimenti di Mengele si infittiscono. Qualcosa nella sua mente è ormai fuori controllo e accade che un giorno dal suo ‘zoo’ escano due gemelli orrendamente mutilati, cuciti l’uno all’altro per la schiena e le braccia. Le loro carni sono già infette e in infermeria Helene e gli altri possono solo dar loro della morfina per farli morire con meno dolore. La loro mamma per la disperazione si suicida aggrappandosi al filo spinato, sotto gli occhi esterrefatti di Helene.

Intanto Mengele e le altre SS sono a godersi una partita di calcio.

“Lui sorrideva e osservava il campo di calcio come se si trovasse nella tribuna d’onore di uno stadio.”

In quelle settimane spariscono 4 coppie di gemelli e altri cinque bambini, con la scusa di essere curati dal Noma, che però nessuno di loro ha contratto.

E si arriva a maggio. Il campo è spopolato, anche se giungono ancora treni. I forni crematori ‘operano’ ininterrottamente. Un giorno Helene scopre che i suoi figli gemelli sono scomparsi e comincia da parte sua una ricerca estenuante, che la porta anche ad entrare nella Sauna ed affrontare viso a viso Mengele.

Lui si trova nel laboratorio. Alle pareti sono esposti, incorniciati, bulbi oculari di diversi colori, e fotografie con immagini terribili dei suoi esperimenti. Su un tavolo boccacci contenenti organi umani e feti gemelli deformi. Un vero luogo degli orrori. Interrogato sulla scomparsa dei suoi figli, Mengele nega sue responsabilità e ribadisce all’infermiera che per le sue insubordinazioni potrebbe anche ucciderla. In realtà i gemelli si trovano su una camionetta e stanno per essere portati via insieme a un’altra trentina di persone. I Rom fanno atto d’insurrezione e riescono a riprenderli giusto in tempo.

E arriva agosto. L’afa e insopportabile, ma ciò che più pesa è l’odore del fumo proveniente dai forni.

“Lo sbuffare dei treni provenienti dall’Ungheria era incessante. A volte ne arrivavano due o tre contemporaneamente e i prigionieri erano costretti ad aspettare uno o due giorni prima di potersi incamminare verso i mattatoi.”

Dall’inizio della storia, è passato poco più di un anno. Ormai siamo all’epilogo.

Helene riceve da Mengele un permesso per poter essere liberata, ma riguarda solo lei, non i suoi figli. Così lei gli risponde:

“Se la sua patria è la Germania, la mia sono i miei figli. Morirò con loro.”

Mentre è in fila verso la morte, coi figli per mano, Helene intona una ninnananna, che vale a placare le urla di dolore e sgomento dei condannati e a ottenere che dopo il suo canto scenda un profondo silenzio.

 

                                    ****************

 

Il dottor Mengele riuscì a fuggire mescolandosi ad alcuni prigionieri e non fu mai trovato e condannato.

In questo libro lo scrittore Mario Escobar, servendosi di varie testimonianze, ha cercato di raccontare la storia di Helene Hannemann e la sua famiglia nel modo più fedele possibile.

 

 

 

 

 

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Norma D'Alessio

Di mestiere pediatra. Per ulteriori impegno e passione: scrittrice, giornalista, editor. Il suo sito:www.normadalessio.it

Previous Story

Oscar Wilde, il paradosso dell’amore e la scoperta del dolore che redime