Chebat e la rielaborazione critica: The Wand, Chic Corea and Beyond

L'album rappresenta un passaggio significativo nel cammino artistico del pianista e compositore originario di Bergamo

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Pubblicato dall’etichetta indipendente ‘Clessidra Records’ , l’album ‘The Wand, Chick Corea and Beyond’ rappresenta un passaggio significativo nel cammino artistico di Francesco Chebat, pianista e compositore originario di Bergamo. Al suo fianco opera una sezione ritmica di grande solidità, nella quale il contrabbasso di Riccardo Fioravanti e la batteria di Max Furian contribuiscono in modo decisivo alla definizione di un assetto sonoro compatto, vigile e reattivo. Il programma si articola in nove brani, costruiti attorno a un confronto serrato tra quattro composizioni di Chick Corea e cinque pezzi originali firmati da Chebat. Il criterio espositivo o filo conduttore  che sostiene il progetto, evita sia la riproposizione pedissequa sia l’omaggio imitativo, privilegiando piuttosto una rielaborazione critica. Le riflessioni di Chebat sul ‘lascito’ di Corea, dichiarate nelle note, trovano una puntuale corrispondenza nella materia musicale del disco.

L’album assume così i contorni di un atto di riconoscenza consapevole sul piano del pensiero compositivo più che attraverso richiami stilistici superficiali ed è orientato a restituire l’insegnamento del grande Armando Anthony Corea, detto Chick (nato a Chelsea, Massachussets, il 12 giugno del 1941 e deceduto pochi anni fa, il 9 febbraio del 2021 a Tampa Bay in Florida.)  L’influenza del pianista statunitense emerge nella predilezione per architetture armoniche oblique, nell’uso di metriche flessibili e in una gestione della sintassi ritmica che valorizza l’asimmetria e la tensione controllata, senza mai scivolare in un virtuosismo decorativo. Ebbene, Francesco Chebat si muove come un vero architetto della forma, alternando zone di relativa stabilità a spazi di instabilità misurata, entro i quali il trio sviluppa un discorso collettivo fondato su un ascolto costante e su una concezione di interplay dell’improvvisazione. In questo contesto, la sezione ritmica non svolge un ruolo subordinato. Il contrabbasso di Fioravanti costruisce linee di sostegno che spesso assumono una funzione contrappuntistica, suggerendo deviazioni e rilanci formali, mentre la batteria di Furian si distingue per un profilo timbrico mobile, capace di ridefinire continuamente il peso del tempo e il baricentro metrico. Ne scaturisce un ambiente sonoro attraversato da un’energia sempre governata, all’interno del quale il pianismo di Chebat può dispiegarsi con libertà inventiva, sostenuto da un fraseggio nitido e da una resa acustica leggibile anche nei passaggi più articolati.

Le riletture dei brani di Corea rinunciano a qualsiasi adesione filologica per offrire una rifrazione del materiale originale filtrata da una sensibilità contemporanea. L’energia elettrica implicita nelle versioni storiche viene trasposta in un contesto acustico, dove la tensione si manifesta attraverso incastri ritmici e variazioni timbriche, oppure si apre a una lettura che enfatizza l’elemento modale e la plasticità del fraseggio collettivo. Il tributo si colloca così in una tradizione interpretativa che considera il repertorio come materia viva, aperta a continue trasformazioni. L’attenzione è dedicata al compositore più che al virtuoso, la centralità del lavoro condiviso e la lunga sedimentazione del progetto delineano una postura artistica matura, fondata su una formazione solida e su un rapporto profondo con i modelli di riferimento.

I brani di Chick Corea

L’apertura con ‘Hymn Of the Seventh Galaxy’ chiarisce immediatamente il perimetro linguistico entro cui il trio intende muoversi, scegliendo una lettura che privilegia la chiarezza formale rispetto a qualsiasi richiamo diretto all’estetica elettrica originaria. L’esposizione del tema è affidata al pianoforte con un’articolazione misurata, mentre contrabbasso e batteria operano per sottrazione. Le progressioni armoniche, pur riconducibili alla matrice modale di partenza, si ampliano grazie a sovrapposizioni quartali  – costruzioni armoniche basate sull’intervallo di quarta (giusta, aumentata o diminuita) piuttosto che sulle terze tradizionali – e a lievi slittamenti intervallari, aprendo ampi spazi improvvisativi nei quali Chebat costruisce un discorso continuo e argomentato, più orientato alla coerenza narrativa che all’esibizione tecnica.

‘Tone Poem’ introduce una dimensione più meditativa, in cui la grammatica della corrente di Corea funge da struttura elastica per un lavoro raffinato sulle relazioni tra linea melodica e sostegno armonico. Il pianoforte procede per brevi frasi, spesso lasciate in sospensione, mentre la sezione ritmica costruisce un contesto basato su micro variazioni dinamiche e su un uso consapevole del silenzio. L’attenzione alla qualità timbrica e alla distribuzione delle energie armoniche richiama pratiche riconducibili alla musica colta del Novecento, senza però cedere a un formalismo autoreferenziale, alimentando piuttosto un flusso narrativo compatto e coerente.

Con ‘Duende’ riaffiora una tensione più scura, all’interno della quale il trio lavora su accenti spostati e figurazioni ritmiche oblique o irregolari (Queste sono spesso indicate con segni trasversali o raggruppamenti speciali, si riferiscono a suddivisioni del tempo che contrastano con la misura standard. Queste strutture creano una sensazione ritmica fluttuante o dissonante rispetto al metro di base, frequentemente utilizzate in contesti di abbellimento o tremolo). La struttura tematica, fondata su un’idea melodica fortemente caratterizzata, viene progressivamente trasformata attraverso deviazioni modulanti e sostituzioni armoniche che ampliano il significato del materiale di partenza. In questo brano emerge con particolare chiarezza l’intesa tra Fioravanti e Furian, capaci di sostenere e stimolare il pianoforte senza irrigidirne il discorso.

‘Silver Temple’ accentua invece una dimensione contemplativa, con una linea melodica dal carattere quasi rituale, sorretta da una trama armonica basata su sovrapposizioni triadiche e ambiguità tonali volutamente irrisolte. Il pianoforte procede per accumulazioni graduali, mentre contrabbasso e batteria contribuiscono a creare uno spazio sonoro in cui la percezione del tempo si dilata, invitando a un ascolto attento alle risonanze e alle relazioni intervallari più sottili.

I brani originali di Chebat si inseriscono in questo percorso con naturalezza, senza produrre fratture percettibili. ‘Night Radio’ sviluppa un disegno armonico che avanza per gradi congiunti, interrotti da improvvise deviazioni cromatiche, evocando un’atmosfera notturna costruita sulla qualità del suono più che su riferimenti narrativi espliciti. Il pianoforte predilige il registro medio-grave, intrecciando le proprie risonanze con un contrabbasso dal tratto fortemente cantabile, mentre la batteria interviene con gesti essenziali e sempre funzionali all’economia complessiva.

‘Lume’ propone una scrittura improntata all’essenzialità, nella quale poche cellule tematiche vengono sottoposte a un processo di variazione continua. Il percorso armonico si muove tra aree tonali contigue, spesso sospese tra maggiore e minore, generando una tensione che evita risoluzioni immediate. Qui il trio dimostra una notevole maturità nell’uso del silenzio come elemento strutturale del discorso.

Con ‘The Wand’ emerge una costruzione formale più articolata, in cui sezioni differenti si susseguono senza soluzione di continuità, legate da richiami motivici e da una coerenza ritmica sotterranea. ‘A Weird Storyteller’ si fonda invece su un andamento narrativo irregolare, caratterizzato da repentini cambi di prospettiva e modulazioni inattese. Il pianoforte assume il ruolo di narratore, alternando densità contrappuntistiche e momenti di rarefazione, mentre contrabbasso e batteria commentano e accompagnano il percorso con grande prontezza dialogica.

La chiusura, affidata a ‘Underwater Blue’, conduce verso un epilogo più immediato, costruito su un moto ondulatorio e su un uso raffinato delle estensioni armoniche. Le progressioni, spesso basate su accordi aperti e intervalli ampi, generano uno spazio acustico in cui la scansione temporale perde rigidità, favorendo una conclusione che rinuncia all’enfasi per approdare a una sedimentazione pacata del materiale precedente.

Nel loro insieme, i nove brani delineano un percorso unitario, nel quale il confronto con l’eredità di Chick Corea si traduce in un processo di assimilazione critica e rielaborazione personale, sostenuto da una solida consapevolezza armonica e formale che conferisce al progetto un’identità autonoma e ben definita.

Antonino Ianniello

Nasce con una spiccata passione per la musica. Si laurea in lettere moderne indirizzando la scrittura verso il giornalismo, percorre in maniera sempre più approfonditamente e competente le strade della critica musicale, pubblicando numerosi articoli su jazzisti contemporanei e prediligendo, spesso, giovani talenti emergenti. Ama seguire il jazz, blues e fusion e contaminazioni.

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