Improvvisamente, il percorso creativo di Marco Detto

Nell'album è centrale l’attenzione alla linea melodica, sempre riconoscibile e cantabile, ma mai povera di tensione ritmica o di profondità armonica. Il risultato è un disco intenso e viscerale, attraversato anche da momenti di grande finezza, in cui emerge una necessità espressiva autentica: il pianoforte non cerca una perfezione levigata e immobile, bensì un gesto vivo, animato dall’intenzione e dal movimento stesso del suono.

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Il nuovo lavoro discografico di Marco Detto, Improvvisamente, è arrivato da poco sugli scaffali. Marco, pianista di riferimento del jazz milanese, musicista dalla traiettoria ormai consolidata che conta oltre vent’anni di attività. Alle sue spalle vi sono più di venti dischi pubblicati, oltre alle collaborazioni di assoluto rilievo (tra queste spiccano quelle con Peter Erskine, Palle Danielsson ed Eddie Gomez.) A suggellare il suo percorso, è incluso nel ‘Dizionario del Jazz Italiano’  curato da Flavio Caprera. ‘Improvvisamente’ presenta il pianista milanese alla guida di una formazione inedita rispetto ai suoi assetti più consueti. Accanto a lui non figurano infatti i collaboratori storici Marco Ricci e Giorgio Di Tullio ma Michele Tacchi al basso elettrico e Alessandro Rossi alla batteria, a delineare un trio dal profilo sonoro ‘differente’. Sono passati tre anni dall’album in piano solo ‘Blue Moon’ e ancora più tempo dall’ultima raccolta interamente composta da brani nuovi, come accade in questo caso. Il progetto che è stato prodotto dall’ ‘Associazione Culturale Eugenio Nobili’ e impreziosito dalla grafica di Annalisa Parisii, raccoglie composizioni originali di Detto, perlopiù inedite, rielaborate in studio e arricchite dal contributo creativo degli altri due musicisti. L’impressione generale è quella di un clima espressivo rinnovato, quasi una riflessione sul mainstream jazz che ha sempre accompagnato la poetica di Detto, qui filtrato soprattutto attraverso una ricerca timbrica più attenta: si colgono, ad esempio, discreti interventi di sintetizzatore. Pur nella varietà degli umori, i brani sembrano legati da un filo narrativo comune: ciascun titolo pare un capitolo di un racconto più ampio, che allude alla nascita stessa della musica improvvisata e al percorso creativo tipico del jazzista, sospeso tra istinto e consapevolezza.

Tracce come ‘Improvvisamente’, ‘Nota dopo nota’, ‘Semplice’, ‘Senza parole’ (già apparsa nell’album del 2022 con Maria Antonietta Puggioni al violoncello), ‘Sospeso’ e ‘Incerto’ -e si potrebbe includere anche ‘Gentleman’, leggibile come espressione di una rara eleganza interiore, lontana da ogni compiacimento narcisistico- sembrano indagare le dinamiche fondamentali dell’improvvisazione: l’incertezza, lo spaesamento, l’imprevisto, una complessità che si maschera da immediatezza, il movimento incessante che spinge la musica in avanti, passo dopo passo, appunto ‘nota dopo nota’.

È il procedere per tentativi, deviazioni e aggiustamenti continui, quel muoversi costante tra controllo e abbandono, tra automatismo e intuizione improvvisa, che definisce l’essenza del linguaggio jazzistico.

Rimane centrale, come da cifra stilistica di Detto, l’attenzione alla linea melodica, sempre riconoscibile e cantabile, ma mai povera di tensione ritmica o di profondità armonica. Il risultato è un disco intenso e viscerale, attraversato però anche da momenti di grande finezza, in cui emerge una necessità espressiva autentica: il pianoforte non cerca una perfezione levigata e immobile, bensì un gesto vivo, animato dall’intenzione e dal movimento stesso del suono. Solida e significativa la prova di Alessandro Rossi, ma particolarmente prezioso appare il lavoro di Michele Tacchi, che funge da contrappeso ideale al pianismo denso e materico di Marco Detto. Questo grazie a interventi misurati, eleganti, a linee che sembrano portare aria là dove il piano affonda nella terra. Non è un caso, del resto, che il basso – tradizionalmente acustico – sia da sempre lo strumento prediletto dal pianista nei suoi dialoghi musicali.

Un’ultima osservazione riguarda l’uso della voce come estensione del gesto sonoro. In passato Detto è stato talvolta criticato, soprattutto da colleghi d’oltralpe, per i suoi vocalizzi durante l’esecuzione. Ma viene da chiedersi se proprio quel suono ‘impuro’, non sia uno degli elementi più autentici e apprezzati del jazz. Se l’energia musicale eccede il solo gesto strumentale, perché non lasciarle trovare sfogo anche nella voce? Nel rapporto tra il musicista e la musica che prende forma, è coinvolto l’intero corpo, inteso come unità inscindibile. Keith Jarrett, senza i suoi celebri movimenti e mormorii, sarebbe lo stesso artista? Non vediamo perché applicare criteri di ascolto differenti.

Marco Detto

Marco, ci parli di questo tuo nuovo lavoro?

Parlare della propria musica non è mai semplice, soprattutto quando nasce da un intreccio di pensieri, esperienze e intuizioni difficili da razionalizzare. Ogni brano rappresenta una fase di quel percorso creativo: la sospensione dell’invenzione, la ricerca di una semplicità che nasconde complessità, il dubbio costante che accompagna ogni nota, vissuta come un salto nel vuoto. Un’incertezza che non ha nulla di casuale, ma che nasce da una tensione consapevole verso l’ingenuità, da una musica che avanza passo dopo passo lasciando dietro di sé un alone di mistero. In questo processo, il musicista mette in gioco tutto il proprio vissuto, il proprio bagaglio umano e teorico, chiedendo all’ascoltatore un atto di fiducia: entrare in quel tempo sospeso, condividere una storia sonora che prende forma dall’incontro con le persone, dalle relazioni e dagli eventi della vita. Perché, in fondo, siamo ciò che viviamo e chi incrociamo lungo il cammino, e questo vale anche per un disco.

Quali sono le novità nella formazione?

Una delle novità più evidenti di ‘Improvvisamente’ è la formazione, con Michele Tacchi al basso elettrico e Alessandro Rossi alla batteria. Tacchi, oggi docente di composizione a Londra, è stato mio allievo in gioventù, e con entrambi i musicisti ho condiviso negli ultimi dieci anni diverse esperienze dal vivo. La scelta di coinvolgerli nasce tanto dalla stima artistica quanto dal piacere umano di lavorare con persone affini. Il risultato è un lavoro corale, arricchito da elementi inediti. Per quello che mi riguarda, come l’uso esteso del basso elettrico e una presenza discreta di synth, utilizzati più come sfumature timbriche che come protagonisti. Una soluzione che probabilmente non avrei utilizzato su un repertorio standard, ma che ho sentito adatta ai brani originali del disco. Il disco non nasce da un’idea improvvisa, nonostante il titolo. Ho scritto nuova musica accumulando materiali che poi ho scelto con attenzione.

Dal rock progressivo al jazz

Cresciuto in Abruzzo, il pianista di riferimento del jazz milanese, ha iniziato con la musica grazie al padre e si è avvicinato prima al ‘progressive rock’ e poi al jazz, partendo dai Weather Report e risalendo alle origini. Un apprendimento frammentato dalla difficoltà di reperire dischi in una realtà di provincia negli anni Ottanta. Solo più tardi alcuni linguaggi, come il bebop, gli si sono chiariti davvero. Il trasferimento, poi, in una città più grande ha poi ampliato le opportunità, contribuendo alla sua maturazione artistica. Le collaborazioni più prestigiose sono arrivate in forma naturale. Senza internet e senza pressioni, Detto entra in contatto con musicisti del calibro di Peter Erskine e Palle Danielsson: una semplice spedizione di materiali, l’ascolto, l’apprezzamento reciproco. Il disco ‘La danza dei ricordi’nasce così, inciso in un solo giorno, senza prove precedenti. Un’esperienza simile si ripete con Eddie Gomez, conosciuto a New York quasi per caso. Da quell’incontro nascono concerti, tournée e un disco in trio, in una sequenza di eventi inattesi e sorprendenti. Indimenticabile, per Marco, una frase di Gomez che inizialmente lo spiazza ma che col tempo assume un valore profondo: «non suona come qualcun altro, suona semplicemente come sé stesso.»

Riascoltando i lavori passati, Marco riconosce una continuità nel proprio suono, nella centralità della melodia e del ritmo. Tuttavia, con il tempo è cresciuta la consapevolezza del respiro, del silenzio, della scelta. Se da giovani si tende all’urgenza e all’accumulo, oggi prevale una maggiore attenzione allo spazio e alla misura, un po’ come accade anche nelle relazioni umane.

«Anche il pubblico sembra essersi trasformato. Nei jazz club di un tempo sedevano coetanei giovani e curiosi; oggi, spesso, l’età media supera la mia. La capacità di ascoltare senza pregiudizi, di affidarsi a una storia musicale, sembra più rara, come se a mancare fosse prima di tutto una certa disponibilità umana. Una “secchezza” diffusa nelle relazioni che inevitabilmente si riflette anche nel rapporto con la musica. E senza ascolto è difficile immaginare un futuro davvero vitale per l’arte.»

 

Antonino Ianniello

Nasce con una spiccata passione per la musica. Si laurea in lettere moderne indirizzando la scrittura verso il giornalismo, percorre in maniera sempre più approfonditamente e competente le strade della critica musicale, pubblicando numerosi articoli su jazzisti contemporanei e prediligendo, spesso, giovani talenti emergenti. Ama seguire il jazz, blues e fusion e contaminazioni.

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