C’è troppa violenza di genere, la parola contro di 150 poetesse

La voce delle donne nel libro trascorre tra gli estremi a cui si sentono sottoposte, dalla vita dell’amore alla morte, insieme, a causa d’una bellezza malintesa, dalla ricerca della giustizia all’invocazione dei libri sacri

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Il libro si compone di 150 poesie scritte da altrettante poetesse di tutto il mondo, cioè ben quattro continenti. Un esito imponente, dovuto al lavoro infaticabile svolto in traduzione italiana nell’arco di pochi giorni, dovuto a estrema motivazione, come è spiegato in una prefazione (ce ne sono più d’una) da Sabrina De Canio, poetessa e traduttrice.

Quel che sùbito viene da esprimere è la meraviglia che si ripete davanti all’apparizione della parola di poesia: convocate entro tempi brevissimi, si deve supporre, queste composizioni se non erano già presenti si sono letteralmente materializzate obbedendo a un richiamo irresistibile, quello della parola di donne invitate a dire la loro situazione nel mondo, “io” femminile di fronte a un “tu” maschile.

Dunque, se pur sempre di meraviglia si tratta, l’aspetto del meraviglioso passa in secondo piano e vengono in figura (e anche sfondo) la difficoltà, l’amore e lo “stranamore”, il dolore, la sofferenza, la prostituzione e la morte. tutte le sfumature immaginabili dell’universo femminile in 150 punti di vista. Ma immagino ve ne siano innumerevoli altri.

Se si considera che il testo è di nemmeno due anni fa, la situazione rispecchiata nei versi è l’adesso, come eco ininterrotta di un cattivo, sanguinoso passato che si ripete.

La voce delle donne nel libro trascorre tra gli estremi a cui si sentono sottoposte, dalla vita dell’amore alla morte, insieme, a causa d’una bellezza malintesa, dalla ricerca della giustizia all’invocazione dei libri sacri: si vedano i versi di Marta López Luaces (Spagna) in cui le varie, drammatiche parti recano incastonate pietre nere, cifre di morte, dati d’anni e numeri di femminicidi da El Salvador al Messico, dalla Russia all’Italia. La domanda reiterata, una rivendicazione (“dove sono i giusti?”), s’interseca con motivi delle mitologie e richiami alla cronaca quotidiana del mondo, a dire come il pensiero-parola sia tessuto dai grandi testi e la nostra stessa percezione dei fatti sia pregna di spiritualità.

Cosa vogliono le donne? Il titolo del libro, e della poesia di Eva Petropoulou Lianou, è “Rispetto”. Il concetto greco (già esiodeo) del rispetto – così traduciamo Αἰδώς, àidos –  era l’opposto della prevaricazione, dell’arroganza (ὕβρις, hybris) ed era rappresentato, appunto, dal femminile, dalla figura della dea, che garantiva la convivenza sociale: mentre senza rispetto e solidarietà, come sostenne Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, la società non può essere coesa, non può essere davvero tale.

Possano queste iniziative portare un granello, una piccola pietra alla costruzione della casa comune agli esseri umani.

Delle stesse cose, da un punto di vista molto singolare, parla il film “Irregular” (2022) del regista siciliano Fabrizio Catalano, girato in America Latina, protagonista femminile la splendida attrice, danzatrice e intellettuale boliviana Fatima Lazarte. Per i suoi 90’ di durata il film si compone interamente, senza soluzione di continuità, di interviste a donne sudamericane e della regione in questione. Ne sembra risultare, come vuole il titolo, l’”irregolarità” del femminile. L’ambientazione è nella società andina e boliviana, ma con qualche cautela l’aggettivo-sostantivo si potrebbe estendere: “irregular” è visto sia come carattere del femminile (ma chi sarebbe “regular”, allora? Invero, nessuno lo è; la scelta tuttavia è giustamente polemica, intendendo che regolare sarebbe colei/colui che si sottomette) che come una risposta o dichiarazione di diversità rispetto alla uniformità, alla sottomissione volute dalle società patriarcali, in quanto maschiliste. Perciò la figura oggetto prevalente del film è la strega-guaritrice, la “curandera”, “una saggia che conosce i segreti delle piante e della natura, in costante comunicazione con un mondo spirituale”; il film è ispirato dalle letture di autori latino-americani, in prevalenza dai libri dello scrittore, giornalista e politico boliviano Augusto Céspedes Patzi, soprannominato «Chueco»; ha influito la parentela del regista con Leonardo Sciascia (ne è nipote), dunque il fascino dalle letture della sua biblioteca del nonno e dei libri di letteratura latino americana che contiene. Si perviene, nel film, a indicare nel matriarcato una risposta efficace come uscita da questa situazione del patriarcato e del capitalismo: anche così s’intende l’asserzione “una nuova Venere sta per nascere nel grande deserto di sale”.

Senza per questo essere credenti, che sia matriarcato o no la soluzione della situazione, si può concordare, in ossequio alla grande parola dei testi religiosi canonici, che beati saranno i mansueti, perché essi erediteranno la terra (Mt 5,5). Il libro distingue non tanto tra uomini e donne quanto tra mansueti e feroci: o la terra sarà dei mansueti, o non sarà affatto –  oggi infatti l’orologio della fine è a pochi secondi dall’apocalisse.

Quindi, tornando al libro, non v’è dubbio che le donne debbano far sentire la propria voce, perché vi sono costrette; e ciò avviene, a scapito della stessa vita, come vediamo. Ma, insieme, un testo che trovo molto significativo è quello della rumena Lucia Ileana Pope che s’intitola “Ci sono ancora eroi”: e chi sarebbero?  Sono quelli che “non imbracciano il fucile…/davvero proprio nessuno teme/di morire per mano loro”.

 

Respect

Marco Nereo Rotelli e 150 poetesse contro la violenza sulle donne

A cura di Sibyl con der Schulenburg e Sabrina De Canio

Effigi Edizioni, Arcidosso (GR), 2024

 

 

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