«Mi chiamo Norma D’Alessio e di mestiere faccio la pediatra. Per impegno e passione, la scrittrice ondivaga e anche speleologa. Ho fatto discese nella fiaba, nella poesia, nel teatro, nelle storie dei racconti e dei romanzi e nel giornalismo. Cosa mi piace di più? Semplicemente scrivere.»
Venivi e ti piantavi
nei miei occhi,
all’epoca del nostro folle amore
Ogni volta il tuo sguardo
incendiava una pira di me
Un deposito d’armi
sostava nell’orbite
Pistole carabine e mitragliere,
più una fabbrica di munizioni
Ed era il signor Amore
quel maniaco che duellava
tra di noi
saltando sulle punte dei piedi
fino allo sfinimento
Venivi e ti piantavi
nei miei occhi,
all’epoca del nostro folle amore
A quei dardi, rispondevo
incendiandoti anch’io le pupille
Così importante scoprire il mistero
di quella piena di sussulti
come un maremoto,
e perché mi assetava tanto
e perché non finivo mai
di caricare il mio kalashnikov
E pumm pumm pumm!
I colpi ci sparavano per aria
poi piombavamo giù per terra
avvinghiati
come ubriachi felici
Infine per sopraggiunto
incontenibile languore
piangevamo
Emozione da pazzi
Camminavamo carponi sui tetti
Torcevamo nella pancia
spire di serpenti
e rotolandoci su un
materasso di salsicce si rideva
Aggrappati al ridere si rideva
Eravamo denti
e bocche spalancate
Scordavamo persino
di fare l’amore
perché era quello l’amore
Quel percorso sconsiderato
sui tralicci dell’Enel
con braccia larghe da equilibristi
Dovevamo sembrare così buffi
mentre mescolavamo
baci e strilli di gioia
con una tetta fuori della maglia
e una natica fuori dei pantaloni
Poi strizzato l’occhio
si usciva in strada
fingendo di essere come gli altri
Buongiorno, come sta?
Invece eravamo così diversi
nel segreto della nostra apocalisse
Erano centinaia di versi
Mi correvano dietro
Qualche volta inciampavo
e venivano addosso
Altre ero io a fermarmi
per controllare che ci fossero
Amavo quell’inseguimento
E se mi beccavano
e mi bastonavano
e mi rompevo a sangue, pazienza
Volevo la loro moltitudine
sconsiderata e chiassosa
Scazzottare in quel limpido cielo
che d’improvviso si rabbuia
In quel dolore delinquenziale,
quel ghigno
che ti dà la forza
di sporgere dal mondo
Versi…
Non vivo senza il loro fiato
sul collo,
il loro pugnale
conficcato nel cuore
Seduta sulle tue gambe
aspettavo di veder passare il cielo
Lui passava sempre
ma non durava tanto
Giusto un attimo
per dirci
Io sono il cielo
e sto passando
Avevi occhi lenti
Occhi che si fermavano
nei miei ricci
e li facevano tiepidi
Dopo gli occhi c’erano i baci
che andavano e venivano
a rosicchiare un labbro
un dito un capezzolo
Se giravo la testa,
eri già nudo
come una serpe che striscia dalla tana
per guadagnare il sole
Io ti insegnavo le note
ma era tua la melodia
I nostri corpi
si davano appuntamento
qua e là sparpagliati
in mezzo ai campi
in un’aiuola
un nido di rondine
Più presenti di tutte
erano tra noi
le parole indovinate
salvate accostate
alla luna e ai
lamenti d’amore
Più ridenti, gli scherzi
che ci facevano beffardi
Hai perso
Ho vinto io ti dico
Come potevo eludere
un amore così espansivo
e sincero
che di fronte a me stessa
mi faceva salva
Infinite volte
percorsi le strade del buio
Svegliavo il mio burattino
tirandolo per la camicia
Dai-dai-dai!
Guance da pesce palla,
lui sbuffava
Alla luna strillavo:
gratta dal naso polvere lucente,
falla piovere giùù!
Ohibò
Accendevo zolfanelli,
come sarmenti ardevano
i miei poveri peli
Infinite volte percorsi le strade del buio
Una lampadina?
Gradita l’avrei come stella cometa
Ma poco c’era da sperare
Impàra a memoria
le strade del buio!
Arràngiati, quando ti negano
uno spaghettino di sole!
Stàcci al buio sola,
o meglio,
in compagnia del tuo burattino
più sfigato di te!
(dalla raccolta inedita “Io e il mio burattino”)

