James Ellroy tra “I mille luoghi oscuri” in cerca della madre

Dopo una giovinezza perduta tra droga e alcol, lo scrittore americano racconta, nel suo potente libro autobiografico, il ritorno alla "normalità" e l'ossessiva ricerca degli assassini della madre. Un viaggio in compagnia di Bill Stoner, sergente della sezione omicidi, contea di Los Angeles.

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Lo scrittore americano James Ellroy

“Non sapevo che narrare fosse la mia unica vera voce”.

James Ellroy

 

Sono qui a raccontare la singolare storia dello scrittore statunitense James Ellroy, famoso per i suoi romanzi noir, tra cui quelli della ‘tetralogia di Los Angeles’ e della ‘trilogia americana’, storia attinta dalla lettura del suo potente libro autobiografico ‘I mille luoghi oscuri’, edito Bompiani.

Il suo vero nome è Lee Earls Ellroy, ma a lui non suonava bene, e da scrittore decide di firmarsi James Ellroy. Anche il padre si era pentito di averlo chiamato Lee Early, sosteneva che sembrava il nome di un pappone negro. Prima di diventare scrittore, James Ellroy visse molti anni dedicandosi al malaffare, all’alcool, le droghe. Rubava abitualmente, abitualmente entrava e usciva dalle prigioni, campando di espedienti, eppure seppe sempre, ne era fermamente convinto, che sarebbe diventato un grande scrittore.

Nacque nel 1948 a Los Angeles, da Geneva Hilliker, infermiera, ed Armand Ellroy, scansafatiche. La madre era una rossa mozzafiato ed anche il padre era un uomo bellissimo. Si facevano notare. Per 4 anni Armand fu il consulente finanziario di Rita Hayworth (successivamente lei lo licenziò) e per questa ragione conobbero i migliori ambienti di Los Angeles. I due non si amarono mai, anzi perfezionarono un vicendevole odio che crebbe sino a che dopo sei anni di matrimonio raggiunti chissà come, divorziarono e fu Geneva ad avere la custodia del figlio.

Armand, uomo di somma inettitudine (“il divano era la sua tribuna preferita”), stava col ragazzo solo nei WE. Gli ripeteva continuamente quanto ubriacona e puttana fosse sua madre. Gli chiedeva di spiarla per scoprirne i segreti e riferirglieli. Lo scopo era quello di acquisire lui la piena custodia del figlio. “Divenni spia a tempo pieno per mio padre”.

Volendo distanziarsi dall’ex marito, Geneva si trasferì col figlio a El Monte, un luogo anonimo a 60 miglia da Los Angeles. Quando il figlio aveva 10 anni, la rossa fu violentata e strangolata. La polizia indagò a lungo senza riuscire a stabilire chi ne fosse l’assassino. Ellroy figlio si fece un mezzo pianterello sul taxi che lo portava definitivamente a casa di suo padre, ritenendosi però ben contento di vivere solo con lui, che lo tirò su col suo forbito frasario dove ciucciacazzi era la parola più decente. Poteva entrare ed uscire da casa a suo piacimento, frequentare chi voleva, mangiare cibo spazzatura, leggere riviste per soli uomini e vedere film porno.

La casa era uno schifo. Nessuno puliva, non c’erano condizionatori. D’estate l’afa era insopportabile e la loro cagnolina Minna si divertiva a fare i bisogni sul pavimento, dunque c’era un insopportabile puzzo, dato anche dal fatto che Armand fumava tre pacchetti di Lucky Strike al giorno. Unica nota positiva, Armand comprava al figlio due libri ogni sabato. Lui li divorava, poi pativa crisi d’astinenza, per sedare le quali andava a rubarli.

“A mia madre pensavo di rado. Mia madre era finita”. Eppure… “A quell’epoca non me ne rendevo conto. Ogni libro che leggevo era un contorto omaggio a lei. Ogni mistero risolto era una ellittica manifestazione del mio inconfessato amore per lei.” “I libri mi fornivano un dialogo sublimato con la morte di mia madre.”

In tutti gli anni dell’adolescenza, e anche dopo, il nostro Ellroy segue ossessivamente le vicende delittuose di Los Angeles, sviluppando una passione compulsiva per i crimini, sostenuta da suo padre. “Il crimine mi elettrizzava e mi atterriva. Il mio cervello era un repertorio criminale.” Si unisce ad altri scioperati come lui. Passano il tempo a vedere film polizieschi, leggere giornalacci porno, rubare cibo, masturbarsi insieme ai giardinetti.

È diventato altissimo e pesante, continua a indossare maglioni sporchi del pus che schizza dai suoi brufoli, continua a sgraffignare libri. Il padre tossisce in continuazione, non si sa perché se la prende con quel “succhiacazzi di Kennedy”.

Ellroy ha per lo più amici ebrei, che non gradiscono le sue tirate pro nazismo. Si litiga, ci si percuote, si fa una vita ai margini. Eppure Ellroy è una spugna culturale. Sono passati 5 anni dalla morte della rossa. Il padre non lavora e non paga l’affitto, finisce che la padrona di casa li butta fuori. Vanno ad abitare in una stamberga. Il vecchio, sempre più malato, campa coi soldi dell’assistenza sociale. A 17 anni Ellroy, per andare via, decise di entrare nell’Esercito. Grande cazzata. Proprio lui, che non sopporta una sola regola. Per fortuna riesce a congedarsi, ma il padre muore e lui resta solo.  La zia Leoda, che amministra i soldi dell’assicurazione di sua madre, gli sgancia 100 dollari al mese. Deve farseli bastare, ma con la droga e l’alcool che consuma, non gli bastano. “L’alcool mi portava nella stratosfera.” “I down da amfetamina troncavano le mie fantasie. Mi lasciavano depresso e spossato. A quel punto bevevo fino a rimbecillirmi. L’alcool saliva mentre l’anfe calava. E puntualmente perdevo i sensi mentre cercavo di afferrare qualche donna.”

È poi la volta del vivere da senzatetto, nel Robert Burns Park e della violazione dei domicili, per annusare biancheria intima femminile e rubare farmaci da usare come droghe. E poi amfetamine e Benzedrek, Benzedrek e amfetamine, e allucinazioni. Udrà voci per 5 anni. Gli unici periodi di disintossicazione, quelli in cui sta in carcere.

Ora ha 25 anni, sono passati 15 anni dalla morte di sua madre, la rossa. Lui ancora continua a strafarsi di alcool e ormai gli necessitano dai 10 ai 12 tamponi di Benzedrek al giorno, ed ecco il delirium tremens. Ed ecco le polmoniti e i ricoveri in ospedale. Ed ecco che un giorno mentre pensa ho voglia di una bella sigaretta, gli va in pappa il cervello, non ricorda più niente… puff. Non riesce a formulare alcun pensiero. La sua mente è ormai morta.

Ancora un ricovero. Ha un enorme ascesso polmonare e una ‘sindrome cerebrale post alcool’. Ora però improvvisamente ricorda tutto e piange. Implora Dio di conservargli la mente. Gli dicono che è salvo per miracolo. Con quello che ha avuto, c’è chi impazzisce per sempre. Da quel momento l’orrore rimane con lui, la paura si fa insostenibile. Ha paura di dimenticare il suo nome. Scrive al muro “Non impazzirò!”.

“Il polmone guarì completamente. Uscii dall’ospedale e feci un patto con Dio. Gli dissi che non avrei più bevuto e non avrei più preso Benzedrek. Gli dissi che non avrei più rubato. Tutto quello che volevo era che non mi levasse il mio cervello”.

Ed ecco il difficile periodo degli alcoolisti anonimi, di cui entra a far parte, della totale astinenza da droghe, del lavoro come cuddy e dell’inizio della scrittura.

Il suo amico Lloyd si è ripulito completamente e dice che l’astinenza totale è meglio dell’alcool e della droga al loro meglio. “Seguii il suo consiglio. Dissi vaffanculo e mi liberai della mia vecchia vita”.

 

La tua morte caratterizza la mia vita.

Voglio trovare l’amore di cui fummo privati ed esercitarlo in tuo nome.

Voglio azzerare la distanza tra te e me.

Voglio darti vita.

 

Siamo a metà del libro (484 pagine).

Ora Ellroy è uno scrittore affermato ed è sposato con Helen, una donna che definisce brillante e che ama molto. È lei a spingerlo verso la rossa. È tempo per lui di prendersi una pausa e fare una cosa che desidera da tanto tempo: cercare chi l’ha ammazzata. Da quel delitto sono passati 36 anni. Lui ne ha 46. Per re-investigare sull’omicidio, avrà un amico di viaggio, scelto accuratamente. Si chiama Bill Stoner ed è un sergente della sezione omicidi, contea di Los Angeles. Gli mancano 15 giorni al pensionamento. Il lavoro investigativo è il suo mestiere.

Si parte dal visionare la pratica dell’omicidio. Scovare nomi di persone che hanno conosciuto Geneva e interrogarli. Nomi, tanti nomi. Nella sua stanza d’albergo, Elroy tappezza le pareti di foto del delitto. Le guarda di notte e di giorno, parlando con sua madre. Scava duramente nella memoria a caccia anche del più piccolo dettaglio che riguardi la sua vita di ragazzo. Bill sostiene che sarà un lavoro duro, che prenderà un anno o forse più. Si sovvenzioneranno con i proventi di un libro che Ellroy scriverà su sua madre, ne ha già ceduto i diritti a un editore. E con una serie televisiva sulla storia del delitto e della loro famiglia, abbinata a un numero verde, che servirà ad attirare eventuali testimoni.

Ellroy sa che sua madre era una donna molto riservata e lui ora sta per darla al mondo, ma non si fa scrupoli. Devono cercare il Bianco scuro, l’uomo bianco ma dalla carnagione scura che fu visto con lei quella sera ma che non è stato mai trovato. Magari nel frattempo è morto, ma deve lo stesso trovarlo.

“Potreste darmi dello stupratore di ricordi. Avreste ragione. Era morta. Era folle. Lei era il cuore della mia storia”.

 

 

 

Norma D'Alessio

Di mestiere pediatra. Per ulteriori impegno e passione: scrittrice, giornalista, editor. Il suo sito:www.normadalessio.it

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