Oscar Wilde, il paradosso dell’amore e la scoperta del dolore che redime

Nel De profundis, lunga lettera scritta dal carcere per il giovane amante, lo scrittore si sofferma minuziosamente su ogni piccolo dettaglio della loro burrascosa relazione, durata all’incirca tre anni, in cui Bosie lo sfruttò attingendo a piene mani alle sue finanze, in una insaziabile cupidigia dei più effimeri e perversi godimenti. In cella, la scoperta del dolore, l’umiliazione, la perdita materiale diventano per Wilde un’esperienza di elevata spiritualità

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Oscar Wilde, "colpevole di niente", ma protagonista di una vita ritenuta per i suoi tempi paradossale

Là dove è il dolore, è terra benedetta

(Oscar Wilde)

Il De Profundis di Oscar Wilde, opera definita ‘della disperazione dell’uomo e della forza dell’intellettuale’, è la narrazione cruda e sincera di un amore tossico, che costò al genio della letteratura inglese sofferenze estreme e in certo qual modo anche la morte. Per tale amore infatti Wilde fu incarcerato e condannato a due anni di lavori forzati, il massimo della pena inflitta a uomini che avessero rapporti sessuali tra loro. In tali anni visse atroci sofferenze fisiche e morali e quando finalmente fu libero, di anni da vivere gliene rimasero quattro, in cui restò per lo più solo, povero, vagabondo, e riuscì a completare un’unica opera, laddove aveva sognato di scriverne ancora tante.

Di origini irlandesi (Dublino, 1854), figlio di un noto chirurgo e una poetessa nazionalista, studiò prima a Dublino e poi ad Oxford, dove si distinse per il talento e la passione rivolta all’Estetica, apprezzando infatti l’Arte per la sua bellezza e non per il valore morale.

Trasferitosi a Londra, furono suoi un successo dopo l’altro, pubblicando opere ricche di brillanti dialoghi, humor, sagacia. Infatti alcune sue commedie che sembrano leggere, in realtà sono pungenti satire della società dell’epoca. Ma proprio quando era all’apice della sua carriera e poteva permettersi la vita dispendiosa che amava (anche se l’uscita de Il Ritratto di Dorian Gray e Salomè scandalizzando i londinesi ne aveva un po’ raffreddato i consensi), quando era sposato e padre di due figli, conobbe un giovane nobiluomo d’incantevole aspetto, anche lui dedito all’arte (scriveva per lo più poesie), e se ne invaghì. Costui, di nome Aldred Douglas (detto Bosie), rappresentò in tutto e per tutto la sua rovina, perché con lui Wilde dissipò le sue sostanze e perse la sua anima. “Non ci fu piacere che non sperimentai. Gettai in una coppa di vino la perla della mia anima.”

La copertina del De Profundis di Oscar Wilde (Feltrinelli)

Nel De profundis, lunga lettera scritta dal carcere per lui, Wilde si sofferma minuziosamente su ogni piccolo dettaglio della loro burrascosa relazione, durata all’incirca tre anni, in cui Bosie sfruttò lo scrittore attingendo a piene mani alle sue finanze, in una insaziabile cupidigia dei più effimeri e perversi godimenti. Non c’era giorno che egli non pretendesse pranzi e cene lussuose, costosi regali, viaggi, alberghi di classe. Spesso invitava anche altri giovani, a volte gigolò, che Wilde nemmeno conosceva, e il danaro speso per tutti quei festini si sprecava. Vivevano inebriati dal lusso e dal piacere e in questo contesto Wilde non riusciva più a scrivere, nemmeno a completare un’opera. Quando se ne lamentava con Bosie, lui si mostrava del tutto indifferente.

Ciò che sommamente animava il giovane, era il sentimento d’odio nei confronti del genitore padre, con cui si scambiavano lettere al vetriolo.

Lord Queensberry aveva più volte cercato di sabotare l’opera di Wilde, ritenendolo l’artefice della corruzione sessuale del figlio. E proprio subito dopo la rappresentazione dell’opera wildiana The importance of bein Earest, seguita da una vera e propria ovazione, il marchese fa consegnare a Wilde un biglietto dove lo accusa di essere sodomita del figlio. In questo evento, l’astuto Bosie vede l’occasione di vendicarsi del padre e istiga il suo amico a denunciarlo per diffamazione, certo che la fama e la buona reputazione di Wilde gli faranno vincere la causa. Ma non è affatto così, perché Wilde invece perde, grazie a testimoni falsi e alla superficialità e incuria di Bosie, che ha lasciato in giro lettere scrittegli dall’amante. Non solo, ma lo scrittore deve altresì affrontare la bancarotta, in quanto le sue finanze già in cattive acque devono anche risarcire Queensberry delle spese processuali. Perde così le cose a lui più care, come la biblioteca, i suoi oggetti e quadri di valore, tutto. I teatri europei e statunitensi tolgono le sue opere dal cartellone, mentre le prostitute ballano in strada per festeggiare la fine della concorrenza che subivano da Wilde e la sua cricca.

La moglie gli chiede il divorzio, perde la patria potestà sui figli. Esposto al pubblico ludibrio, da un giorno all’altro si ritrova carcerato, siamo nel 1895, a scontare due anni di lavori forzati, che gli causano anche svariate malattie, tra cui la perdita quasi completa dell’udito per infezioni all’orecchio dovute alle cattive condizioni igieniche del carcere. In tutto il tempo della detenzione, Wilde spera tanto di ricevere uno scritto o una visita di Bosie, ma ciò non accade. Decide allora di scrivergli una lunga lettera, che si qualifica per essere in effetti un saggio di critica filosofica, in quanto superata la prima parte, che annovera quanto di malsano, squallido, burrascoso accadde tra i due, nella seconda parte invece il tema trattato diventa quello del dolore, null’altro, esperienza estrema che cambia ogni sua prospettiva esistenziale e criterio di giudizio.

“Caro Bosie, – così inizia la lettera – la nostra amicizia, nata sotto una cattiva stella e tanto deplorevole, è finita per me nella rovina e nella pubblica infamia… In tutto il tempo in cui fummo insieme, non sono stato in grado di scrivere nemmeno una riga. La mia esistenza, finché tu eri al mio fianco, fu del tutto sterile, non creativa. Mentre mi eri accanto, fosti la rovina totale della mia arte, e moralmente, ancor più distruttivo. Sembrava che ci incontrassimo solo nel fango.”

“Noi che viviamo in carcere, e nella cui esistenza l’unico evento è il dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza e il ricordo dei momenti amari. La sofferenza è ciò che ci tiene in vita.” E il dolore di Wilde avanza, avanza sempre più, come un coltello che penetra lentamente nella carne. Dopo tre mesi dacché è entrato in carcere, sua madre muore di crepacuore. E colui che è ritenuto il ‘signore del linguaggio’, non ha parole per esprimere la sua angoscia e vergogna. E nemmeno, in quel luogo, potrebbe descriverla, perché ai prigionieri non è concesso scrivere.

“Il dolore è la cosa più delicata che ci sia al mondo. Nulla si agita nell’universo del moto e del pensiero senza che il dolore vibri in terribili, squisite pulsazioni di risposta.”

In questo percorso che vede Wilde disperato, egli considera e decide inoltre che per riprendersi la sua anima è necessario estirpare da sé l’odio e perdonare Bosie, anche perché riconosce che se Bosie gli ha fatto del male è solo perché lui glielo ha permesso. A questo punto la lettera cessa di essere un atto d’accusa contro Bosie e diventa un atto d’accusa personale, e Wilde, pur consapevole di essere passato ‘da una specie di eterna fama a una sorta di eterna infamia’, scopre il significato dell’umiltà.

Il momento per lui più doloroso è quello in cui realizza di aver perduto per sempre i suoi figli. Ancora una volta pensa al passato, al padre che fu incarcerato per stupro, all’esoterica che gli predisse che a 40 anni la sciagura gli sarebbe piombata addosso. In quell’umida cella piange, si getta in ginocchio a capo piegato, davvero tutto sembra perduto, sino a quando avverte come di toccare la sua stessa anima. È il momento dell’accettazione.

Nel De Profundis, il dolore, l’umiliazione, la perdita materiale diventano per Wilde un’esperienza di elevata spiritualità, quasi mistica. Egli si rifà alla figura di Cristo, che considera un simbolo supremo di Individualismo spirituale e sofferenza redentrice. Reputa inoltre il dolore, essendo l’emozione più forte che l’uomo può provare, una realtà rivelatrice di tutto ciò che può significare la grande arte.

Quando Wilde viene incarcerato, non gli è consentito leggere nulla tranne la Bibbia. Per lui ci sono sei ore di lavori forzati al giorno alla ruota del mulino, l’isolamento, il dormire per terra, il divieto di parlare, quasi totale divieto di scrivere.

Nel 1987 arriva un nuovo direttore, che stabilisce regole più umane. A Wilde viene concesso di scrivere a scopo ‘terapeutico e morale’, una pagina al giorno. Così tra gennaio e marzo 1897 Wilde compone la lettera, che consegna al fedele amico Robert Ross, perché la dia a Bosie. Robert Ross lo fa ma ne conserva una copia, che farà pubblicare postuma nel 1905 (in versione parziale e censurata). Solo molto tempo dopo, nel 1962, verrà pubblicata in versione integrale.

Negli ultimi quattro anni della sua vita, Wilde soggiorna a Parigi e successivamente in Italia, per lo più ospite di amici. A Napoli soggiorna con Bosie, la loro storia ha una ripresa che naturalmente non funziona. Nel 1898 si autopubblica a Londra La ballata del carcere di Reading, che ha successo immediato. Ne invia una copia alla moglie Constance, che gli fa i complimenti. È anche l’anno in cui a Genova Constance muore, a soli 39 anni. Vi si era rifugiata dopo lo scandalo ed aveva dovuto subire alla colonna vertebrale un intervento chirurgico dal cattivo esito. Wilde fa in tempo a visitare la sua tomba e si rattrista nel vedere che sulla lapide non è menzionato il cognome del marito (non avevano mai divorziato). Molti anni dopo verrà aggiunto. Il rapporto con Constance, giornalista femminista che si occupava di politica e moda, era stato, nei primi anni di matrimonio, più che buono e pieno di dialogo per la notevole affinità intellettuale esistente tra i due, anche se Wilde era stato con uomini sin dalla prima gravidanza di lei. Anche a rapporto finito, dopo lo scandalo, i due continuano a volersi bene.  Lei lo incontra in carcere il 21 settembre e gli promette di aspettarlo quando terminerà la pena. Gli spiega che se ha cambiato il cognome dei figli in Holland è stato solo per proteggerli dallo scandalo. In quel periodo ha cominciato a star male e viene curata per isteria. Recenti ricerche, invece, hanno ipotizzato trattarsi di sclerosi multipla.

Per quanto riguarda il rapporto coi figli, quando erano piccoli Wilde era molto affettuoso e si intratteneva ore ed ore a raccontare loro fiabe. Alcune, come ‘Il principe felice’, sono state pubblicate e diventate famose. Il figlio Cyril morì giovane durante la prima guerra mondiale. Invece il figlio Vyvyan visse a lungo e volle difendere la memoria del padre raccontando come fosse stato generoso, non negando mai il suo aiuto ai bisognosi, e come tenero e affettuoso con lui e suo fratello bambini. Come dal carcere avesse sempre scritto per consigliarli e confortarli, sperando che, magari più in là, potessero giudicarlo ‘con dolcezza’.

Dopo il soggiorno in Italia, Wilde torna a Parigi, dove vive quasi completamente a spese del suo albergatore. Le sue ormai più che precarie condizioni di salute si aggravano e il 30 settembre del 1900, all’età di 46 anni, per le conseguenze di un intervento al timpano e di una ennesima suppurazione all’orecchio destro, muore per meningoencefalite.

Il giorno precedente, non potendo parlare, chiede a gesti la presenza di un sacerdote e si converte al Cattolicesimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Norma D'Alessio

Di mestiere pediatra. Per ulteriori impegno e passione: scrittrice, giornalista, editor. Il suo sito:www.normadalessio.it

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